
La guerra non finirà a breve, ma l’arrivo dell’estate fa ripartire le trattative. In attesa del voto americano, il viaggio del ministro ucraino Kuleba a Pechino fa capire quale sia la pista da seguire
Stefano Caprio –Tempi – 25/07/2024 –
Dopo due anni e mezzo di guerra, il ministro degli esteri di Kiev, Dmytro Kuleba, si è recato per la prima volta a Pechino per un lungo colloquio di tre giorni con il capo della diplomazia cinese Wang Yi, la figura cinese più autorevole dopo Xi Jinping, un evento a suo modo veramente straordinario, che sembra avvicinare la possibilità della fine di un conflitto estenuante non solo per la Russia e l’Ucraina, ma per l’intero quadro geopolitico mondiale.
Gli ultimi due mesi sono del resto stati segnati da tentativi contraddittori di iniziare trattative di pace a vari livelli, dalla conferenza di pace in Svizzera alla missione originale di Viktor Orban, il leader ungherese che da presidente di turno dell’Unione europea si è preso la libertà di ergersi a mediatore internazionale, senza essere sostenuto da nessuno, con un valzer tra Mosca, Pechino e Washington simile a quello del cardinale Zuppi dello scorso anno, quasi fosse il “cardinale europeo” in missione per conto di Dio.
, 24 luglio 2024 (Ansa)
Fattori bellici, economici e atmosferici
Tutte queste iniziative sono allo stesso sorprendenti e prevedibili; da un lato nessuno si illude che ci siano le condizioni per un vero confronto tra Mosca e Kiev, che non si smuovono comunque dalle proprie posizioni sul possesso dei territori, dall’altro era evidente che dopo l’esaurimento di fanti e munizioni delle offensive reciproche di primavera, l’estate sarebbe stata la fase delle pause di ripensamento e discussione su possibili armistizi e confronti.
La Russia ha approfittato per guadagnare terreno tra marzo e aprile, dopo il disgelo invernale, grazie alle indecisioni occidentali sulle forniture di armi all’Ucraina, che a sua volta ha ripreso l’iniziativa appena arrivati missili e aerei per impedire ai russi di godersi l’estate sulle spiagge della Crimea. Tutto è tornato ai livelli dello scorso anno, dopo la riconquista di Kherson da parte degli ucraini, quando il fiume Dnipro ha segnato il confine tra “ucraina di destra e ucraina di sinistra” come era stato stabilito nel trattato della “pace eterna” del 1682 tra Russia e Polonia, la prima volta che venne usato ufficialmente il termine “ucraina”, cioè “confine”, nella storia della divisione tra la Russia d’Oriente e quella d’Occidente.
A determinare le dinamiche sono tanti fattori bellici, economici e atmosferici; il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko ha dichiarato che “non si può fare la guerra sopra i 30 gradi”, e il mese di luglio è quello più caldo a queste latitudini, in attesa delle prime avvisaglie d’autunno in agosto. Ed è anche il periodo della grande “guerra elettorale” mondiale, con i contradditori risultati delle consultazioni in Europa, Francia e Inghilterra e perfino in Iran, dopo l’improvvisa e tragica morte del presidente Ebrahim Raisi e la sua sostituzione con il “riformatore” Masoud Pezeshkyan. A scanso di equivoci, i russi si sono affrettati a riscrivere il testo dell’accordo di “partenariato globale” con Teheran, che dovrebbe essere firmato nei prossimi giorni, e hanno intensificato nelle ultime settimane le relazioni “fraterne” con la Corea del nord, dove vengono inviate in questi giorni frotte di giovani a campi di svago e allenamento patriottico.
Aspettando novembre
Soprattutto a tenere banco sono le vicende preelettorali degli Stati Uniti, con le sorprendenti vicende della “salvezza divina” di Donald Trump dalle pallottole nemiche e della tanto attesa sostituzione di Joe Biden con Kamala Harris, che sparigliano il gioco anche tra russi e ucraini, non riuscendo a capire chi dei candidati sia più favorevole agli uni e agli altri.
Del resto, le elezioni americane coincideranno con le feste russe di inizio del periodo invernale: il 4 novembre a Mosca si celebra la giornata dell’Unità Nazionale che ricorda la vittoria sugli invasori polacchi del 1612, dopo che il falso erede dello zar, l’impostore e traditore Griša Otrepev, che aveva messo piede nel Cremlino insieme alla moglie polacca e ai suoi direttori spirituali gesuiti, fu sparato dalla bocca di un cannone in direzione dell’Occidente, mentre veniva eretto davanti alla torre Spasskaja sulla piazza Rossa il monumento agli eroi nazionali Kuz’ma Minin e Dmitrij Požarskij, che avevano radunato l’esercito dei volontari contro gli invasori del tempo dei “Torbidi” a cui oggi la Russia ritorna.
Le feste novembrine segnano appunto l’inizio delle gelate, e i russi sperano in una vittoria convincente di Donald Trump, che da queste parti gode di grandi favori per le sue posizioni in difesa della sovranità e dei “valori tradizionali”, le colonne della politica putiniana. Quando vinse nel 2018, i deputati della Duma di Mosca si alzarono in piedi per un fragoroso applauso, e ora vengono solleticati dalle promesse del tycoon di “porre fine alla guerra in pochi giorni”, come ha confermato il suo amico Orban dopo la visita nei giorni scorsi.
Questo vorrebbe dire comunque il riconoscimento delle regioni occupate, dalla Crimea al Donbass, ciò che permetterebbe ai russi di cantare vittoria, in sintonia con la memoria della festa dei Torbidi. Nessuno del resto, tra le varianti in discussione, pensa che sia possibile fermare le cannonate e le piogge di droni, che continuano a mietere vittime civili anche tra i bambini, costringendo i russi a ritirarsi dietro le frontiere del 1992, e perfino gli ucraini cominciano a ipotizzare un referendum sulla cessione di parte dei territori, come ha detto in questi giorni il sindaco di Kiev, l’ex-pugile Vitalij Kličko.
Washington e Pechino
La guerra tra Russia e Ucraina non finirà comunque in pochi giorni, anche se è auspicabile una tregua dagli scontri più violenti entro la fine dell’anno. In questi territori ci si azzuffa almeno dal 1300, mettendo in gioco le etnie e le culture di entrambi i mondi dell’Eurasia. Il Cremlino sta convertendo l’intera economia del Paese secondo i criteri della guerra fredda dei tempi sovietici, cercando di mantenersi in equilibrio tra inflazione e conversione militare, esportazioni orientali e sfruttamento dei Paesi “amichevoli” in tutto il mondo, preparandosi comunque a un mondo “multipolare” basato sul conflitto permanente.
L’Ucraina, già teatro nei secoli passati di divisioni territoriali tra Polonia, Prussia, Austria e Russia, oggi si orienta sempre di più all’Europa e all’intero mondo occidentale, mentre la Russia diventa inevitabilmente un vassallo economico e geopolitico della Cina, che sta ancora cercando di orientarsi per capire bene come trarre dalla situazione il massimo vantaggio, e non a caso il viaggio di Kuleba appare come la vera trattativa da affrontare. Anche i Paesi dell’Asia centrale e del Caucaso, i più vicini alle zone di guerra, sono particolarmente coinvolti dalle prospettive che scaturiscono dalla combinazione di conflitti e sanzioni, che indirizzano il commercio mondiale sul Corridoio di Mezzo tra Asia e Europa, in aggiramento alla Russia. C’è molto da discutere, a Pechino e a Washington più ancora che a Mosca e a Kiev, e ogni Paese dell’Europa e del mondo intero deve chiedersi quale sarà il proprio destino negli anni futuri.