Ghiaie di Bonate: Come Mons. Vittorio Bonomelli ha salvato Bergamo dal Bombardamento degli Alleati (Maggio 1944)

Rev.mo e caro padre Livio,

nel ringraziarla ancora per quello che Lei fa per le Apparizioni di Ghiaie, mi permetto di dirle una cosa su Mons. Vittorio Bonomelli, il valoroso prete paracadutista che con stratagemmi incredibili salvò Bergamo da un bombardamento molto peggiore di quello di Brescia. Poiché ho intervistato tempo fa il giornalista scrittore Renzo Allegri (grande scrittore anche su padre Pio) che lo conobbe e gli parlò a lungo (Mons. Bonomelli è mancato il 3 dicembre 1984), ho capito che questo bresciano dal coraggio immenso ha fatto per Bergamo qualcosa di davvero grandioso: migliaia di morti sono stati risparmiati grazie a lui, alla sua fantasia e anche alle sue capacità eclettiche. Per questo ho scritto un capitolo intero su di lui, che mi permetto di unirle in allegato. Non si è mai valorizzato come meriterebbe  questo eroe, questo sacerdote innamorato di Maria che tanto ha fatto per le sue terre. Anche la stessa vicenda di Ghiaie vede in lui un vero miracolo di coraggio e di assistenza celeste che purtroppo è stato quasi dimenticato.

Grazie di cuore!

Lucia Amour


Ghiaie di Bonate: Cappella di “Maria Regina della Famiglia”

Un miracolo straordinario della Regina della Famiglia: Bergamo salvata

Vittorio Bonomelli: un eroico partigiano della Resistenza, uno strumento coraggioso e geniale nelle mani di Maria Santissima Regina della Famiglia per realizzare un grande miracolo: salvare Bergamo dalla ormai decisa distruzione dalla furia alleata.

Chi era Monsignor Vittorio Bonomelli e come avvenne che egli sia stato  scelto dal Cielo come strumento specialissimo per una missione così alta?

Il 15 ottobre 1977 lo stesso Bonomelli rilasciò un’intervista al settimanale Gente in cui per la prima volta raccontava nei particolari come avvenne che Bergamo, destinata dal Comando Alleato ad essere sventrata da un bombardamento assai peggiore di quello di Brescia del 13 luglio 1944, si salvò grazie all’intercessione della Madonna delle Ghiaie.

Ricordiamo che 186 bombardieri statunitensi sganciarono alle 11 di quel triste giorno su Brescia, la Leonessa d’Italia, ben 518 bombe per un totale di 124 tonnellate di esplosivo, con gravissime perdite in vite umane e in strutture.

Riporto senza commenti le parole di Monsignor Bonomelli, che non hanno bisogno di spiegazione, se si eccettua l’ovvia osservazione che molti dei bergamaschi oggi viventi forse non sarebbero tali se la Madonna non avesse operato un così grandioso miracolo per la bella città dove Ella aveva scelto di scendere con la Sacra Famiglia tra il 13 ed il 31 maggio 1944, recando al mondo, attraverso la piccola Adelaide, 13 meravigliosi Messaggi per la santificazione delle nostre famiglie.

“Ho vissuto la storia delle apparizioni stando dalla parte del Servizio segreto alleato, accanto ad uno dei più abili uomini dell’Intelligence Service, il capitano Peter Cooper, paracadutato in Alta Italia per dirigere operazioni speciali. Peter Cooper ebbe molti incontri e colloqui con la piccola veggente ed era convinto che dicesse la verità. Per questo la difese sempre. Di queste cose non ho mai voluto parlare perché esse fanno parte di un periodo della mia vita che ho voluto tenere, fino oggi, riservato. Quando io accennavo a quei fatti, mi sentivo quasi deriso. Ora, però, sono stati trovati e pubblicati i documenti ufficiali che mi confortano nelle mie opinioni di allora.

Per spiegare come arrivai a Ghiaie di Bonate sono costretto ad accennare ad alcuni avvenimenti accaduti prima. Nel 1943 svolgevo il mio ministero sacerdotale a Sonico, sulle montagne bresciane. Ancora prima del crollo del fascio avevo accolto nella mia casa ufficiali evasi dai campi di concentramento in Italia, per aiutarli a fuggire in Svizzera.

Dopo l8 settembre la mia attività si intensificò e aiutai a fuggire ufficiali italiani, militari alleati ed ebrei. I nazifascisti mi scoprirono e dovetti fuggire a Memmo, nell’Alta Valtrompia, dove collaborai ad organizzare il primo nucleo armato di partigiani. Una mia foto di quel periodo, mentre celebravo Messa tra i partigiani finì nelle mani di Roberto Farinacci che la pubblicò sul giornale “Il regime fascista”. Per rappresaglia i fascisti e le SS bruciarono la mia casa di Sonico, arrestarono mio fratello e uccisero mio padre. Mi davano una caccia spietata. Dovetti lasciare Memmo e riparare a Ceratolo sotto il falso nome di padre Antonio. Missionario. Poi raggiunsi Bergamo, mi rifugiai presso il dottor Alberto Paini e diventati “padre Michele Locatelli, delle Missioni estere di Parigi.

Con questo nome, e relative carte d’identità false, raggiunsi Roma dove trovai rifugio presso padre Caresana, della Congregazione dei Filippini.

Diventai “don Stefano Rossi, mi iscrissi all’università Angelicum, per studiare Teologia. Quando arrivarono gli Alleati, che sapevano già quanto avevo fatto a Sonico, fui assunto come radiotelefonista nella Special Force I e mandato a Bari per un corso di paracadutista.

Un giorno i dirigenti mi chiamarono e mi misero davanti una grande carta topografica della città di Brescia. Mi dissero che stavano organizzando un bombardamento a tappeto della città e dovevo indicare loro i luoghi strategici. Anzi il 5 luglio avrei dovuto partecipare a un volo di perlustrazione su Brescia. Passai ore tristissime. Brescia era la mia città. Là avevo amici, parenti, conoscenti, il mio Vescovo. Dovevo avvertire con ogni mezzo la mia gente, perché si mettesse in salvo.

La notizia delle apparizioni della Madonna a Ghiaie di Bonate era giunta anche a Bari ed era seguita con molto interesse da tutti. La Madonna portava un messaggio di speranza e di pace. Si sperava facesse terminare presto la guerra. Nella situazione in cui mi trovavo cominciai a pregare la Madonna delle Ghiaie, chiedendo che mi aiutasse ad avvertire i bresciani del tremendo bombardamento che avrebbe distrutto la città.

Una sera ebbi un’ispirazione. Andai nella tipografia delle edizioni “Laterza”, offrii 25000 lire a un tipografo chiedendogli di stampargli 3500 foglietti con questa scritta: “Bresciani, attenzione. A metà luglio bombardamento a tappeto  sulla città. Salvatevi!” La mattina del 5 luglio infilai i 3500 biglietti nelle tasche della mia tuta da paracadutista e partii per il volo ricognitivo su Brescia. Giunto sulla città, quando l’aereo volava a bassa quota, mi portai sul retrocoda e riuscii a lanciare 2000 volantini. Mentre tentavo di lanciare gli altri, fui scoperto ed arrestato.

Il mio gesto fu considerato un atto di tradimento in quanto avevo avvisato il nemico di una prossima azione di guerra sulla città. Dovevo essere condannato a morte, ma in considerazione di ciò che avevo compiuto in passato la condanna  fu tramutata nell’incarico di compiere un’azione di sabotaggio ai danni dei tedeschi. Era un’azione così pericolosa che equivaleva ad una condanna a morte. Nell’aeroporto di Ghedi, vicino a Brescia, si trovava una “fortezza volante” americana, catturata dai tedeschi. Dopo pochi giorni l’aereo sarebbe stato portato in Germania e offerto in omaggio a Hitler. Giornali e radio avevano ampliamente parlato dell’impresa tedesca e della festa che sarebbe stata fatta in Germania. “Tu devi andare a Ghedi e far saltare in aria quell’aereo” mi disse il capitano della Special Force. Feci una veloce istruzione per imparare ad adoperare le bombe-saponette al fosforo e la sera dell’11 luglio 1944 partii dall’aeroporto di Brindisi per la mia missione. Fui paracadutato vicino all’aeroporto di Ghedi, tra i riflettori che mi illuminavano a giorno. Sotto la tuta da paracadutista avevo la veste talare e, sotto, una tenuta da contadino. Arrivato a terra, riuscii a liberarmi dalla tuta da paracadutista e, vestito da prete, raggiunsi la parrocchia di Mezzane di Calvisano. Dal parroco ottenni una bicicletta e scappai per viottoli, guidato dalla nipote del parroco.

Il giorno dopo le SS mi cercavano dappertutto. Mi avvicinai all’aeroporto di Ghedi. In un bosco tolsi la veste talare restando vestito da contadino. Dalla suola delle scarpe estrassi i miei nuovi documenti: ero diventato “Banfi Vincenzo”, abitante in via Settembrini 45, Milano, sfollato a Brescia, operaio della O.M., sposato e padre di quattro figli, numero che mi rendeva esente dal servizio militare. Possedevo una fotografia raffigurante tutta la mia famiglia, me compreso. All’occorrenza, avrei dovuto giustificare la mia presenza in quel luogo perché ero alla ricerca di farina bianca e gialla per sfamare la famiglia. Da un contadino comprai due sacchi di farina e un coniglio vivo. Poi mi avvicinai al campo d’aviazione. All’alt delle guardie, un tedesco e un fascista, mostrai i miei documenti.  Mi imposero di lasciar libero il coniglio, che uccisero tirando al bersaglio.  Finsi di rimanere incantato a guardare la “fortezza volante” poco lontana da noi. C’era una troupe che la stava fotografando. Chiesi di poterla vedere più da vicino e me lo consentirono. C’erano altri curiosi. Mi intrufolai tra loro e, al momento opportuno, feci scivolare da sotto i calzoni le “saponette” al fosforo, le piazzai e mi allontanai.

Ritornai nel bosco, ripresi le vesti da prete, la bicicletta e fuggii verso Borgo san Giacomo. Mi fermai su un’altura in attesa, e dopo qualche  tempo, vidi una fiammata seguita da un boato: la fortezza volante non serviva più per il regalo al Furer.

Fuggii verso Bergamo. Nelle vicinanze della città incontrai gruppi di pellegrini  che andavano verso le Ghiaie di Bonate  a pregare la Madonna. C’era moltissima gente, e anche sacerdoti. Stare in mezzo a loro significava la salvezza. Su due pezzi di cartone scrissi frasi inneggianti alla Madonna: uno me lo misi sulla schiena e uno lo sistemai sul manubrio della bicicletta; mi unii a un gruppo di persone e incominciai a intonare canzoni mariane e “Ave Maria”. Diverse volte fummo fermati da posti di blocco. Io invitai i  militari a unirsi a noi per andare a pregare per la pace: mi risposero con bestemmie ma mi lasciarono passare.

Quella fu la prima volta che vidi il luogo dove era apparsa la Madonna. L’impressione di quel viaggio è ancora vivissima in me. Fuggivo e avevo una grande paura. Ma, a mano a mano che mi avvicinavo a Ghiaie di Bonate, la paura scompariva e venivo assorbito in quell’atmosfera di fede e di devozione per la Madonna. In tutta la zona, per una distesa di decine di chilometri, si sentiva pregare. Sullo stradone che da San Pellegrino porta a Villa d’Almè, passando accanto alle porte delle case,  si udiva il mormorio delle preghiere. A Ghiaie, poi, c’era una folla enorme. Non potei fermarmi a lungo perché dovevo recarmi in un paese vicino, in casa di dirigenti della Resistenza.

Quando arrivai, stavano ascoltando Radio Londra. Poco dopo fu trasmessa la parola d’ordine: “Gioppino ha messo gli scarponi”. Gioppino ero io, e quella frase significava che avevo portato a termine la mia missione.

Con l’aiuto del Vescovo, che era al corrente della mia situazione, fui mandato a Clanezzo, per aiutare un vecchio prete.

Ora mi chiamavo don Stefano Rossi. Ero un sacerdote romano, impossibilitato a tornare nella sua diocesi. Il vecchio prete, insospettito, disse che non aveva posto per tenermi in casa. Mi sistemai in un vecchio mulino abbandonato. Qui venne ad abitare con me il capitano Peter Cooper, portando la sua radio trasmittente. Anche Cooper era vestito da prete. Di statura inferiore alla media, grassottello, con occhiali, modi distinti e riservati, sembrava un vero prete. Gli insegnai come doveva comportarsi. Parlava perfettamente una decina di lingue. Era uscito dalla scuola dell’Intelligence Service e apprendeva con una velocità spettacolosa. Aveva perfino imparato a camminare con il tipico passo del montanaro bergamasco.

Di religione era protestante, e i protestanti non credono nella Madonna. Parlando delle apparizioni delle Ghiaie, diceva: “Bè, voi latini ne avete tutti i momenti, di visioni, specialmente in questo tempo di guerra. Anch’io quasi quasi vedrei volentieri delle Madonne che venissero a confortarmi.”

Il giorno dopo però, volle andare alle Ghiaie. Sapeva che sul luogo si aggiravano agenti segreti e molti militari tedeschi e fascisti. Voleva sapere, sentire. Vestito da prete, scese alle Ghiaie. Quando ritornò, dopo due giorni, mi accorsi che era cambiato. La folla in preghiera lo aveva colpito. Le centinaia di ammalati che invocavano la grazia avevano lasciato un segno di profonda commozione nel suo animo. Inoltre seppi che era riuscito, non so in qual modo, ad avere un colloquio con la piccola Adelaide. “E’ una bambina buona, molto semplice, di intelligenza appena normale”, mi disse. “Quella bambina è incapace di inventare: per me, non può essersi inventata le apparizioni”.

Parlava molto seriamente. Io cominciai a contraddirlo. Gli dissi che la bambina poteva essere stata influenzata dai parenti, da qualche vecchia zia. “No”, rispondeva. “Sono abituato ad esaminare la gente e a capirla a fiuto. E’ una dote indispensabile per il nostro mestiere. Quella bambina è sincera: ha visto veramente qualcosa”.

Nei giorni successivi, Peter Cooper continuò ad andare a Ghiaie di Bonate. Aveva una piccola cinepresa e continuava a filmare la folla. Parlava con tutti, con i pellegrini, con gli ammalati, con i “miracolati”, con i sacerdoti, con i soldati fascisti e nazisti. Con i suoi modi gentili riusciva ad intrufolarsi dappertutto. Riuscì ad avere ancora altri lunghi colloqui, a quattr’occhi, con la piccola Adelaide che per lui mostrava una strana simpatia. Alla sera, quando tornava al mulino, continuava a parlare della bambina ed io mi accorgevo che era pienamente convinto che Adelaide avesse avuto delle apparizioni.

Intanto attorno ai fatti di Bonate si era scatenata l’ostilità dei tedeschi  e dei fascisti. La bambina aveva detto che la guerra sarebbe finita presto: e ciò dava fiducia e speranza alla popolazione che era così più disposta ad aiutare gli alleati e i partigiani. Inoltre, si era sparsa la voce che Adelaide avesse detto: “Attenzione a quello che accadrà il 20 luglio”. C’era una grande attesa per quel giorno e quando arrivò la notizia dell’attentato a Hitler, i tedeschi diventarono feroci.

Il capitano nazista Langer ricevette ordini direttamente da Berlino di smentire tutto quello che la veggente diceva e, se fosse stato necessario, sequestrarla. Adelaide aveva detto che Bergamo non sarebbe stata bombardata. I nazifascisti cominciarono a diffondere la voce che presto Bergamo sarebbe stata rasa al suolo, come Brescia. Dopo alcuni giorni, tutti i giornali riportarono la notizia in prima pagina e con grande rilievo. Il peggio fu che noi, attraverso informazioni segrete, venimmo a sapere che quelle voci erano vere: gli alleati si preparavano veramente a bombardare Bergamo.

Del resto, la situazione militare lo richiedeva. Dopo il bombardamento di Brescia molti importanti uffici militari tedeschi erano stati trasferiti a Bergamo. Kesserling aveva portato la sede del su comando a San Pellegrino. Anche Mussolini aveva programmato una visita a Bergamo dove sarebbe stato ospite in casa di una famiglia nobile della città. Sembrava quasi impossibile poter evitare un bombardamento  su Bergamo.

Vedevo Peter Cooper molto silenzioso e teso. Andava continuamente a Ghiaie di Bonate e, quando tornava non aveva molta voglia di chiacchierare come faceva sempre. Io gli dicevo: “Bisogna fare qualcosa per evitare questo bombardamento”. Lui non rispondeva. “Se vuoi restartene fuori da questa faccenda, parli io con il Comando inglese”, ripetevo. “Gli spiego che se loro bombardano Bergamo fanno gli interessi dei tedeschi e dei fascisti che non aspettano altro per far cadere nella disperazione la gente”. Peter ascoltava e non rispondeva. Finalmente una sera mi disse: “Non voglio assolutamente dare un dispiacere alla Madonna: vieni, andiamo a parlare con i dirigenti”.

Salimmo sul colle della maresana, portando la radio trasmittente. Quella sera ci fu un lungo e tempestoso colloquio tra il capitano Cooper e il Comando supremo. Da Londra rispondevano: “E’ necessario bombardare Bergamo. Dobbiamo snidare i dirigenti tedeschi nascosti nella città”. Indicavano anche le modalità con cui sarebbe avvenuto il bombardamento: partendo da Ponte San Pietro, dove si trovava il Campo di Orio, che serviva per gli aerei della Caproni la città sarebbe stata sventrata. La zona maggiormente predestinata alla distruzione era compresa fra il Duomo, nella città alta, e la Casa littoria, presso la quale si fermava spesso il furgone speciale di Kesserling. Dissero che il bombardamento era fissato il per il 14 agosto. Cooper insisté perché fosse annullato ma non ci fu niente da fare. La comunicazione fu chiusa. Peter Cooper era nero di rabbia. Guardando verso Bergamo, stracciò i sunti di quelle comunicazioni e ripeté: “Non voglio dare un dispiacere alla Madonna”.

Mi accorsi in quel momento che Peter, protestante e capo dell’Intelligence Service, era diventato credente nella Madonna. Lo guardavo con meraviglia, ma anche con dolore. Sapevo che il Comando supremo inglese non avrebbe mai cambiato una sua disposizione. Se avevano deciso di bombardare Bergamo, non c’era più niente da fare. Solo un miracolo della Madonna avrebbe potuto salvare la città. Io credevo nei miracoli: anche Peter Cooper, ora, ci credeva. Bisognava quindi solo pregare e sperare.

Continuammo la nostra campagna per la salvezza di Bergamo con molta diplomazia, ma con insistenza. Riuscimmo ad ottenere da Londra la promessa che avrebbero riesaminato la questione. Se il bombardamento fosse stato sospeso, avrebbero trasmesso la frase: “Gioppino ha scalato l’Adamello 14 volte”.

Tutte le sere stavamo in attesa di comunicazioni da Radio Londra. I dirigenti della Resistenza bergamasca erano informati che la città sarebbe stata bombardata il 14 agosto e dovevano organizzare un esodo di massa. Bisognava, però, aspettare nella speranza  che il bombardamento venisse annullato.

Ai primi di agosto Radio Londra trasmise il seguente messaggio: “Gioppino ha tre gozzi”: significava che le trattative andavano male. Eravamo demoralizzati. Di notte, io e Cooper pregavamo la Madonna delle Ghiaie. La sera del 10 agosto Radio Londra cominciò la trasmissione con questo messaggio: “Attenzione: Gioppino ha scalato l’Adamello 14 volte. Ripetiamo: Gioppino ha scalato l’Adamello 14 volte”. La Madonna aveva vinto: Bergamo non sarebbe stata bombardata.

Sembravamo impazziti per la gioia. Io abbracciavo tutti quelli che avevo intorno a me. Non so cosa facesse Peter Cooper: probabilmente si era nascosto da qualche parte: non voleva mai farsi vedere quando era commosso.

Nei mesi successivi continuammo il nostro lavoro in varie parti dell’Alta Italia. Poi andammo a compiere missioni sull’Oder e a Berlino. Io tornai a Bergamo nel giugno 1945, a guerra finita; Peter Cooper era rientrato a Londra. Ricevette incarichi per altre missioni, ma ci incontrammo diverse volte in Italia. Quando mi vedeva mi chiedeva subito notizie sulle vicende  della Madonna delle Ghiaie di Bonate e sulla piccola Adelaide. Un giorno gli diedi un libro, un grosso volume con le conclusioni negative raggiunte dal tribunale ecclesiastico dopo tre anni di interrogatori e di indagini sulla piccola Adelaide. Lo lesse attentamente e poi mi disse: “Adelaide è una bambina normale, quindi non poteva che smentire, dopo tutti quegli interrogatori. Sarebbe stata una ragazza anormale se non avesse smentito. Noi, che siamo esperti di interrogatori e cose del genere, sappiamo che a una persona normale possiamo far dire qualunque cosa vogliamo. Per ottenere questo non c’è niente di più efficace di lunghi e ripetuti interrogatori, come è stato fatto alla piccola Adelaide.

Peter Cooper ha sempre continuato a credere ai racconti di Adelaide Roncalli. Meditando sui colloqui avuti con la bambina, si è convertito alla fede cattolica. Continuava a lavorare nei Servizi segreti inglesi, e, durante il tempo libero, dirige un settimanale cattolico. Almeno una volta all’anno viene in Italia per andare a pregare a Ghiaie di Bonate. Viene a trovare anche me, e mi chiede sempre come sta la piccola bergamasca che nel 1944 riuscì a far  cambiare le disposizioni del Comando supremo inglese e a convertire un capitano dell’Intelligence Service”.

A Monsignor Vittorio Bonomelli il Presidente della Repubblica Italiana Giovanni Leone ha conferito il 2 giugno 1977 l’Alta Onorificenza di Commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana, destinata a “ricompensare benemerenze acquisite verso la Nazione… per lunghi e segnalati servizi nelle carriere civili e militari”.