di Ernesto Galli della Loggia| 30 luglio 2024 – Corriere della Sera – 31 Luglio 2024

Manca il realismo. E nell’occidente non c’è consapevolezza delle minacce

Tempi difficili attendono l’Europa, quell’Europa che insieme agli Stati Uniti è il cuore dell’Occidente. Ogni giorno nei confronti di questo Occidente cresce l’ostilità dei vecchi e dei nuovi giganti del potere mondiale, Russia e Cina in prima fila. Un’ostilità che alimenta pericoli e sfide di ogni tipo a cui trovare una risposta non è facile.

Ma non lo è specialmente a causa di un dato inedito: la mancanza di realismo che domina gran parte dell’opinione pubblica e delle classi dirigenti dei Paesi occidentali, che caratterizza complessivamente il loro orientamento culturale. È una quasi istintiva mancanza di senso della realtà che impedisce la consapevolezza stessa della vastità e della varietà delle minacce che incombono. È il rifiuto di valutare l’effettiva natura dei pericoli, di considerare, ad esempio, le autentiche intenzioni ostili degli attori della scena internazionale, e di prendere quindi le contromisure del caso. 

Ogni volta, di fronte all’eventualità di reagire tende a prevalere il «meglio aspettare», lo «stiamo a vedere», il «facciamo attenzione a non peggiorare le cose», «perché non lasciar fare alla diplomazia?». E quando pure alla fine una reazione in qualche modo arriva, allora dalla gran massa dell’opinione pubblica si leva il coro del not in my name, delle dissociazioni preoccupate o delle inferocite prese di distanze. Un’istintiva opzione di arrendevolezza pervade le nostre reazioni agli eventi che il mondo ci scaraventa addosso.

Il fatto è che ormai l’Europa sembra non riuscire più a pensare il Negativo. Che il Male, l’Avversario siano divenuti per lei dimensioni emotivamente insopportabili e intellettualmente inconcepibili. E di conseguenza che anche il conflitto e la sua massima espressione, la guerra, rappresentino dimensioni ormai impossibili da pensare e quindi da accettare. Ma in tal modo è per l’appunto la realtà che finisce per essere espulsa di fatto dal campo del pensiero e dell’esperienza. A insidiare ulteriormente il senso di realtà ci pensa, sul versante del discorso pubblico accreditato, l’apparato degli interdetti imposti dal «politicamente corretto»: il timore delle nostre società di non essere mai abbastanza obbedienti a certe prescrizioni, mai abbastanza green, mai abbastanza preoccupate del clima, mai abbastanza gender friendly, e quindi sempre pronte a varare norme di una tale astrattezza da sortire effetti nulli o addirittura opposti a quelli voluti.

Ma a che cosa si deve questa pervadente assenza di realismo nella nostra cultura pubblica? Questa irresistibile tendenza a non vedere e a non pensare il mondo com’è, ma a raffigurarcene uno come dovrebbe essere o meglio come noi vorremmo che fosse?
Siamo qui di fronte, a me pare, agli effetti di una frattura drammatica prodottasi negli ultimi decenni nell’ambito della formazione personale degli individui e della sfera educativa delle società occidentali. Ovverossia al venir meno di due elementi essenziali che erano presenti in entrambe da secoli: il Cristianesimo e la conoscenza della storia.

La cultura cristiana, con al centro l’idea del peccato originale, cioè dell’esistenza in ogni essere umano di un fondo oscuro predisposto al male, esorcizzabile ma sempre pronto a riaffiorare, la cultura cristiana, dicevo, ha sempre rappresentato una raffigurazione simbolicamente potentissima della presenza del Negativo sulla scena del mondo. E dunque una messa in guardia preziosa contro ogni illusione ottimistica, un implicito invito a non nutrire facili speranze, a un sano scetticismo contro l’ipotesi che il mondo faccia abitualmente spazio alle buone intenzioni, a vigilare su ogni utopismo ideologico. Non è certo un caso se, fintanto che ha contato qualcosa, la Chiesa di Roma sia sempre stata maestra insuperabile di un avveduto realismo.

E poi la storia: il primo e più importante nutrimento della politica, di chi voglia conoscerne la realtà vera al di là delle illusioni. E infatti le classi politiche e i loro capi che un tempo fecero grande l’Europa e più recentemente l’hanno salvata dal naufragio — penso a uomini come Churchill o De Gaulle — hanno sempre nutrito la propria azione di una vasta e profonda conoscenza storica. Sapere delle vicende del passato, apprenderne lo svolgimento dalle pagine dei grandi narratori che le hanno meditate e ce le hanno trasmesse — da Tucidide a Tacito, a Machiavelli a Gibbon (dicono ancora qualcosa questi nomi a chi siede oggi a Montecitorio o a Bruxelles?) — costituisce una scuola essenziale per conoscere il mondo com’è e non come ci piacerebbe che fosse. Per conoscere che cosa realmente muove le passioni degli individui e delle folle, la differenza tra le mode di un giorno e gli interessi permanenti di una società, per intendere che cosa voglia dire la libertà.

Ma una volta ridotto a ben poco il Cristianesimo delle masse per effetto della secolarizzazione e quasi cancellato nella formazione delle élite, una volta più o meno espulsa la storia dai suoi programmi d’istruzione a favore dell’economia e della sociologia, l’Europa è rimasta priva di due strumenti intellettualmente formidabili per conoscere e comprendere la realtà negativa del mondo. E dunque facile preda dell’idea che comunque ci attende il progresso assicuratoci, si dice, dalle sempre nuove conquiste della tecnica. Non importa molto, dopotutto, se realizzate nei laboratori di Pechino, di San Pietroburgo o magari di Pyongyang.