Credo, mio Dio
di essere innanzi a te
che mi guardi ed ascolti le mie preghiere.
Tu sei tanto grande e tanto santo: io ti adoro.
Tu mi hai dato tutto: io ti ringrazio.
Tu sei stato tanto offeso da me: io ti chiedo perdono con tutto il cuore.
Amen
Mese: Luglio 2026 Pagina 16 di 35

La coda è la forma fondamentale di organizzazione sociale e controllo politico in Russia. Un’immagine dell’esistenza comunitaria, per cui in alto c’è lo Stato onnipotente che distribuisce i benefici, in basso c’è il popolo supplicante, organizzato in un’unica catena.
di Stefano Caprio
Asia News – 18 luglio 2026
Vladimir Putin aveva promesso di riportare i russi alla grandezza dell’Urss, ed ecco che le code alla stazione di servizio, provocate dai martellamenti dei droni ucraini sugli impianti petroliferi, sono tornate di attualità: centinaia di auto si mettono in fila in tutta la Russia, raggiungendo proporzioni epiche nella regione siberiana del Transbajkal, dove gli automobilisti restano in coda per 15-17 ore, a volte anche più di un giorno, intrattenendosi con litigi e risse. In alcuni luoghi, la polizia e la Guardia nazionale mantengono l’ordine con indolenza e condiscendenza, in altri ci sono i cosacchi con le fruste, che conferiscono un sapore etnico e folcloristico alla drammatica situazione.
Lo stress accumulato viene sfogato in video con monologhi ironici o depressivi degli automobilisti in coda, che invadono i social media, un modo davvero infallibile per incanalare in ogni senso il malcontento sociale. Nel complesso la popolazione sta reagendo alla nuova penuria con una sana dose di fatalismo e stoicismo, allo slogan “i nostri antenati sono rimasti saldi, e lo saremo anche noi!”. Come afferma Sergej Medvedev, storico e giornalista, conduttore della serie di programmi “Archeologia” di Radio Svoboda, i corrispondenti delle due capitali di Mosca e San Pietroburgo confermano che la gente si sta dimostrando comprensiva riguardo alle code ai distributori di benzina, definendole con ottimismo “difficoltà temporanee”.
Stanno tornando i metodi classici dei tempi sovietici per far fronte alla penuria: alcuni cercano conoscenze, un agente di sicurezza fidato o un impiegato del municipio con accesso prioritario a una pompa, altri girano per la città di notte alla ricerca di un distributore aperto, e altri ancora installano protezioni aggiuntive sui tappi dei serbatoi, perché cittadini intraprendenti rubano benzina dalle auto parcheggiate nei cortili di notte, un altro nostalgico saluto dall’Urss. Le taniche da venti litri sono tornate sui balconi e la spia del motore si accende sempre più spesso sui cruscotti, segno che il carburante viene spudoratamente adulterato. Alcuni hanno provato i mezzi pubblici che non usavano da trent’anni, e sono rimasti piacevolmente sorpresi di constatare quanto siano migliorati gli autobus elettrici e i treni della metropolitana sotto la guida del “sindaco eterno” di Mosca, Sergej Sobjanin. La questione dell’origine di queste code, delle sue cosiddette “cause profonde”, viene completamente ignorata, così come viene evitata la stessa parola “guerra”: la carenza di benzina è percepita come una “calamità naturale”, un fatto da accettare periodicamente.
Medvedev ricorda la sua giovinezza, la Mosca dei primi anni Novanta, “la mia fiammante Lada, le inebrianti notti d’estate profumate di pioppi e lillà, le lunghe code di due o tre ore al distributore di benzina di via Minskaja a Mosca, le pause sigaretta con i vicini, le conversazioni sulla vita e il senso di cameratismo che nasceva in questo organismo sociale unito da un obiettivo comune, con una finestra sul paradiso tanto ambita: lo sportello del benzinaio con il cartello Niente benzina”. Si ricordano anche le code del tardo autunno del 1991, quando nell’impasse della perestrojka gorbacioviana si verificò il cosiddetto blocco alimentare di Mosca e il pane era difficile da trovare, ma un panificio cooperativo georgiano aprì all’ingresso di un grande edificio dell’epoca staliniana in piazza Majakovskij, ora piazza Triumfalnaja, dove si trova l’Hotel Pekin. Per comprare un paio di lavaš, la gustosa focaccia georgiana, bisognava mettersi in fila presto la sera, i clienti arrivavano in auto da quartieri lontani, a piedi dai quartieri di Tišinka e dai Patriaršye Prudi di memoria del “Maestro e Margherita” di Mikhail Bulgakov, e si mettevano in fila silenziosamente sotto un alto portone pieno di spifferi.
Medvedev era in fila con loro, avvolto in una sciarpa, ripensando ai racconti della madre sulle file per il pane durante la guerra, nel freddo buio prima dell’alba, quando la gente si stringeva l’una all’altra e si dondolava per scaldarsi “e anche noi eravamo lì, in piedi sotto un portone pieno di spifferi, nel vento gelido della storia russa, la cui bellezza sta nel fatto che ti offre sempre un termine di paragone per le tue sofferenze e difficoltà attuali, per rassicurarti che oggi non è poi così male”. Verso l’alba, il profumo del pane appena sfornato cominciava a diffondersi da sotto la porta, e mezz’ora dopo si poteva tenere tra le mani tre lavaš caldi e croccanti, staccandoli a pezzetti e cominciando a mangiarli mentre si tornava a casa.
Lo stesso approccio retrospettivo e ottimista alla situazione delle code viene adottato oggi anche dai propagandisti interni: “A proposito, tutto questo è già successo, amici, e va bene così, siamo sopravvissuti”, ammonisce la famosa giornalista Ksenia Sobčak sul suo canale. “Niente benzina? Ricordo ancora quando il cibo era razionato”, rimprovera la conduttrice Margarita Simonyan ai suoi concittadini, abbandonandosi a nostalgici ricordi di quando portava secchi d’acqua a Krasnodar (“e non Coca-Cola!”), e il “corrispondente di guerra” Dmitry Stejšin descrive la situazione della benzina come “le convulsioni della psicosi consumistica”.
La coda in generale è la forma fondamentale di organizzazione sociale e controllo politico in Russia. Secondo il sociologo Simon Kordonskij, il Paese è governato da uno “Stato delle risorse”, il cui compito principale è la distribuzione delle risorse, in cui l’accesso ai beni è determinato dalla posizione dell’individuo nel sistema di potere. In Russia, le risorse sono monopolizzate dallo Stato e la società è divisa tra coloro che vi hanno accesso privilegiato, le “autorità”, e coloro il cui accesso è limitato, “il popolo”, in possessori e richiedenti. La scarsità crea immediatamente delle gerarchie: al vertice della piramide della benzina c’è l’esercito, i cui bisogni vengono soddisfatti prima di tutto, gli alti funzionari e le forze di sicurezza; dietro di loro vengono i deputati, le principali società statali, i servizi comunali e di emergenza, e ognuno ha la propria quota da inserire nel gasdotto. Alla base della piramide ci sono gli aventi diritto alla benzina in via residuale; il loro destino sono le lamentele, principalmente sotto forma di video sui social network, e le code alle stazioni di servizio.
Resta un divario tra le autorità e il popolo, una zona grigia in cui compaiono vari “schemi” di intermediari, rivenditori, buoni benzina (un altro saluto dal passato sovietico) e nasce un vasto e convulso mercato nero. La principale via di accesso alla risorsa, e strumento di controllo sociale, resta comunque la coda, dove le persone scambiano il tempo della propria vita con un bene scarseggiante. Il cittadino sovietico medio trascorreva fino a due ore in fila ogni giorno, per un totale di circa 15 ore a settimana; circa il 25% di tutto il tempo libero è stato trascorso in fila, e per i pensionati questa cifra raggiungeva il 40%.
Alla fine del socialismo, lo scrittore Vladimir Sorokin ha scritto la sua storia d’esordio intitolata proprio La Coda, in cui tutta l’azione si svolge in una fila di più giorni per una carenza di materiale sconosciuto, che si estende attraverso diversi cortili di Mosca, nella quale i personaggi si incontrano, parlano, discutono, mangiano, flirtano, fanno l’amore. La coda si trasforma in un corpo collettivo, l’attesa è più importante della meta di cui neanche si sa l’effettiva natura, ed è difficile trovare una metafora più precisa della vita sovietica. In realtà non si tratta solo di quella sovietica: la coda è un vincolo della natura della Russia, un’immagine dell’esistenza comunitaria, per cui in alto c’è lo Stato onnipotente che distribuisce i benefici, in basso c’è il popolo supplicante, organizzato in un’unica catena. “Più lunga è la coda, più forte è la Russia!”, assicura Medvedev.
Nell’era dell’apertura all’economia di mercato, anche le persone post-sovietiche si mettevano in fila alla prima occasione. Si ricordano la coda epica per un concerto del cantante russo Aleksej Serov, in cui la folla alla fine ha sfondato le porte della Galleria Tretjakov, la coda per una mostra del pittore ottocentesco Ivan Aivazovskij, la coda di devozione per la “cintura della Vergine” e per le reliquie di san Nicola Taumaturgo nella Cattedrale di Cristo Salvatore; recentemente c’è stata perfino una coda per Boris Nadeždin, candidato alternativo a Vladimir Putin, durante la raccolta delle firme per le elezioni presidenziali all’inizio del 2024, e lunghe ore di fila per votare presso i consolati russi nel marzo dello stesso anno. Putin ha poi ottenuto il 72% dei voti dei russi all’estero, quindi in sostanza si è trattato di una “coda per Putin”.
Ora questa è una coda tutta russa per la benzina, una situazione in cui si trovano tutte le regioni federali. Nelle ultime settimane, commenta Medvedev, “i miei amici e colleghi occidentali si sono spesso chiesti per quanto tempo i russi sopporteranno queste code, quando inizierà la rivolta dei contenitori vuoti? Uno mi ha chiesto direttamente: per quanto tempo? Al che ho risposto: fino ad allora”. È in altri Paesi che i deficit creano instabilità sociale e politica, mentre il russo, di fronte all’imperfezione dell’esistenza, non protesta, ma obbedientemente si mette in fila, senza chiedersi quale sia la causa principale.
Sede di Radio Maria Erba (CO)

I Segreti sono scomodi, soprattutto per chi non ci crede
Carissimo Padre Livio,
è da una settimana e mezza che non fa il suo consueto programma mattutino in Radio e le assicuro che ne sento molto la mancanza.
In particolare non sento più le sue importanti e illuminanti riflessioni sui Segreti. Ha forse ricevuto questa proibizione di parlarne come ha fatto da tanti anni? Mi è venuto questo molesto pensiero, visti i tempi che corrono.
In ogni caso le auguro buon riposo e un presto arrivederci ai microfoni di Radio Maria.
Ave Maria
Andrea da Padova
Caro Andrea,
io sono regolarmente nel mio ufficio ogni giorno, anche in questo periodo del mio riposo. In questi giorni ho ridotto al minimo la mia presenza ai microfoni (dieci minuti al mattino) perché le corde vocali ne hanno bisogno per fare il loro dovere quando è necessario.
Sono quarant’ anni che, ai microfoni di Radio Maria, io parlo quotidianamente delle apparizioni di Medjugorje, dei Messaggi della Regina della pace e dei Segreti, senza che nessuno me l’abbia mai proibito. (Eppure abbiamo avuto ben 4 Papi in questo lungo periodo).
Nel frattempo Radio Maria è divenuta la rete radiofonica cattolica più importante del mondo, con 130 sedi di trasmissione in 85 paesi dei cinque continenti; con trasmissioni in 83 lingue di cui 53 native africane; oltre 730.000.000 di persone raggiunte dal Segnale di radio frequenza di Radio Maria in 1021 Diocesi; la possibilità di ascoltare ovunque su un semplice cellulare tutte le 130 radio Maria del mondo.
A questo aggiungiamo 30.000 volontari in tutto il mondo; 640 studi mobili; 5600 parrocchie visitate e 14.200 collegamenti di preghiera.
In tutte le 130 Sedi di Radio Maria nel mondo i Direttori sono dei Sacerdoti della Chiesa cattolica, proposti dai rispettivi Vescovi e inquadrati come Direttori da Radio Maria, dei quali il sottoscritto è il Director’s Adviser.
Non c’è bisogno che citi qui i tributi di gratitudine e di stima che arrivano dalle Autorità ecclesiastiche di tutto il mondo. Questi sono fatti che fanno la storia della Chiesa e non chiacchere di sacristia o di qualche salone parrocchiale.
Per quanto riguarda i Segreti sarà tremendo per quelli che li negano, quando li vedranno rovesciarsi sulla loro testa.
In ogni caso mercoledì prossimo 22 Luglio vi farò un Editoriale proprio su questo tema.
Ave Maria
Padre Livio
di Nello Scavo, inviato a Gerusalemme
Si rafforza nella regione la macchina logistica americana che sta organizzando una nuova fase delle operazioni belliche: Washington starebbe valutando raid mirati contro infrastrutture strategiche civili nei pressi di Hormuz. Intanto diversi aerei cisterna statunitensi affollano l’aeroporto Ben Gurion in Israele
Avvenire – 18 luglio 2026
Esercitazioni militari nel Golfo da parte degli Stati Uniti nei giorni scorsi
È un’illusione il silenzio del sabato che, dal tramonto di ogni venerdì, desertifica strade e piazze delle città israeliane. Dall’Iran arriva il bollettino di uno scontro che promette di peggiorare. E Washington ha chiesto a Israele di fare posto a decine di altri aerei cisterna, oltre ai circa sessanta già dislocati tra l’aeroporto Ben Gurion e la base di Ramon per rifornire in volo i caccia americani.
Il giorno di Shabbat non spegne i passaparola di “radio guerra”. Donald Trump valuta piani che includono la distruzione di centrali elettriche iraniane, nuove incursioni contro gli impianti nucleari e il sito sotterraneo di Pickaxe Mountain. Non ha ancora deciso, ma l’ordine potrebbe arrivare da un momento all’altro. Intanto assicura agli americani che «stiamo vincendo alla grande in Iran» e che i risultati si vedranno «molto, molto presto».
Il salto di scala è già visibile.
Gli Stati Uniti hanno colpito ponti, ferrovie e nodi logistici intorno a Bandar Abbas, piattaforma delle operazioni dei Guardiani della Rivoluzione nello Stretto di Hormuz. A Chabahar, sul Golfo dell’Oman, un’incursione ha fatto crollare la torre di sorveglianza del porto. Per Teheran serviva a controllare il traffico commerciale. Secondo il Comando Usa era invece parte della rete impiegata dai Pasdaran per «seguire e prendere di mira» le navi nello Stretto.
Teheran denuncia incursioni anche contro aeroporti e infrastrutture elettriche e ha risposto colpendo i Paesi che ospitano basi americane. In Kuwait è stata bersagliata una centrale collegata a un impianto di desalinizzazione, con incendi, danni e interruzioni nella produzione di energia. I Pasdaran promettono attacchi «più devastanti». Il comandante delle forze aerospaziali, Majid Mousavi, avverte che le operazioni «continueranno fino a quando non sarà ristabilita la pace sulla costa meridionale e nello Stretto di Hormuz».
Colpire acqua ed energia significa portare la guerra dai comandi militari ai rubinetti, agli ospedali, alla vita quotidiana. Nello Stretto quasi paralizzato, i marines americani hanno abbordato una petroliera per imporre il blocco dei porti iraniani. Washington spinge il traffico verso la rotta omanita. Teheran pretende il controllo del corridoio vicino alle proprie coste. Resta l’ipotesi di attaccare Kharg, principale terminale petrolifero iraniano.
E se l’Iran ordinasse agli Houthi di minacciare Bab el-Mandeb, l’altra strozzatura marittima che precede Hormuz, i due canali degli idrocarburi entrerebbero simultaneamente nella guerra, innescando una crisi globale dagli effetti incalcolabili. In Libano Hezbollah continua a confrontarsi con le forze israeliane schierate nel territorio meridionale occupato, ma per ora evita attacchi oltre confine tali da provocare la riapertura del fronte generale. Almeno fino a quando da Teheran non venisse decisa una tenaglia su Israele, con gli Houthi da Sud e i guerriglieri libanesi da Nord. A quel punto Netanyahu avrebbe gioco facile nell’interrompere qualsiasi ipotesi di ritiro dal Libano.
Proprio mentre le autorità siriane affermano di avere intercettato al confine iracheno missili, armi anticarro e droni destinati al movimento sciita libanese, Hezbollah nega che il carico fosse diretto alle proprie forze.
Mentre gli Stati Uniti accumulano in Israele mezzi e infrastrutture per una possibile offensiva, Netanyahu non riesce a ottenere ciò che fino a pochi mesi fa sembrava automatico: un incontro con Trump. La visita prevista per domani è stata rinviata, ufficialmente dopo lo spostamento dei funerali del senatore Lindsey Graham. Secondo fonti citate dalla stampa americana, senza un colloquio con Trump e la fotografia nello Studio Ovale Netanyahu non avrebbe avuto interesse a compiere una visita puramente cerimoniale. Alla Casa Bianca pesano le divergenze espresse dalla leadership israeliana sulla vendita degli F-35 alla Turchia, sulla Siria e sul Libano, oltre al sospetto che Netanyahu abbia fornito valutazioni troppo ottimistiche sull’andamento del conflitto e sulle conseguenze di una nuova offensiva contro l’Iran.
Uccisi 4,4 volte in più dei musulmani dal 2019 a oggi. Lo dice uno studio dell’Osservatorio per la libertà religiosa in Africa (Orfa)
di
Redazione -Il Foglio
18 LUG 26
Saranno pure guerre per l’accaparramento di verdi pascoli per le mandrie e senza alcuna motivazione religiosa, sta di fatto che in Nigeria i cristiani vengono uccisi con una frequenza 4,4 volte superiore ai musulmani. A metterlo nero su bianco in uno studio appena pubblicato è l’Osservatorio per la libertà religiosa in Africa (Orfa), che studiando quanto accaduto nel grande paese subsahariano tra il 2019 e il settembre del 2025 ha dedotto che le milizie islamiche dei pastori Fulani sono responsabili “di un numero di morti civili quattro volte superiore a quello causato complessivamente dalle due principali organizzazioni terroristiche islamiche, Boko Haram e la Provincia dell’Africa occidentale dello Stato islamico”.
Non solo: la violenza dei Fulani è il principale fattore responsabile dell’elevato numero di vittime in Nigeria. Di tutte le vittime contate (79.323, una media di trentasei al giorno), ai Fulani è addebitabile il 44 per cento di queste.
Una situazione molto chiara – e non da oggi – che però aveva portato diversi esperti di Africa, anche con un discreto seguito vaticano e mediatico, a sentenziare che non vi era alcuna matrice religiosa, e guai solo a pensarlo. E’ colpa del clima impazzito: siccome in quelle aride terre manca l’acqua e l’erba per le mandrie, si va a prenderla dove c’è, rubandola agli altri, che per puro caso sono in maggioranza cristiani. Vittime collaterali, insomma.
Alla narrazione dominante facevano difetto però i raid dentro le chiese – sovente date alle fiamme – con decapitazioni e rapimenti. Un po’ troppo, forse, solo per prendere acqua e terra. La situazione nell’Africa subsahariana sta precipitando: non solo in Nigeria e Burkina Faso, ma anche più a sud, in Mozambico, dove la conta dei raid islamisti, dei morti e dei sequestrati s’ingrossa ogni giorno di più. Nel più totale silenzio dell’occidente distratto.
