
Pensiero spirituale sulla fame di mondo e la fame di Dio
Oggi, come pensiero, vorrei mettere a fuoco un tema esistenziale molto sentito dentro di noi – anche se tante volte non l’abbiamo molto chiaro – che riguarda le “due fami” che ci sono nel cuore dell’uomo, potremmo dire due esigenze, due desideri, però la parola “fame” è molto più efficace.
Una è la fame di mondo, l’altra è la fame di Dio.
Vorrei mettere a fuoco cos’è la fame di mondo, come sia possibile e con quali mezzi si deve regolare perché emerga dal profondo del nostro cuore la fame più autentica, che è la fame di Dio.
La fame di mondo deriva da una catastrofe spirituale, che è avvenuta alle origini, a causa della quale l’uomo si è staccato da Dio, perché non ha saputo superare la prova della fede a cui è stato sottoposto nel paradiso terrestre.
È una conseguenza del peccato originale, è una ferita che è stata trasmessa a noi: questa fame di mondo è un desiderio di nutrirsi, di mettere come fine se stessi, è l’ingordigia delle cose che porta ai vizi che sono tipici della natura umana decaduta e che sono stati classificati dalla Chiesa nei sette vizi capitali.
Nel nuovo testamento ci sono tante espressioni sintetiche sia nel Vangelo sia nelle Lettere apostoliche, dove sono elencate tutte le espressioni della nostra fame di mondo: sono i sette vizi capitali e le tre concupiscenze (della carne, degli occhi e la superbia della vita).
Se andiamo a vedere nelle altre religioni non c’è quella chiarezza che c’è grazie alla parola di Dio, nella luce dei comandamenti, nella luce delle tappe del cammino di santità. È una mappa – questa malattia della fame di mondo – presente nella letteratura cristiana, ma anche nelle varie letterature dell’Occidente, la letteratura europea e in quella russa in particolare. Anche quando non c’è la fede, la fame di mondo, viene analizzata attraverso i vizi che sono quelli che costituiscono i personaggi dei vari romanzi, oppure una letteratura di analisi esistenziale dove si mette in evidenza la potenza di tenebre che è in noi.
Anche nelle altre religioni ci sono analisi esistenziali molto profonde, basterebbe analizzare il buddismo o l’induismo che alla fame di mondo hanno opposto dei rimedi che sono molto vicini a quelli cristiani, cioè sono religioni che hanno prodotto un monachesimo, un’organizzazione della vita come rinuncia al mondo, che conosciamo molto bene.
La fame di mondo è un’esperienza universale che ci incatena, ci lega alle cose che passano, è causa della nostra infelicità, che crea crolli esistenziali, disprezzo e perversione della propria vita fino al suicidio: E’ una fame di mondo che divora se stessa ed è la conseguenza del nostro essere staccati da Dio.
Questa fame di mondo è una brutta bestia, tutti la sperimentano, dentro di noi si agitano le teste dei serpentelli affamanti, che proliferano dai sette vizi capitali o dalle varie concupiscenze e che richiedono un grande combattimento spirituale per essere domati: o si dominano o si rimane schiavi e si rimane infelici eternamente. Siccome questa lotta è molto impegnativa, solamente pochi la vincono e sono i Santi, che raggiungono la pace interiore, hanno ammansito le varie bestie dentro di loro.
Le persone purtroppo cercano di evitare quella che è la vera medicina ovvero l’ascesi, la rinuncia. Cercano di guarire la fame di mondo con le medicine e i vari palliativi, , tutte cose che testimoniano lo smarrimento perché non si ha la grazia di Dio, che serve per dominare e uccidere la bestia che è in noi – di cui parla Dante: è una fame “che non sazia mai la bramosa voglia e dopo il pasto ha più fame che pria”. Questo si può dire di ognuno dei vizi capitali in modo particolare per la Lussuria.
La situazione non è di disperazione, come molte volte ci presenta il pensiero del mondo; in occidente si descrivono personaggi tragici o anche eventi reali che si concludono con una sconfitta, cioè il male vince e distrugge, come ci fosse una disperazione assicurata.
Ma non è così, dentro di noi c’è un’altra fame che è quella originaria, quella che la natura umana ha avuto fin dalle origini quando è stata creata da Dio, quella che – anche se la fame di mondo predomina e ci domina – rimane sempre latente in noi e genera quell’inquietudine che noi abbiamo anche quando siamo nella palude del male. Ci fa sentire l’odore nauseabondo del male, ci fa sentire la voglia di pulizia, ci fa sentire voglia di cambiare vita, ci rende irrequieti in situazioni di degrado: questa si chiama fame di Dio.
La fame di Dio è l’orientamento del nostro essere e della nostra anima – creata a immagine e somiglianza di Dio, creata per Lui, per conoscere Dio, per amare Dio – alla potentia oboedentialis come dicono i teologi del Medioevo, è una potenza di obbedienza, cioè la natura umana ha un riferimento a Dio come se fosse un’obbedienza intrinseca al Suo essere, che puoi distruggere solo quando sarai dannato eternamente. Finché sei in vita Dio opera in quel punto per la conversione delle anime, quando la sua grazia si accosta, cerca una fessura, cerca di entrare, cerca di far emergere la fame presente in noi finché non diremo il “no” definitivo a Dio stesso, che avviene quando moriamo impenitenti.
La fame di Dio che viene risvegliata dalla grazia – come una pianticella delicata che ha bisogno di essere curata dal giardiniere, con i vari accorgimenti cosicché non appassisca e non muoia –bisogna farla emergere pian piano fino a farla diventare “signora” all’interno del nostro cuore, fino a far sì che lei domini e faccia di noi delle persone che sono abitate da Dio, stabilmente orientate a Dio, con due mezzi molto semplici: la rinuncia e la preghiera.
Sono la preghiera e il digiuno di cui si parla nella Sacra Scrittura, che ci ha insegnato Gesù nei quaranta giorni nel deserto e che ci insegna la Regina della pace.
La rinuncia a ciò che il mondo offre: quindi di fronte alla “lista della spesa” che ogni vizio presenta bisogna esercitare la rinuncia, in modo tale che le teste dei serpentelli vengano tagliate via, vengano mortificate, vengano tenute a bada. Questo è necessario perché senza la rinuncia, la preghiera rimane scritta sull’acqua, non incide dentro di noi quindi ci deve essere un contatto con Dio. Ma prima di tutto, ci vuole la forza della rinuncia al male, rinunciare a ciò che satana offre col quale vuole distruggerci.
Rinforzare la rinuncia con la preghiera è fondamentale perché sono due facce della medesima medaglia. Con la preghiera si può soddisfare la fame di Dio e la rinuncia è per mortificare la voglia di mondo, i desideri della carne – come dice San Paolo.
Con la preghiera rinforziamo la nostra volontà nel rinunciare, ci nutriamo pian piano di Dio. Prendiamo gusto a mangiare le cose di Dio, la sua parola, la pratica dei comandamenti, le fonti di grazia dei sacramenti, la decisione nel compiere il bene, per cui man mano la fame di Dio viene alimentata e soddisfatta, diventa preponderante, prende sopravvento del nostro cuore e noi diveniamo persone nelle quali Dio si è consolidato.
“Noi siamo quello che mangiamo”, se mangiamo il mondo diventiamo esseri mondani, se ci nutriamo di Dio diventiamo esseri divinizzati, pieni di Lui.
Ecco l’importanza della preghiera e del digiuno perché la fame di Dio prevalga in noi e diventi sangue che ci tiene vivi e aria che respiriamo: questo è un lungo cammino, è il cammino della conversione a cui ci invita il Vangelo, ci invita la Madonna, ci invita la Chiesa e non c’è altra strada, non ci sono autostrade sulla via della santità ma sentieri in salita.