
Cari amici, la Confessione, che ci riconcilia con Dio, con noi stessi e col prossimo, lascia nel cuore la pace, che è il bene più prezioso che si possa avere qui sulla terra. E’ la pace del Cielo che ha preso dimora in te e che nessuno ti può rubare se tu non vuoi. E’ quella pace che gli angeli hanno annunciato nella notte di Betlemme e che annunciano anche ora a tutti gli uomini che Dio ama. Quando senti in cuore questa pace non cerchi più nulla, perché hai avuto in dono ciò che il cuore umano desidera.
Vostro Padre Livio
Gli effetti del sacramento della confessione sono straordinari. La Chiesa raccomanda la confessione anche quando non si è in stato di peccato mortale. Infatti ogni volta che ci si confessa si ricevono grazie che rafforzano la vita spirituale e la crescita nelle virtù cristiane. L’esame di conoscenza affina il discernimento, la sincerità dell’accusa mantiene nell’umiltà, il consiglio del sacerdote indica la strada, le tentazioni si indeboliscono e il fervore nel cammino spirituale si ravviva. Sono numerosi i santi che hanno trovato nella pratica della confessione frequente un efficace aiuto nel loro cammino di perfezione. La confessione annuale nel tempo pasquale è un minimo al di sotto del quale l’anima rischia la paralisi spirituale. Per la vita cristiana ordinaria la confessione deve essere molti più frequente, almeno una volta al mese, e poi ogni volta che se ne ha la necessità, specie quando si commettano dei peccati gravi.
Ancora più mirabili sono gli effetti di questo sacramento quando l’anima si trova in stato di peccato mortale e si è privata della grazia santificante. In questo caso la confessione rappresenta il passaggio dalla morte alla vita. L’anima in stato di peccato mortale è staccata da Dio, come il tralcio dalla vite. La sua prospettiva è quella del “fuoco eterno”, evocato più volte da Gesù stesso. L’anima che geme sotto la schiavitù del peccato è come un ramo secco, che non è più in grado di produrre frutti. Questo significa che non è più capace di porre azioni meritevoli per la vita eterna. Con l’assoluzione del sacerdote l’anima risorge perché in essa ricomincia a fluire la vita divina. Essendo di nuovo innestata in Cristo che è la vera vite, produce frutti di vita eterna in tutto quello che compie. Se i cristiani avessero presente l’abisso che separa un’anima in grazia di Dio da una che è in peccato mortale, non indugerebbero un solo istante nell’accostarsi alla confessione.
Tuttavia vi è un effetto della confessione che ha un valore esistenziale particolare ed è la pace che si sperimenta quando scende nel cuore il perdono di Dio. Gesù stesso ha voluto sottolineare che il frutto primo della remissione dei peccati è la pace. Apparendo agli apostoli rinchiusi nel cenacolo, il Risorto così li saluta: “ Pace e voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “ Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete , resteranno non rimessi” (Gv 20, 21-23). Il dono della redenzione è lo Spirito Santo, che rimette i peccati e infonde la vita nuova della grazia. L’effetto di questa nuova situazione esistenziale è l’esperienza della pace. La conoscono tutti coloro che, tormentati dal rimorso della coscienza e angosciati dal timore del giudizio di Dio, hanno deciso di cambiare vita. E’ questo l’effetto della confessione che la rende particolarmente desiderabile e che dissipa quelle false paure e quei pregiudizi che tengono lontano tante anime dal confessionale.
Chi è in peccato mortale non potrà mai essere in pace. La coscienza infatti lo accusa e, benché faccia di tutto per soffocarla, tuttavia non è in pace. Anche se afferma di esserlo, si tratta di una falsa pace. Come si potrebbe godere la pace del cuore sotto la schiavitù del demonio? La letteratura spirituale ci ha lasciato pagine memorabili (S. Caterina da Siena, S. Alfonso Maria dei Liguori) sulla situazione di angoscia, di disperazione e di terrore con la quale i peccatori impenitenti entrano in agonia circondati dalle schiere fameliche dell’inferno, che vogliono a tutti i costi trascinare con sé un’anima nella perdizione eterna. Lontani da Dio e sotto il potere delle tenebre, l’uomo sperimenta l’inferno già su questa terra. Satana lo illude di vivere, ma in realtà è un morto che cammina. Potremmo descrivere l’itinerario esistenziale che porta alla confessione come in tragitto dal tormento alla pace.
La pace che subentra con l’assoluzione del sacerdote viene da Dio. E’ un dono della sua infinita misericordia che l’uomo non potrebbe mai darsi da solo. L’uomo è stato creato per Dio e il suo cuore non può trovare la pace lontano dal suo Creatore. “Ci hai fatti per Te, Signore, esclamava S. Agostino, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”. Nel sacramento della confessione l’uomo chiede perdono a Dio. Gli presenta il suo cuore umile e contrito. Si impegna sinceramente di non allontanarsi più nell’infedeltà e nell’oblio. Dio non attende che questo passo e concede il suo perdono totale e incondizionato. Ciò che Dio desidera non è la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Se ci si accosta al sacramento con fiducia e si crede che il Padre celeste ci accoglie di nuovo nella sua casa come figli, il cuore viene liberato dal peso opprimente della colpa e dall’intimo incomincia a zampillare la sorgente viva della gioia.
Non vi è gioia più grande sulla terra di quella di sentirsi accolti, perdonati e amati da Dio. Senza di essa le altre gioie della vita vengono offuscate. Sapere che sopra di noi splende il sole dell’amore divino che ci protegge, che veglia sui nostri passi, che ci tiene per mano, guidandoci verso il golfo di luce dell’eternità, dona una gioia che il mondo non conosce. Anche se la maggior parte degli uomini non ne è consapevole, ciò che rende triste e inquieta la loro vita è la lontananza da Dio. Anche chi non crede in Lui e lo nega, nel suo inconscio teme la sua esistenza e il suo giudizio. I progenitori che si nascondono dopo il peccato, sono l’immagine della vita vagabonda e clandestina lontana dal Creatore. Il peccato provoca una paura di Dio che invano si tenterebbe di esorcizzare. O siamo nelle mani della sua misericordia e in quelle della sua giustizia, faceva notare S. Caterina da Siena. Non vi è nulla di più dolce che sentirsi afferrati da una mano misericordiosa che non ci abbandonerà mai se noi non vogliamo.
La grazia del perdono rassicura la coscienza che cessa di rimordere. La pace della coscienza è uno dei più grandi doni che si possano avere nella vita. La coscienza è in pace quando sente su di sé l’approvazione di Dio. La paura del giudizio si dissolve come la nebbia al sole e tanto più si cresce in fiducia nella divina misericordia, tanto più il cuore si placa e si rasserena. La vita spirituale compie un passo decisivo. Si esce dalle nebbie del timore e si entra nella luce dell’amore. Il figliol prodigo forse aveva qualche timore prima di decidere il ritorno alla casa paterna. Ma poi, quando vede il Padre che lo attende, che gli corre incontro, che lo abbraccia e che dispone una grande festa, comprende la grandezza del perdono e si apre all’amore filiale.
La pace con Dio, che tuttavia è una conquista quotidiana, genera la pace con se stessi. Nella confessione abbiamo sperimentato la divina misericordia. Dio ci ha perdonato e ci ha accolti. Questo significa che anche noi dobbiamo accettare noi stessi e, pur desiderando di amare Dio sopra ogni cosa, dobbiamo accettare i nostri limiti e le inevitabili fragilità della nostra natura ferita. L’esperienza del perdono di Dio aiuta l’uomo a guardare a se stesso con i medesimi occhi con cui lo guarda il suo Creatore e Redentore. Dio ci insegna ad accettarci, a perdonarci e aver pietà di noi stessi, pur esigendo un deciso rifiuto del peccato che è il nostro nemico mortale.
La pace con Dio e con se stessi genera la pace con i fratelli. Come Dio ha perdonato a te, così tu sei invitato a perdonare a loro. Ora sei capace di guardarli con occhi nuovi e ti rendi conto che sono amati dal Signore come tu sei amato. Scopri che la pace con Dio genera la pace fra gli uomini.