
: Poca gioia, ma tanta aridita’.
Carissimo Padre Livio, grazie che nel suo mai stancarsi di questa folla che siamo e che a lei si stringe per udire una parola buona e di conforto, mi ricorda tanto Gesù!
Sento grande difficoltà ad esprimere la gioia in questo mondo dove i bambini, gli anziani, i poveri, vengono continuamente inghiottiti nei vari tritacarne innanzi gli occhi rassegnati di molti.
Sento il mio cuore tanto ghiaccio quando pronuncio “PADRE NOSTRO” che non ho mai visto come sta scritto.” Nessuno lo ha mai visto”, ce lo rivela il Figlio, unica vera immagine del Dio invisibile agli uomini.
La nostra condizione non ci permette di averne visione in terra, ma è comunque difficile relazionarsi ed amare qualcuno che non si è mai incontrato di persona.
Colgo i segni provvidenziale del Suo passaggio accanto a me in tutta la storia della mia vita, segni ed azioni senza le quali mai sarei potuto emergere dai flutti di morte in cui mi sono più volte trovato, ma il mio cuore resta freddo, le preghiere sono prassi da tanti anni, e la realtà una fiera più incline a digrignare i denti, che a fare fusa.
Il convento dei frati della mia città verrà chiuso a giorni, i frati trasferiti altrove perché pochi. Succede in tante città, è triste, vedo in questa chiusura delle ambasciate celesti in terra, il preludio al castigo, un po’ come l’uscita di Lot da Sodoma. La gioia? un dono da chiedere per noi, da donare al prossimo, come la fede, la speranza e la carità.
Diceva San Pio da Petralcina:”tutto accogliamo dalle Sue mani, tutto offriamo a Lui con amore, ringraziando”.
Grazie se mi sta leggendo e mi dona un ave Maria, la mia per lei non mancherà.
Antonio
Caro Antonio,
hai descritto molto bene la tua situazione di aridità spirituale che non è necessariamente una lontananza a Dio, ma piuttosto una forma di purificazione che l’azione dello Spirito Santo opera sulle anime.
A volte le profondità di tale purificazione sono dolorose e sconvolgenti, fino a portare le anime a dubitare di se stesso e di Dio come conosciamo, ad esempio, da alcune lettere scritte da Madre Teresa di Calcutta a suo riguardo.
Riporto qui una riflessione di padre Raniero Cantalamessa che può illuminare alcune anime che si trovino in questa situazione spirituale:
“Cosa successe dopo che Madre Teresa disse il suo sì all’ispirazione divina che la chiamava a lasciare tutto per mettersi a servizio dei più poveri dei poveri? Il mondo ha conosciuto bene ciò che avvenne intorno a lei -l’arrivo delle prime compagne, l’approvazione ecclesiastica, il vertiginoso sviluppo delle sue attività caritative -, ma fino alla sua morte nessuno ha conosciuto ciò che avvenne dentro di lei.
Lo hanno rivelato i diari personali e le lettere al suo direttore spirituale, conosciuti da tempo, ma resi pubblici solo in occasione del decennale della morte della Madre, nel settembre 2007. Alcuni commentatori laici si sono del tutto ingannati circa il senso di questi scritti, affermando che essi costringono a rivedere l’idea che la gente si è fatta della persona e della santità di Madre Teresa. Qualcuno ne ha tratto addirittura la conclusione che “si può essere santi anche senza fede”.
In realtà, questi scritti intimi, lungi dal diminuire la statura di Madre Teresa di Calcutta, la ingigantiscono, ponendola al fianco dei grandi mistici della cristianità. Una delle definizioni più celebri della mistica dice che essa consiste nel “patire il divino” (pati divina) : espressione intraducibile che possiamo intendere nel senso di sperimentare Dio con sofferenza, vivere una passione divina ( nel duplice senso di dolore e di amore della parola passione). Questa definizione la vediamo realizzata in pieno nell’esperienza di Madre Teresa. Ma vediamo di che si tratta.
Un sacerdote che fu vicino a Madre Teresa ha scritto: “Con l’inizio della sua nuova vita a servizio dei poveri, una opprimente oscurità venne su di lei” . Bastano alcuni brevi stralci per darci un’idea della densità delle tenebre in cui si venne a trovare:
“C’è tanta contraddizione nella mia anima, un profondo anelito a Dio, così profondo da far male, una sofferenza continua – e con ciò il sentimento di non essere voluta da Dio, respinta, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo… Il cielo non significa niente per me, mi appare un luogo vuoto” .
Non è stato difficile riconoscere subito in questa esperienza di Madre Teresa un caso classico di quello che gli studiosi di mistica, dietro S. Giovanni della Croce, sono soliti chiamare la notte oscura dello spirito. Taulero fa una descrizione impressionante di questa tappa della vita spirituale:
“Allora veniamo abbandonati in tal modo da non aver più nessuna conoscenza di Dio e cadiamo in tale angoscia da non sapere più se siamo mai stati sulla via giusta, né più sappiamo se Dio esiste o no, o se noi stessi siamo vivi o morti. Cosicché su di noi cade un dolore così strano che ci pare che tutto quanto il mondo nella sua estensione ci opprima. Non abbiamo più nessuna esperienza né conoscenza di Dio, ma anche tutto il resto ci appare ripugnante, sicché ci pare di essere prigionieri tra due mura” .
Tutto lascia pensare che questa oscurità accompagnò Madre Teresa fino alla morte , con una breve parentesi nel 1958, durante la quale poté scrivere giubilante: “Oggi la mia anima è ricolma di amore, di gioia indicibile e di una ininterrotta unione d’amore” . Se a partire da un certo momento non ne parla quasi più non è perché la notte è finita, ma perché ella si è ormai adattata a vivere in essa. Non solo l’ha accettata, ma riconosce la grazia straordinaria che racchiude per lei.
“Ho cominciato ad amare la mia oscurità, perché credo ora che essa è una parte, una piccolissima parte, dell’oscurità e della sofferenza in cui Gesù visse sulla terra” .
Il fiore più profumato della notte di Madre Teresa è il suo silenzio su di essa. Aveva paura, parlandone, di attirare l’attenzione su di sé. Anche le persone a lei più vicine non hanno sospettato nulla, fino alla fine, di questo interiore tormento della Madre. Su suo ordine, il direttore spirituale dovette distruggere tutte le sue lettere e se alcune se ne sono salvate è perché egli, con il permesso di lei, ne aveva fatto una copia per l’arcivescovo e futuro cardinale T. Picachy, tra le cui carte furono trovate dopo morte. L’Arcivescovo, per nostra fortuna, si era rifiutato di accondiscendere alla richiesta fatta anche a lui dalla Madre di distruggerle.
Il pericolo più insidioso per l’anima nella notte oscura dello spirito è di… accorgersi che si tratta, appunto, della notte oscura, di quello che grandi mistici hanno vissuto prima di lei e quindi di far parte di una cerchia di anime elette. Con la grazia di Dio, Madre Teresa ha evitato questo rischio, nascondendo a tutti il suo tormento sotto un eterno sorriso.
“Tutto il tempo a sorridere, dicono di me le sorelle e la gente. Pensano che il mio intimo sia ricolmo di fede, fiducia e amore…Se solo sapessero e come il mio essere gioiosa non è che un manto con cui copro vuoto e miseria!” .
Un detto dei Padri del deserto dice: “Per quanto grandi siano le tue pene, la tua vittoria su di esse sta nel silenzio” . Madre Teresa lo ha messo in pratica in maniera eroica.”
(Cantalmessa.org)