"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Agosto 2026 Pagina 9 di 31

“Santo Padre quale consiglio darebbe alle famiglie che vogliono vivere una vita santa?”

“Tutto è nelle mani di Dio. Pregate molto. Il Rosario, la Santa Messa, i sacramenti e molta pazienza, per favore”.

San Stanislao Kostka, un modello per i giovani

A TRECENTO ANNI DALLA CANONIZZAZIONE

La vita di questo santo gesuita polacco fu breve, ma straordinariamente feconda. Stanislao comprese che l’uomo non è fatto per la mediocrità, ma per la pienezza della vita in Cristo; non per accontentarsi di ciò che passa, ma per cercare ciò che ha valore eterno.

La Nuova Bussola – 19_08_2026 – Antonio Guido Filippazzi

Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata il 16 agosto 2026, a Rostkowo, da monsignor Antonio Guido Filipazzi, nunzio apostolico in Polonia, in vista del III centenario della canonizzazione di Stanislao Kostka (1550-1568), avvenuta il 31 dicembre 1726.

1. Cari fratelli e sorelle, a tutti voi il mio saluto e, per mio mezzo, anche il saluto del Santo Padre, in comunione con il quale celebriamo questa Santa Messa. Saluto in particolare il vostro Vescovo diocesano, che ringrazio per l’invito che mi ha rivolto ad essere qui oggi. Ci ritroviamo nel luogo della nascita di San Stanislao Kostka, per celebrare il terzo centenario della sua canonizzazione. Tre secoli fa la Chiesa riconobbe in quel giovane gesuita polacco, morto a soli diciotto anni, la perfezione della vita cristiana.

San Stanislao non è ricordato per le ricchezze, il prestigio o i successi terreni, ai quali rinunciò senza esitazione. È ricordato perché prese Dio sul serio. Credette che la chiamata del Signore meritasse tutto il suo cuore e tutta la sua vita. Ebbe il coraggio di mettere Cristo al primo posto. Nel motto tradizionalmente associato a lui – Ad maiora natus sum («Sono nato per cose più grandi») – è veramente racchiuso il segreto della sua esistenza. Stanislao comprese che l’uomo non è fatto per la mediocrità, ma per la pienezza della vita in Cristo; non per vivere ripiegato su se stesso, ma per donarsi; non per accontentarsi di ciò che passa, ma per cercare ciò che ha valore eterno.

La sua vita fu breve, ma straordinariamente feconda. La sua forza non risiedeva nelle doti umane, bensì nella potenza della grazia. Quando comprese che Dio lo chiamava, non cercò compromessi; quando incontrò ostacoli, non si lasciò paralizzare dalla paura. Scelse di seguire Cristo fino in fondo, con fiducia e perseveranza, sempre sostenuto dall’Eucaristia e guidato dalla Vergine Maria.

2. Ma oggi non siamo qui soltanto per ricordare il passato. Siamo qui per ascoltare ciò che San Stanislao dice oggi alla Chiesa.

A) Una prima lezione che il nostro Santo offre alla Chiesa riguarda lo sguardo da avere sui giovani.

Oggi ci interroghiamo su quali metodi e quali linguaggi adottare per annunciare il Vangelo ai giovani. La testimonianza del giovane Stanislao ci invita ad andare in profondità. La domanda decisiva non è soltanto come raggiungere i giovani, bensì quale ideale proporre loro. Talvolta siamo tentati di pensare che, per avvicinarli, sia necessario abbassare le esigenze del Vangelo, attenuarne la radicalità o rincorrere le attrattive effimere del mondo. La vita di San Stanislao ci insegna il contrario! I giovani non hanno bisogno di ideali piccoli, ma di orizzonti grandi e luminosi. Non chiedono che venga abbassata la cima della montagna, ma che qualcuno mostri loro la strada e li accompagni verso la vetta del monte, che è Cristo stesso.

San Stanislao ci ricorda che i giovani riconoscono il fascino delle cose grandi. La storia della Chiesa lo conferma: da Stanislao e Luigi Gonzaga fino a Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis: il Vangelo continua ad affascinare il cuore dei giovani quando è annunciato nella sua pienezza.

B) Una seconda lezione di San Stanislao riguarda l’azione pastorale della Chiesa verso i giovani.

Se i giovani sono fatti per la santità, allora la pastorale della Chiesa deve avere il coraggio di accompagnarli verso questa meta. Non basta organizzare attività o suscitare emozioni: occorre educare, formare, guidare. Educare significa non rassegnarsi alla mediocrità, ma aiutare i giovani a scoprire la bellezza di una vita pienamente donata a Cristo. Come diceva il grande Arcivescovo che mi ha ordinato sacerdote: «Ai giovani si deve chiedere tutto coraggiosamente… Essi hanno sete di ideale ed amano veramente le cose complete, anche se scomode. La storia della giovinezza è stata e sarà sempre la storia delle grandi dedizioni» (G. Siri). E aggiungeva: «I giovani si precedono, non si seguono»!

I giovani devono essere ascoltati e amati. Ma la Chiesa li accompagna non perché rimangano come sono, bensì perché incontrino Cristo, conoscano la verità, scoprano la propria vocazione e crescano fino alla santità. Per questo la pastorale giovanile deve condurre a Cristo attraverso un autentico cammino di fede: la vita sacramentale, la preghiera, l’esercizio delle virtù e l’educazione allo spirito di sacrificio, senza il quale non esiste il vero amore.

C) Infine, San Stanislao ci ricorda una verità fondamentale circa la santità stessa.

Si pensa talvolta che la santità sia un’aggiunta facoltativa alla vita umana. Si sente spesso ripetere che si deve diventare più uomini. Ma la fede della Chiesa ci insegna che l’uomo diventa pienamente se stesso proprio giungendo alla santità.

Come ci ha ricordato l’Apostolo nella seconda lettura, Cristo ha vinto la morte, e in Lui tutta l’umanità è chiamata alla gloria. La santità è la partecipazione alla sua vittoria: è l’opera della grazia che trasforma il cuore dell’uomo e lo configura progressivamente a Cristo.

In Maria Assunta contempliamo ciò che la grazia di Cristo desidera realizzare in ogni uomo e in ogni donna. Anche San Stanislao testimonia questa verità: egli non è stato meno uomo perché santo; al contrario, è diventato pienamente uomo proprio perché ha lasciato che Cristo trasformasse tutta la sua esistenza. I santi sono gli uomini e le donne più autentici e più liberi della storia. Per questo, se desideriamo una società più giusta, delle famiglie più salde e un mondo più umano, dobbiamo desiderare santi. È attraverso di loro che Cristo continua a rinnovare la faccia della terra.

3. Cari fratelli e sorelle, dalla terra natale del loro Patrono si elevi oggi un’intensa preghiera per tutti i giovani. Si elevi anche una preghiera per la Chiesa a Płock, in Polonia, in Europa e nel mondo intero, chiamata ad essere Madre e Maestra dei giovani.

Preghiamo perché i giovani non perdano mai il desiderio della santità. Preghiamo affinché nessuno spenga nei loro cuori la sete dell’infinito, impoverisca i loro ideali o li persuada che la santità sia irraggiungibile. E preghiamo affinché la Chiesa sappia sempre accompagnarli con amore, educarli con sapienza e guidarli con coraggio sulla via di Cristo.

La liturgia ci ha fatto pregare perché, contemplando Maria assunta nella gloria, viviamo «costantemente rivolti ai beni eterni». Questa preghiera riassume bene la vita del nostro Santo: un giovane che non si lasciò imprigionare dall’orizzonte delle realtà passeggere, ma tenne fisso lo sguardo sulla meta eterna preparata da Dio per i suoi figli. Ora, nella gloria del cielo, San Stanislao può fare sue le parole del Magnificat appena ascoltato: «Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente».

Dalla sua Rostkowo, egli continua ancora oggi a rivolgere ai giovani e a tutta la Chiesa il suo invito: Ad maiora natus sum – «Sono nato per cose più grandi».

Sì, siamo nati per cose più grandi. Siamo nati per Cristo. E in Cristo siamo nati per la santità. Qui sta la vera grandezza dell’uomo, la pienezza della sua vocazione e la speranza del mondo. Amen.

San Bernardo di Chiaravalle

autore: Jeronimo De Espinosa anno: XVII sec. titolo: San Bernardo di Chiaravalle caricato degli strumenti della Passione

Nome: San Bernardo di Chiaravalle

Titolo: Abate e dottore della Chiesa

Nascita: 1090, Dijon, Francia

Morte: 20 agosto 1153, Chiaravalle-Clairvaux

Ricorrenza: 20 agosto

Martirologio: edizione 2004

Canonizzazione:
1174, Anagni, Frosinone, papa Alessandro III

Luogo reliquie: Cattedrale di Troyes

Bernardo nacque l’anno 1090 nel castello di Fontaine, presso Dijon. Suo padre Techelino era uno dei più cospicui uomini del tempo e sua madre Aletta era parente dei duchi di Borgogna; entrambi però splendevano più per pietà che per ricchezza. Appena nato Bernardo, la piissima madre, non contenta di offrirlo solamente a Dio come aveva fatto degli altri suoi figli, lo destinò in modo particolare al servizio della Chiesa. Educato santamente fu mandato a Chatillon per compiere gli studi nel collegio dei canonici di quella città. Bernardo, quantunque giovanetto, amava star ritirato; era sempre raccolto, docile, affabile e cortese con tutti, e di una modestia singolare. La prontezza e la vivacità del suo ingegno facevano stupire i suoi maestri.


Ma se egli ascoltava le lezioni dei maestri, molto più era attratto dalla voce di Dio, che gli parlava internamente. Una notte di Natale gli comparve la Vergine Maria con in braccio il Bambino Gesù, e Bernardo fu talmente invaghito della divina bellezza del Redentore, che fu poi sempre devotissimo dell’Incarnazione. A 18 anni perdette la virtuosa sua madre. Intanto, compiuti gli studi della teologia e della Sacra Scrittura, ritornò alla casa paterna.

Vedendo quanto era pericoloso il vivere nel mondo, pensò di ritirarsi a vita monastica. Tutta la famiglia e l’intero parentado dapprima gli si opposero, ma egli con la sua grazia e cortesia seppe talmente difendere la sua causa, che poco dopo molti di quelli che s’erano opposti seguirono il suo esempio. Infatti i fratelli Guido, Gerardo, Bartolomeo, Andrea e lo zio Gondrino, signore di Tolone, lo seguirono nella vita monastica.

A questi si unirono altri, così che furono in trenta a seguire con lui la divina chiamata. Presentatisi al monastero, l’abate S. Stefano, vedendo il loro fervore e la loro risoluzione, li accettò con gioia. Fatta la professione dopo un anno di noviziato, Bernardo si diede con grandissimo fervore alla pratica della virtù. Spesso, per eccitarsi al fervore si domandava: « Bernardo, a che fine sei venuto qui? ».

Devotissimo di Maria SS. non lasciava passare giorno senza offrirle qualche ossequio speciale; in tutti poi cercava di diffondere la devozione alla gran Madre di Dio. E la Madonna molto gradiva l’amore di quell’anima santa. Un giorno, passando Bernardo davanti alla statua della Vergine, le rivolse il saluto angelico : « Ave Maria », ma lo disse con tanta grazia ed affetto, che dalla statua si sentì rispondere: « Ave Bernardo »

Morto S. Stefano, fu eletto abate con voto unanime Bernardo. Quantunque sempre malaticcio, tuttavia predicava ovunque con grande zelo, e le sue prediche erano talmente piene di grazia, che da ogni parte accorrevano ad udirlo, e molti lo seguivano, chiedendo di essere accettati nel monastero.

Nel 1119, un gruppo di cavalieri, guidati da Ugo di Payns, diede vita a un nuovo ordine monastico-militare destinato a cambiare la storia: l’Ordine dei Cavalieri del Tempio, conosciuto come i Templari. Con sede a Gerusalemme, l’Ordine aveva come missione principale la protezione dei pellegrini  cristiani lungo le pericolose strade della Terra Santa. La loro causa ottenne un riconoscimento ufficiale nel 1128, quando Papa Onorio II approvò l’Ordine durante il concilio di Troyes. A ispirare la rigida regola dell’Ordine fu probabilmente San Bernardo di Chiaravalle, una delle figure religiose più influenti dell’epoca.

San Bernardo non fu solo un sostenitore dei Templari, ma anche un attivo partecipante nelle questioni politiche e religiose del suo tempo. Appoggiò Tibaldo II, conte di Champagne, in una disputa contro il re Luigi VII, e svolse un ruolo centrale nella repressione del Comune di Reims nel 1140, dove dimostrò il suo rigido controllo su questioni di fede e ordine.

Uno degli episodi più famosi della sua vita fu il conflitto con il filosofo Pietro Abelardo. Bernardo accusò Abelardo di diffondere idee teologiche errate e riuscì a farlo condannare nel concilio di Sens del 1140, nonostante le accuse fossero basate su interpretazioni discutibili delle opere del filosofo. Questo scontro tra due delle menti più brillanti del tempo segnò profondamente il dibattito intellettuale e religioso del XII secolo.

Bernardo si distinse anche nella lotta contro le eresie che minacciavano l’ortodossia cattolica. Nel 1145, Papa Eugenio III, un suo ex discepolo diventato papa, lo incaricò di predicare la Seconda Crociata. Bernardo, con la sua eloquenza, riuscì a mobilitare non solo i francesi, ma anche i tedeschi. Tuttavia, la crociata si rivelò un disastro, con il fallito assalto a Damasco. Bernardo attribuì la sconfitta ai peccati dei crociati, un tema che riprese nel suo trattato La considerazione.

Una delle leggende più curiose su San Bernardo racconta di un episodio avvenuto durante un viaggio a Vigevano, dove avrebbe catturato un diavolo che cercava di sabotare il suo carro. Il demone fu successivamente bruciato dai cittadini di Vigevano, un evento che viene ancora oggi commemorato con un rituale locale. 

In Bernardo si vide meravigliosamente accoppiata la santità con la sapienza: è chiamato il Dottore mellifluo. Numerosissime sono le sue opere, e per i suoi numerosi, alti e sapienti scritti sulle grandezze della Madre di Dio, venne chiamato il cantore di Maria. 

Dopo una vita così santa e attiva, spirò il 20 agosto 1153 a 62 anni. La Chiesa lo onora col titolo di dottore.

Le reliquie di san Bernardo di Chiaravalle sono custodite principalmente nella Cattedrale di Troyes, in Francia, dove si trova parte della sua testa. Questa è l’unica reliquia sopravvissuta alla rivoluzione francese, mentre il resto delle sue spoglie è andato distrutto. Oltre a quella di Troyes, un’altra porzione molto piccola è conservata in Italia, nella chiesa collegiata di Fiorenzuola: è stata donata di recente all’abbazia di Chiaravalle della Colomba, nei pressi di Piacenza.

I Messaggi della Madonna a Mirjana – di P. Livio – Puntata 14 – “Solo attraverso l’amore di Dio si ottiene l’eternità” – Messaggio del 2 ottobre 2006

«Cari figli, Vengo a voi in questo vostro tempo per rivolgervi la chiamata per l’eternità. Questa è la chiamata dell’amore, Vi invito ad amare, perché solo attraverso l’amore conoscerete l’amore di Dio. Molti di voi pensano che hanno fede in Dio e che conoscono le sue leggi. Si sforzano di vivere secondo esse, ma non fanno ciò che è più importante non Lo amano. Figli miei pregate, digiunate. Questa è la strada che vi aiuterà ad aprirvi e ad amare. Solo attraverso l’amore di Dio si ottiene l’eternità. Io sono con voi, io vi guiderò con amore materno. Grazie perché avete risposto». Poi la Gospa ha aggiunto: «Figli miei, i Sacerdoti hanno le mani benedette da mio Figlio. Rispettateli!» (Messaggio del 2 ottobre 2006)

È un Messaggio bellissimo, che sollecita la parte più profonda di noi stessi a venire alla luce e cioè il desiderio di Dio, il desiderio di amore, il desiderio di eternità. Quando alla veggente Mirjana è stato chiesto quale fosse il Messaggio più importante della Regina della pace, ha risposto senza esitazione che secondo lei era l’invito all’amore.

Questo Messaggio va collocato nel nostro tempo. I Messaggi del 2 del mese sono dati nel ventennio in cui si è consumata l’apostasia del mondo moderno nel suo rifiuto della fede e della Croce. L’umanità ha rifiutato il Cielo, ha rifiutato una visione della vita che si apre all’eternità e si propone una visione della vita che va dalla nascita alla morte come se questa Terra fosse la nostra casa e non una zattera di passaggio sulla quale navigare per approdare all’eternità.

Abbiamo degradato noi stessi a degli animali che non hanno un’anima spirituale immortale, ci siamo identificati con il nostro corpo e abbiamo deciso che la Terra è la nostra patria dalla quale veniamo e alla quale ritorniamo. Ci siamo materializzati, ci siamo identificati con le cose che passano e che sono effimere. La Madonna è venuta dal Cielo verso la Terra per chiamarci verso l’eternità, per dire che noi veniamo da Dio e a Lui dobbiamo ritornare. La Regina della pace è venuta per risvegliare in noi il desiderio di vita eterna, il desiderio delle cose che non passano, il desiderio di ciò che è bello, buono e santo. Sulla Terra tutto passa e tutto finisce nel tempo che ogni cosa divora.

In questa palude del tempo nella quale ci troviamo ci azzanniamo gli uni gli altri per divorare quel poco che c’è e accumuliamo quello che riusciamo ad arraffare come se questo fosse il fine della vita. Dentro di noi c’è la chiamata verso l’eternità che è legata a un cambiamento di atteggiamento interiore che non dev’essere quello del possedere egoisticamente ma, in questa situazione transitoria nella quale ci troviamo, possiamo aprirci all’eternità aprendoci all’amore di Dio che scende nei nostri cuori, li purifica, li eleva, li rende capaci di amare gli altri e trasforma la palude nella quale viviamo in un bel giardino nel quale già pregustare la dolcezza e la bellezza delle cose eterne.

Questo Messaggio è una chiamata all’amore, a uscire fuori dal groviglio di vipere in cui siamo intrappolati. La Madonna ci invita ad amare perché soltanto così possiamo conoscere l’amore di Dio. Se facciamo questo atto di corrispondenza alla grazia, mortificando il nostro egoismo, mortificando le bocche avide dei sette vizi capitali che sono ingorde e mai sazie, la vita cambia radicalmente. È un’esperienza che molti fanno perché la grazia dello Spirito Santo agisce nei cuori e li porta alla conversione. Chi si converte esce dalla palude del mondo ed entra in una realtà dove la pratica dell’amore trasforma le cose.

La Madonna ci invita ad aprire il nostro cuore all’amore di Dio affinché pregustiamo l’eternità del Cielo che è la meta alla quale dobbiamo tendere. Molti, però, rimangono chiusi in questi ambiti oscuri di finitezza e di egoismo, dicono di aver fede in Dio ma vivono secondo queste pratiche esteriori ma non amano Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stessi. La qualità della nostra religiosità si misura nell’amore che abbiamo per Dio, nel fare la sua volontà, nell’amore per Cristo umile e povero. Ma se le pratiche varie non sono animate dall’amore di Dio non si raggiunge il fine; tutto il resto è finalizzato alla conoscenza di Dio, all’apertura al suo amore, alla richiesta del suo amore. L’amore di Dio ci trasforma.

La Madonna ci dice che se vogliamo uscire dal farisaismo dobbiamo pregare e digiunare. La preghiera è lo sforzo di aprire il cuore a Dio per ricevere la sua luce e il suo amore che ci trasformano. Il digiuno è la rinuncia ai desideri della carne, è la mortificazione della fame di mondo e quindi l’orgoglio, la prepotenza, la supponenza, la cattiveria, la vana gloria. Il digiuno è la rinuncia alle seduzioni del mondo. Il digiuno del corpo ci prepara a rinunciare alle vanità del mondo.

La Madonna ci porta al cuore stesso della fede che è un rapporto con Dio in cui lo si ama sopra ogni cosa e si ama il prossimo come noi stessi. È la sintesi della fede e la sintesi della morale che vanno applicate quotidianamente con il combattimento spirituale. Se non amiamo Dio non ci salviamo. Se non apriamo il cuore all’amore per Dio e per il prossimo non possiamo salvarci. Solo attraverso l’amore di Dio si ottiene l’eternità. Chiediamo questa grazia allo Spirito Santo che è l’amore di Dio, perché entri nei nostri cuori e li elevi, perché faccia nascere in noi la fame di purezza e di santità, la fame di essere buoni e caritatevoli, la fame di cambiare noi stessi a immagine di Cristo.

La Madonna ci guida con amore materno verso l’eternità insegnandoci ad amare Dio sopra ogni cosa, il nostro prossimo come noi stessi. Chiediamoci che progressi abbiamo fatto. Nel cammino spirituale siamo sempre in tempo a riprendere da capo, purché abbiamo l’umiltà di chiedere perdono e il fermo proposito di mettere Dio e il suo amore al primo posto nella nostra vita.

La chiusura del Messaggio è dedicata ai Pastori della Chiesa ed è una caratteristica dei Messaggi a Mirjana. È un invito ad apprezzare quelli che Gesù ha scelto come suoi Ministri della grazia, del perdono, dell’insegnamento della Verità e pregare per loro perché siano sempre all’altezza della loro vocazione. La Madonna ci ha dato moltissimi Messaggi per ricordarci che i Pastori della Chiesa rappresentano Suo Figlio.

I Sacramenti – 4. Il carattere permanente di alcuni Sacramenti

I Sacramenti si possono ricevere alcuni più volte, altri una volta sola. Si ricevono una volta sola il Battesimo, la Cresima e l’Ordine; la Confessione e l’Eucarestia si possono ricevere più volte. L’amministrazione del Sacramento può essere ripetuta solo nel caso in cui ci sia fondato dubbio che in precedenza non sia stato validamente amministrato.

Il Battesimo, la Cresima e l’Ordine si ricevono una volta sola perché imprimono nell’anima un carattere permanente. Il carattere è un segno distintivo spirituale che non si cancella mai; la parola carattere deriva dal greco sphragís (σφραγίς) che significa sigillo, è un timbro indelebile che non si può mai cancellare. Una persona battezzata riceve il carattere tipico del cristiano che non si può più cancellare. Oggi molti pensano che basta farsi depennare dai registri parrocchiali per smettere di essere cristiani, si tratta solo di una chiusura burocratica e non spirituale perché il carattere permane, è incancellabile. Il Battesimo imprime nell’anima il carattere di Cristiano, la Cresima quello di soldato di Gesù Cristo, l’Ordine quello di Ministro di Dio.

Il Battesimo è una nascita spirituale, è bello ricordarlo insieme al giorno del compleanno perché mediante questo Sacramento si nasce come figli di Dio. È molto importante avere la consapevolezza che il Battesimo imprime nell’anima un sigillo di appartenenza a Cristo della quale dobbiamo essere umilmente fieri. Appartenere a Cristo significa essere una sola cosa con Lui, appartenere al suo corpo, partecipare alla sua natura umana unita alla sua divinità; grazie al Battesimo possiamo conoscere il Padre nell’amore dello Spirito Santo, uniti al Verbo. Mediante il Sacramento del Battesimo possiamo amare il Padre nella comunione trinitaria delle tre Persone divine, in unione con il Figlio. Il fatto che il sigillo del Battesimo sia incancellabile è un grande dono.

Il Battesimo imprime nell’anima il carattere di cristiano; in un bellissimo Messaggio la Madonna ci ha invitato a riscoprire questa grazia: «Cari figli, oggi vi invito a comprendere la vostra vocazione cristiana. Figlioli, io vi ho guidato e vi sto guidando in questo tempo di grazia, affinché diventiate coscienti della vostra vocazione cristiana. I santi martiri morivano testimoniando: “Io sono cristiano e amo Dio sopra ogni cosa”. Figlioli, anche oggi vi invito a gioire e a essere cristiani gioiosi, responsabili e coscienti che Dio vi ha invitati in modo speciale a diventare mani gioiosamente tese verso coloro che non credono. Perché, con l’esempio della vostra vita, ricevano fede e amore per Dio. Perciò pregate, pregate, pregate, affinché il vostro cuore si apra e sia sensibile per la Parola di Dio. Grazie per aver risposto alla mia chiamata». (25 novembre 1997). Dobbiamo avere l’umile fierezza di essere cristiani, è un dono di grazia; gli effetti del Battesimo, poi, sono straordinari perché mediante questo Sacramento veniamo sottratti al potere del maligno, viene cancellato il peccato originale e diventiamo tempio della Santissima Trinità, apparteniamo a Dio. La consapevolezza di questo sigillo che c’è in noi ci deve accompagnare durante la giornata.

Il Sacramento della Cresima fa della persona che lo riceve un soldato di Cristo, si tratta ovviamente di una militanza spirituale. Con la Cresima siamo abili e arruolati nella schiera dei testimoni di Cristo disposti anche a dare la propria vita per la fede proprio perché lo Spirito Santo ci riveste della sua forza. Molte volte abbiamo paura, nascondiamo la nostra identità cristiana; dovremmo invece prendere esempio dai martiri. Il Battesimo e la Cresima sono Sacramenti che trasformano la vita di una persona.

Il carattere del battesimo ci abilita al sacerdozio laico, dei fedeli, grazie al quale si può partecipare alla vita liturgica della Chiesa; con il Sacramento dell’Ordine si diventa Pastori della Chiesa. Solo al sacerdote Dio ha dato il potere di rimettere i peccati, di pascere il gregge, di celebrare l’Eucarestia. Questo è un sigillo particolare ed è incancellabile, difatti nell’Ordinazione viene ripetuto un bellissimo versetto: “Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek”. Anche chi si spoglia del sacerdozio, si converte a un’altra religione, diventa un bestemmiatore o un nemico della fede, resta sempre e comunque un sacerdote.

Il sigillo del Battesimo, della Cresima e dell’Ordine è un dono di grazia perché è come un richiamo al fatto che Dio comunque è fedele al dono che ci ha dato e aspetta che torniamo sui nostri passi, ci pentiamo e ci professiamo coraggiosamente cristiani.

☕IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕

〽️LA STATUA DELLA MADONNA PIÙ ALTA IN EUROPA INAUGURATA IN POLONIA

A Konotopie, un piccolo centro della Polonia di circa 150 abitanti, è stata consacrata e inaugurata una gigantesca statua della Madonna.

È alta in tutto 55,6 metri: più del Cristo Redentore di Rio de Janeiro in Brasile.
Secondo le autorità polacche, è la più alta statua di Maria in Europa (nelle Filippine c’è una torre con le sembianze di Maria alta 98 metri).

La statua poggia sopra un basamento di 15 metri e ha superato un altro monumento analogo in Polonia: la statua di Cristo Re, inaugurata nel 2010 a Świebodzin e alta 52 metri.

🟢P. LIVIO🟢 SCRIVO A VOI GIOVANI PERCHE’ SIETE FORTI – Catechesi di P. Livio – Puntata 25

La preghiera? È la prima forma di disarmo. La pace secondo Leone. E Agostino

di Paola Muller

Per papa Prevost, la pace non è anzitutto un obiettivo geopolitico ma una forma dell’anima che nasce dalla conversione interiore e solo da lì può irradiarsi nella storia. Una visione che rilancia la lezione del vescovo d’Ippona

18 agosto 2026 – Avvenire

Il pontificato di Leone XIV è segnato da un insistente richiamo alla pace. La pace di cui parla il Pontefice non è anzitutto un obiettivo geopolitico né un equilibrio tra interessi contrapposti: è una forma dell’anima, una disposizione del cuore, una realtà che nasce dalla conversione interiore e soltanto da lì può irradiarsi nella storia. È difficile non raccogliere, dietro questa impostazione, briciole del pensiero di Agostino.

Non è un caso che il primo saluto di Leone XIV sia stato proprio quello del Risorto: «La pace sia con tutti voi». Da allora quelle parole sono diventate il filo rosso del suo magistero, come richiama il recente volume della Libreria Editrice Vaticana, Disarmata e disarmante. La pace è un dono . Il Papa insiste che la pace cristiana non è semplice assenza di guerra, ma un dono che proviene da Cristo e trasforma chi lo accoglie. La sua origine non è politica, ma teologica.

Questa prospettiva è profondamente agostiniana. Per il vescovo d’Ippona la pace è tranquillitas ordinis : la tranquillità che scaturisce quando ogni realtà trova il proprio giusto posto nell’ordine dell’amore. Non si tratta di un ordine imposto dalla forza, ma della giusta armonia delle relazioni: dell’uomo con Dio, dell’uomo con se stesso, degli uomini tra loro. Finché il cuore rimane disordinato, anche la società produrrà inevitabilmente conflitti. La guerra nasce nell’interiorità dell’uomo.

In questa puntata di LeoPop raccontiamo cosa c’entrano Agostino, la ricerca della verità e la fraternità con lo stile di Papa Leone XIV

È significativo che Leone XIV torni più volte proprio su questo punto. «Il cuore è il campo di battaglia più importante». Lì si combatte la vera lotta contro l’orgoglio, l’avidità, la volontà di dominio; solo cuori riconciliati possono costruire un mondo riconciliato.

Ecco ancora Agostino: il male è un amore deviato, un desiderio che ha smarrito il suo vero oggetto. Il disordine del mondo riflette sempre un disordine del cuore. Per questo ogni autentica riforma della convivenza deve passare attraverso una riforma dell’interiorità. La pace politica, senza la pace dell’anima, rimane inevitabilmente fragile.

Anche nel rifiuto di considerare la pace un’utopia irraggiungibile, Leone XIV richiama direttamente Agostino: «Non è difficile possedere la pace… se la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano» ( Discorso 357.1). Non è un ingenuo ottimismo. Agostino vuole dire che la pace è un bene già offerto da Dio, che attende di essere accolto.

Questa convinzione attraversa l’intero magistero di Leone XIV. La pace non è il risultato esclusivo delle strategie diplomatiche, pur necessarie; è anzitutto una grazia che domanda collaborazione. Per questo il Papa insiste tanto sulla preghiera. Agli occhi del mondo, essa può apparire impotente; nella prospettiva cristiana, invece, rappresenta la prima forma di disarmo. «Pregando, disarmiamo il nostro ego», scrive. È l’affermazione agostiniana secondo cui ogni trasformazione sociale prende avvio dalla conversione del desiderio.

Ma vi è un ulteriore elemento che rende riconoscibile l’impronta di Agostino. Leone XIV parla della pace sempre in relazione al bene comune. La denuncia del nazionalismo esasperato, della ricerca dell’interesse particolare, della logica della sopraffazione non nasce soltanto da considerazioni politiche. Essa poggia su una precisa antropologia: l’uomo realizza se stesso soltanto nella comunione.

Anche qui Agostino offre la chiave interpretativa. Nel De civitate Dei le due città sono due amori: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio e l’amore di Dio fino al dono di sé. La storia è il luogo in cui questi due orientamenti del cuore si intrecciano continuamente. Per questo nessuna pace autentica può essere costruita sull’affermazione egoistica del proprio interesse. Ogni pace fondata sulla forza contiene già in sé il germe della propria dissoluzione.

Si comprende allora perché Leone XIV utilizzi spesso espressioni come “dialogo”, “riconciliazione”, “incontro”, “mediazione”. Non si tratta di categorie diplomatiche aggiunte successivamente alla fede, ma della traduzione storica di una visione teologica dell’uomo. L’altro non è un ostacolo da neutralizzare, ma qualcuno con cui ricostruire una comunione ferita.

In un’epoca che tende a cercare la pace esclusivamente nelle architetture istituzionali, Leone XIV ricorda che nessun equilibrio internazionale sarà stabile se il cuore umano rimarrà dominato dalla paura, dall’avidità e dalla volontà di potenza. Non sminuisce il valore della diplomazia; ne indica piuttosto il fondamento più profondo.

Agostino aveva scritto che la pace è «la tranquillità dell’ordine». Leone XIV sembra tradurre oggi quella formula nel linguaggio del XXI secolo. Una pace “disarmata e disarmante” è quella che nasce da uomini finalmente disarmati dentro di sé. Solo quando il cuore rinuncia a dominare può imparare a custodire. E solo allora la pace cessa di essere una parentesi tra due guerre per diventare, davvero, una forma della vita umana.

🟢LIVE P. LIVIO🟢 LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA – 19/08/2026

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