
Pensiero Spirituale sul peccato, peggiore forma di schiavitù
Cari amici, il giorno di Natale del 2012 la Madonna è apparsa a Medjugorje con il Bambino tra le braccia. In quel giorno fu Gesù stesso a dare il Messaggio: «Io sono la vostra pace, vivete i miei Comandamenti», questo è senza dubbio un punto fondamentale per vivere il Natale. In questi giorni ho fatto diverse meditazioni che prospettano un cammino spirituale proprio per vivere la grazia della conversione, di una santa Confessione e di una vita nuova in Cristo. Questa è la migliore preparazione a una serie di prove che dovremo certamente affrontare perché il mondo possa uscire dal pantano nel quale sta affogando.
Gesù ci ha svelato la natura del peccato che è una forma di schiavitù e non di libertà, come invece si proclama nel mondo d’oggi. Chi fa il peccato è schiavo del peccato. È bene considerare la condizione di inquietudine e di illusoria libertà in cui ci si trova a causa della schiavitù dei peccati. Attraverso di essi, satana tiene in catene e trascina verso la perdizione eterna. Chiediamo a Gesù la luce per uscire dall’inganno e, con la Confessione, cambiare radicalmente la tua vita. Con l’assoluzione del sacerdote ci si sente creature nuove.
Dice Gesù: «In verità in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato» (Gv 8,34). La parola di Gesù smaschera il sottile inganno del maligno di presentare il peccato come la realizzazione della propria libertà, mentre i comandamenti di Dio sarebbero una imposizione restrittiva. Già nella madre di tutte le tentazioni, quella del Paradiso terrestre, è presente il veleno satanico della falsa autonomia: “Dio sa che, quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male” (Gn 3,5).
L’astuzia di satana sta nell’incitare alla ribellione presentando l’obbedienza come una rinuncia alla propria capacità di pensare e di decidere. Il maligno insinua che chi crede e obbedisce a Dio avrebbe gli occhi chiusi, cioè sarebbe incapace di intendere e di volere, come si usa dire oggi. L’accoglienza della verità rivelata paralizzerebbe l’intelligenza e impedirebbe all’uomo di scalare le vette del libero pensiero. Nel medesimo tempo la sottomissione alla divina volontà priverebbe l’uomo della propria libertà e della possibilità di decidere autonomamente della propria vita.
In questi sofismi il maligno immette molto di suo. Non bisogna dimenticare che il male ha un’origine angelica. Il primo peccato non è quello dei progenitori, ma degli angeli ribelli. Nello scenario del paradiso terrestre, quando la prima coppia è ancora rivestita di grazia e di santità, il male è già presente nella figura ambigua e contorta del serpente. Le sue parole sono frecce avvelenate che spingono l’uomo alla diffidenza e alla ribellione. In quel “diventerete come Dio”, vi è tutta l’arsura satanica di essere dio al posto di Dio. In che modo l’angelo ribelle e i suoi seguaci hanno pervertito se stessi, compiendo quel peccato che è la radice di ogni altro? Domanda fondamentale che ci consente, sulla scia della divina rivelazione, di risalire alla sorgente originaria del male e, per quanto possibile, di coglierlo nella sua essenza.
Quando Dio ha creato gli angeli e li ha costituiti in grazia, essi non hanno sopportato di essere “creature”, cioè dipendenti da Dio e a Lui sottomesse. Hanno pensato che il fatto di “dipendere” e di “obbedire” fosse un limite insopportabile per la loro intelligenza e la loro libertà. Hanno perciò negato la dipendenza e l’obbedienza, illudendosi così di “diventare come Dio”. In questo modo si sono pervertiti e, da angeli buoni che erano, si sono da se stessi trasformati in malvagi (Catechismo della Chiesa Cattolica 391). Il male è dunque nato come illusione della creatura di non dipendere dal suo Creatore e come rifiuto di accettare la volontà di Dio nell’orientamento del proprio essere. Alla radice del peccato degli uomini vi è il sofisma di satana che prospetta l’esistenza di Dio e della legge morale come un ostacolo alla realizzazione di sé.
L’uomo, ferito dal peccato originale, porta nella sua carne il virus primordiale del male. Egli fa fatica ad accettare che è una creatura e che il suo status esistenziale è quello della dipendenza. Eppure, non è difficile rendersi conto che non ci diamo il nostro essere da noi stessi. Lo riceviamo istante dopo istante come un dono immeritato. Gesù ce lo ricorda con parole che non passeranno mai: “E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?” (Mt 6, 27). Proprio perché è una creatura, e quindi un essere finito, l’uomo non può godere di una libertà assoluta. Non è lui a decidere che cosa è bene e che cosa è male. Le due strade sono già state fissate davanti ai suoi occhi. Lui può scegliere l’una e l’altra, ma di questa sua scelta deve accettare le conseguenze positive o negative.
La libertà creata, sia quella degli angeli come quella degli uomini, ha una caratteristica fondamentale, che invano cercheremmo di modificare. Essa è strutturata in modo tale per cui si realizza quando sceglie il bene e distrugge se stessa quando sceglie il male. Gli uomini concepiscono il libero arbitrio come la facoltà di fare ciò che si vuole. Si tratta però di una rappresentazione non solo parziale ma anche pericolosa. È vero che noi siamo liberi di scegliere e non solo fra i prodotti del supermercato. Tuttavia, specie nell’ambito morale, le scelte hanno una conseguenza che pesa sullo stesso esercizio della libertà. Se infatti noi scegliamo per il bene, sentiamo che il libero arbitrio si rafforza e che la volontà tiene saldamente in mano il timone della nostra vita. L’esperienza esistenziale ci dice che l’uomo si realizza nell’osservanza di quella legge morale che Dio ha impresso nella sua ragione. Gesù a questo riguardo ha pronunciato una sentenza inappellabile: “La verità vi farà liberi” (Gv 8,32).
La ragione di fondo per cui l’uomo diviene libero facendo il bene, risiede nel fatto che la libertà umana, anche se limitata, è immagine di quella divina. Dio, per quanto onnipotente, non può fare il male. Se lo facesse negherebbe se stesso come Dio. L’impossibilità di fare il male non limita affatto la libertà divina, che per sua natura è una sola cosa con il bene e la verità. La libertà umana, in quanto immagine di quella divina, è orientata al vero e al bene e in essi si realizza. Più uno avanza sulla via della verità e della santità e più è un uomo libero. Gli uomini più liberi in assoluto sono i santi. Nella loro vita si riflette la bellezza e la grandezza della libertà divina. Non si tratta di affermazioni astratte, in quanto ognuno può verificarne la solidità incontrando persone di questo genere.
Se avanzando lungo la via del bene l’uomo si sente sempre più libero, percorrendo quella del male si ritrova sempre più schiavo. Il male diviene un tiranno che lo domina. L’apostolo Paolo, quando parla di “schiavitù del peccato” (Rm 6,8), fa riferimento a una condizione esistenziale che gli uomini conoscono fin troppo bene. Mentre nell’esercizio delle virtù uno diviene padrone di se stesso, nel cedimento ai vizi e ai desideri dell’io egoistico uno perde la capacità di decidere. Il libero arbitrio viene pian piano risucchiato nella palude del vizio, dalla quale è impossibile uscire senza l’aiuto soprannaturale della grazia. Il peccato toglie la libertà e schiavizza persone. Se i santi fanno l’esperienza della libertà dei figli di Dio, i peccatori al contrario provano sulla loro pelle quanto sia spietata la tirannia dell’inferno.
Tuttavia, è sempre possibile la liberazione. Il peccato riduce il libero arbitrio in uno stato agonico. Chi è prigioniero del male non riuscirà mai a liberarsi da solo, anche se lo volesse. La sua è la fatica di Sisifo. San Paolo ha descritto questa situazione in una pagina immortale della lettera ai Romani: “Io so che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti, non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio…Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!” (Rm 7, 18-25). Solo la grazia può richiamare il libero arbitrio in vita e, attraverso la fatica dell’applicazione quotidiana al bene, ridargli la capacità di guidare la vita.
In questa prospettiva la confessione è un momento di grazia che ridona all’uomo la libertà perduta. Infatti, vengono spezzate le catene del peccato con le quali satana ci teneva legati a sé. Dopo l’assoluzione del sacerdote il cuore si sente leggero e in pace. È come se una macina da mulino ci fosse tolta dalle spalle. Allora ci si rende conto di quanto fosse illusoria la libertà di fare quello che si vuole. Nel medesimo tempo, sulla via della conversione, si comprende che la libertà, quella vera, che permette all’uomo di guidare se stesso, è una conquista quotidiana. Si comprende anche che l’umile obbedienza eleva la persona ad altezze celesti e che il compimento della volontà di Dio permette di realizzare la propria vita come un capolavoro per l’eternità.
Da “La Lettura cristiana della cronaca e della storia”