La Serva di Dio Luisa Piccarreta: Le tre virtù teologali

Ave Maria padre Livio, Gesù prepara Luisa a rinnovare lo Sposalizio mistico, in Cielo, sancito dalla SS. Trinità. Perciò le parla delle tre virtù teologali.

Grazie ! Massimo

La Fede

“Una mattina – era la vigilia della Natività di Maria SS.– il mio sempre benigno Gesù venne Lui stesso a dispormi. Non faceva che andare e venire continuamente, ed ora mi parlava della fede, e mi lasciava, ed io mi sentivo infondere nell’anima una vita di fede.

L’anima mia, grossolana quale me la sentivo prima, ora, dietro il parlare di Gesù, me la sentivo leggerissima, in modo da penetrare in Dio; e ora miravo la sua potenza, ora la santità, ora la bontà ed altro, e l’anima mia restava stupefatta. In un mare di stupore dicevo: “Potente Iddio, quale potenza innanzi a Te non resta disfatta? Santità immensa di Dio, quale altra santità, per quanto sublime fosse, ardirà comparire al tuo cospetto?”.

Poi mi sentivo scendere in me stessa e vedevo il mio nulla, la nullità delle cose terrene, come tutto è niente innanzi a Dio; io mi vedevo come un piccolo verme, tutto pieno di polvere, che mi arrampicavo per dare qualche passo e che per distruggermi non ci voleva altro che uno che mi mettesse il piede sopra, e già sarei disfatta. Quindi, vedendomi così brutta, quasi non ardivo di andare a Dio, ma si faceva innanzi alla mia mente la sua Bontà e mi sentivo attirare come da una calamita per andare a Lui, e dicevo tra me: “Se è Santo, è pure Misericordioso; se è Potente, contiene anche in Sé piena e somma Bontà”.

Mi pareva che la Bontà lo circondasse da fuori, lo inondasse dal di dentro; quando miravo la bontà di Dio mi pareva che sorpassasse tutti gli altri attributi, ma poi, mirando gli altri, li vedevo tutti eguali in sé stessi, immensi, immensurabili ed incomprensibili all’umana natura.

La Speranza

Mentre l’anima mia stava in questo stato, Gesù ritornava e parlava della speranza. Ricordo qualche cosa in modo confuso, perché dopo tanto tempo è impossibile ricordare chiaro, ma per fare l’ubbidienza che così vuole, dirò per quanto posso. Quindi diceva Gesù, ritornando alla fede: “Per ottenere, bisogna credere. Come al corpo, senza la vista degli occhi, tutto è tenebre, tutto è confusione, tanto che se volesse camminare cadrebbe ora in un punto, ora in un altro, e finirebbe col precipitare del tutto, così l’anima senza la fede non fa altro che andare di precipizio in precipizio; ma la fede serve di vista all’anima, è come luce che la guida alla Vita eterna.
Ora, da che viene alimentata questa luce della fede? Dalla speranza. E di quale sostanza è questa luce della fede e questo alimento della speranza? Della carità. 

Tutte e tre queste virtù sono innestate tra loro, in modo che una non può stare senza l’altra. Difatti, che giova all’uomo credere nelle immense ricchezze della fede, se non le spera per sé? Le guarderà, sì, ma con occhio indifferente, perché sa che non sono sue; ma la speranza somministra le ali alla luce della fede e, sperando nei meriti di Gesù Cristo, le guarda come sue e viene ad amarle”. 
“La speranza –diceva Gesù– somministra all’anima una veste di fortezza, quasi di ferro, in modo che tutti i nemici con i loro strali non possono ferirla, e non solo, ma neppure apportare il minimo disturbo; tutto è tranquillità in lei, tutto è pace”. 

Oh, è bello vedere quest’anima investita della bella speranza, tutta appoggiata al suo Diletto, tutta diffidente di sé e tutta confidente in Dio. Sfida i nemici più fieri, è regina delle sue passioni, regola tutto il suo interno, le sue inclinazioni, i desideri, i palpiti, i pensieri, con una maestria tale che Gesù stesso ne resta innamorato, perché vede che quest’anima opera con tale coraggio e fortezza, ma questa la attinge e la spera tutta da Lui, tanto che Gesù, vedendo questa ferma speranza, niente sa negare a quest’anima.

Ora, mentre Gesù parlava della speranza, si ritirava un poco, lasciandomi una luce nell’intelletto. Chi può dire ciò che comprendevo sulla speranza? Se tutte le altre virtù servono ad abbellire l’anima, ma ci possono far vacillare e renderci incostanti, la speranza invece rende l’anima ferma e stabile, come quei monti alti che non si possono muovere un tantino. A me sembra che all’anima investita dalla speranza succede come a certi monti altissimi, ai quali tutte le intemperie dell’aria non possono recare nessun nocumento; sopra questi monti non penetra né neve, né venti, né caldo; qualunque cosa vi si potesse mettere sopra, si può star sicuri che là dove si mette, là si trova, ancorché passassero cent’anni. Tale appunto è l’anima investita dalla speranza: nessuna cosa le può nuocere; né la tribolazione, né la povertà, né tutti i vari accidenti della vita la sgomentano un istante. Dice fra sé: io tutto posso operare, tutto posso sopportare, tutto soffrire, sperando in Gesù, che forma l’oggetto di tutte le mie speranze.

La speranza rende l’anima quasi onnipotente, invincibile, e somministra all’anima la perseveranza finale; tanto che allora cessa di sperare e di perseverare, quando ha preso possesso del Regno del Cielo; allora depone la speranza e tutta si tuffa nell’oceano immenso dell’Amore Divino.

La Carità.
Mentre l’anima mia si perdeva nel mare immenso della speranza, il mio diletto Gesù ritornava e parlava della carità, dicendomi: “Alla fede e alla speranza sottentra la carità, e questa congiunge insieme tutto il resto delle altre due, in modo da formarne una sola, mentre sono tre. Eccoti, o Sposa mia, adombrata nelle tre virtù teologali la Trinità delle Divine Persone”.

Poi proseguì: “Se la fede fa credere e la speranza fa sperare, la carità fa amare. Se la fede è luce e serve di vista all’anima, e la speranza, che è l’alimento della fede, somministra all’anima il coraggio, la pace, la perseveranza e tutto il resto, la carità, che è la sostanza di questa luce e di questo alimento, è come quell’unguento dolcissimo e odorosissimo che, penetrando dappertutto, lenisce e raddolcisce le pene della vita. La carità rende dolce il patire e fa giungere anche a desiderarlo. L’anima che possiede la carità spande odore dappertutto; le sue opere fatte tutte per amore danno un odore graditissimo. E qual è questo odore? È l’odore di Dio stesso.

Le altre virtù rendono l’anima solitaria e quasi rustica con le creature; la carità invece, essendo sostanza che unisce, unisce i cuori. Ma dove? In Dio. La carità, essendo unguento odorosissimo, si spande dappertutto e con tutti. La carità fa soffrire con gioia i più spietati tormenti e giunge a non saper stare senza il patire, e quando se ne vede priva dice al suo Sposo Gesù: «Sostenetemi coi frutti –quali sono il patire–, perché languisco d’amore, e dove altro posso mostrarti il mio amore che nel patire per Te?». La carità brucia, consuma tutte le altre cose ed anche le stesse virtù e converte tutte in sé. Insomma, è qual regina che vuole regnare dappertutto e che non vuol cederla a nessuno”.