Pensiero Spirituale sulla figura del sacerdote

Cari amici, il sacerdote è certamente un uomo, ma è un ministro di Dio e in nome di Gesù ha l’autorità di assolvere i peccati. Dobbiamo, allora, vedere nel confessore la presenza di Cristo che ci assolve i nostri peccati.

Nel sacramento della Penitenza il ministro svolge un compito di grande responsabilità. Infatti, se tu sei il malato, egli è il medico della tua anima. La meraviglia di questo dono che Gesù Cristo ha fatto alla Chiesa consiste nel fatto che la guarigione è certa e immediata. Nel caso di peccato mortale, più che di guarigione dovremmo parlare di una vera e propria resurrezione. La potenza del sacramento della penitenza è straordinaria e i suoi effetti sono mirabili. Qualunque peccato sia stato commesso, viene perdonato e il peccatore viene di nuovo rivestito della grazia santificante. La divina figliolanza che ha riacquistato gli restituisce il diritto alla vita eterna, mentre ritorna ad essere un tralcio fruttifero della vera Vite e un membro vivo della Chiesa. Per quale motivo l’assoluzione del sacerdote opera simili meraviglie?

La ragione in fondo è semplice. Il sacerdote confessore è uno strumento attraverso il quale opera Gesù Cristo in persona. Quando pronuncia le parole: “Io ti assolvo” è Gesù che parla, come quando nella consacrazione dice: “Questo è il mio corpo”. È soprattutto in questi due sacramenti che lo sguardo della fede vede nel sacerdote la persona di Gesù Cristo che comunica la grazia della salvezza. Questa identificazione di Gesù col sacerdote è l’effetto stupefacente del sacramento dell’Ordine. È attraverso di esso che “la missione affidata da Gesù Cristo agli apostoli continua ad essere esercitata nella Chiesa fino alla fine dei secoli” (Catechismo C. C. 1536). Senza questo sguardo di fede la confessione perde la sua dimensione soprannaturale e, lasciata scadere a semplice rapporto umano, entra inevitabilmente in crisi.

Essendo ogni peccato, in ultima istanza, una offesa fatta a Dio e alla sua legge, ne consegue che solo Dio può perdonarlo. Questo lo sapevano bene gli scribi e i farisei che non avevano esitato a obiettare a Gesù: “Chi può rimettere i peccati se non Dio soltanto?” (Lc 5,21). D’altra parte, la presenza del sacrificio nelle varie religioni del mondo corrisponde al bisogno che ha l’uomo di purificazione e di ottenere il perdono di Dio e la sua benevolenza. Il fatto che Gesù si attribuisca il potere di rimettere i peccati suona come uno scandalo alle orecchie degli zelanti ebrei. La reazione non si è fatta attendere: “Costui bestemmia” (Mt 9, 4), esclamano scandalizzati. Gesù sa bene che rivendica a se stesso un potere che è riservato a Dio. È in questo modo che Egli rivela il mistero della sua divinità. Lo farà anche davanti al Sinedrio, quando dichiara che il Figlio dell’uomo verrà sulle nubi del cielo come giudice del mondo (Mc 14,62).

Tuttavia, non solo Gesù si attribuisce questo potere divino, ma fa molto di più. Lo conferisce agli uomini. Il Risorto, apparendo agli apostoli rinchiusi nel cenacolo, alita su di loro e dice: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20, 22.23). Si tratta di un potere che ha la stessa ampiezza di quello di Gesù Cristo. Non riguarda soltanto alcuni peccati, ma tutti, nessuno escluso. Non ha alcun limite nell’esercizio, in quanto il perdono deve essere dato non sette volte ma settanta volte sette (cfr. Mt 18,22). Agli apostoli è persino data la grave responsabilità di non rimettere i peccati, qualora non riscontrassero le disposizioni spirituale necessarie. Non si può certo sminuire questa divina potestà che Gesù Cristo a conferito agli uomini da Lui scelti e che lo rappresentano. La miseria umana dalla Chiesa non deve mai offuscare che Gesù Cristo vive in essa e comunica la salvezza attraverso di essa.

È necessario comprendere perché è proprio il Verbo incarnato colui che ha il potere di giudicare e di assolvere dai peccati. Nell’inviare gli apostoli fino agli estremi confini della terra Gesù dice loro. “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Mt 28,18). Il Figlio di Dio fatto uomo, con la sua vita morte e resurrezione ha portato a compimento l’opera della redenzione. Egli è l’Agnello di Dio che si è addossato sulle spalle i peccati del mondo. Col suo amore, con la sua sofferenza, con la sua obbedienza e la sua fedeltà ha espiato i peccati di tutti gli uomini di tutti i tempi. Per questo il Padre gli ha dato ogni potere, in particolare quello di giudicare (Gv 5,27). Gesù morente in croce, mentre compie il sacrificio che lava e purifica il mondo, chiede al Padre il perdono “perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). Al ladrone pentito promette che in quello stesso giorno sarà con Lui in paradiso (Lc 23,43).

Avendo espiato i peccati degli uomini, Gesù ha il potere di rimetterli. Alla luce della fede ciò appare comprensibile e conveniente. Ciò che invece appare un gesto di estrema audacia è il fatto che Gesù, con uno specifico sacramento, dia questo potere a degli uomini, il cui limiti e la cui fragilità non hanno bisogno di essere sottolineati. Viene quindi spontaneo chiedersi: “Perché mai Gesù ha dato il potere di rimettere i peccati agli uomini?”. Non sarebbe stato più semplice e più pratico lasciare che ognuno si confessi a Dio direttamente, senza mediazioni umane?

Con l’istituzione del sacramento della Penitenza Gesù non ha forse reso più difficile la remissione dei peccati commessi dopo il battesimo? Sono interrogativi che a suo tempo hanno portato all’abolizione della confessione sacramentale presso i Protestanti e che tutt’ora vengono sollevati da coloro che, pur essendo cattolici, ne hanno omesso la pratica.

La risposta a queste obiezioni la troviamo nella sapienza veramente divina con cui Gesù ha istituito la Chiesa. Nella visione di Gesù la sua Chiesa è un gregge che è guidato da dei pastori che lo rappresentano. Innanzitutto, Pietro e i suoi successori, ai quali ha dato il potere di legare e di sciogliere (Mt 16,19) e poi tutto il collegio apostolico, unito al suo capo (Mt 18,18; 28,16-20). I pastori della Chiesa hanno ricevuto da Gesù Cristo i suoi poteri di grazia e di misericordia, fra i quali anche quello di rimettere i peccati. Immaginare una Chiesa senza pastori e con pastori dai poteri limitati significa ipotizzare una realtà che non è quella voluta di Gesù Cristo. Colpisce certamente il fatto che tutto ciò che Gesù ha ricevuto dal Padre, Egli lo dia in amministrazione ai suoi Apostoli. È un gesto di grande fiducia, ma nel medesimo tempo è per le pecorelle un invito alla fede, nel senso di vedere Gesù in quelli che lo rappresentano.

Lo sguardo della fede non deve mai mancare, anche quando il ministro non apparisse all’altezza della situazione. La preparazione e soprattutto la santità del sacerdote svolgono un ruolo importante nell’amministrazione del sacramento. Sappiamo i miracoli di conversione che sono avvenuti nei confessionali di Ars e di S. Giovanni Rotondo. S. Teresa d’Avila, come S. Faustina Kowalska non si stancano di insistere sull’importanza di un confessore illuminato perché le anime siano guidate su un cammino di santità. Tuttavia, nel momento dell’assoluzione, è come se la persona del ministro scomparisse dietro la luminosa presenza del Giudice divino. L’assoluzione di un sacerdote in peccato mortale ha la stessa efficacia di quella di un sacerdote in odore di santità. Durante l’assoluzione, come durante la consacrazione, il ministro, santo o empio che sia, è lo strumento docile della divina misericordia.

Come non ammirare la sapienza divina del Signore, vero medico delle nostre anime? Mediante il sacerdote confessore Egli ci mantiene sul terreno dell’umiltà, perché confessare i peccati a un uomo è più difficile che confessarli a Dio. Ci preserva dall’autoinganno, perché nessuno è un giudice imparziale in ciò che lo riguarda. Ci dà l’assicurazione del perdono mediante la parola del Sacerdote, spuntando le frecce avvelenate del dubbio satanico. Ci fa certi della divina misericordia, oscurata dalle nostre angosce per la gravità dei peccati. Ci esorta nel cammino di perfezione, scuotendo la nostra tiepidezza. Ci riconcilia con la Chiesa, nostra madre e maestra di vita cristiana.


Da “La Lettura cristiana della cronaca e della storia”