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autore: Guido Reni anno: 1635 titolo: Maddalena Penitente luogo: Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini, Roma
Nome: Santa Maria Maddalena
Titolo: Discepola del Signore
Nascita: 22, Magdala, Israele
Morte: 22 luglio 66, Saint-Maximin-la-Sainte-Baume, Francia
Ricorrenza: 22 luglio
Martirologio: edizione 2004
Tipologia: Festa
Maria, soprannominata Maddalena dal castello di Magdala, località situata nella costa occidentale del lago di Tiberiad, ove nacque. Peccò molto nella sua giovinezza, ma illuminata dalla divina grazia pianse i suoi peccati e mutò vita. Liberandola dai “Sette Demoni” Gesù la fece quindi diventare sua discepola.

Sul Calvario sfidò l’ira dei nemici di Gesù, assistette alla morte del suo Maestro, e non s’allontanò se non dopo la sepoltura di Lui. Non vide l’ora che trascorresse il sabato, per correre ad imbalsamare con profumi ed aromi il corpo adorabile di Gesù, e fu la prima ad avere la grazia di vederLo risorto.
La domenica mattina, difatti, sull’albeggiare, Maria corse al sepolcro del Salvatore, ma affacciatasi non vide più nulla. Piena di angoscia, mentre le lacrime cominciavano a scendere, velandole lo sguardo, Maddalena si affacciò e guardò nuovamente: due angeli vestiti di bianco le chiesero: « Donna, perché piangi? ». Ella rispose: « Perché hanno portato via il mio Signore e non so dove l’abbiano messo ». E detto ciò si voltò e vide Gesù in piedi, senza però riconoscerLo. Gesù le disse: « Donna, perché piangi? chi cerchi? ». Ed ella, pensando che fosse l’ortolano, gli disse: « Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai messo ed io lo prenderò ». Gesù le rispose: « Maria? ». Maria si voltò ed esclamò: « Rabbunì ! », che in aramaico vuol dire “Maestro Buono”. Le disse Gesù: « Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” ».

titolo Noli me tangere
autore Tiziano anno 1511 circa
Salito Gesù al cielo, Maria Maddalena fu perseguitata e gettata poi su una vecchia nave senza vela e senza remi, venne abbandonata in balia delle onde, ma miracolosamente approdò a Marsiglia. Scelse per dimora una squallida spelonca e quivi visse per trent’anni in penitenza, preghiera, lacrime e digiuno nutrendosi esclusivamente della presenza degli angeli, finché il 22 luglio del 66 s’addormentò nel bacio del Signore e volò in cielo per adorarLo in eterno. Fu sepolta a Saint Maximin-la-Sainte Baume, dove i monaci dell’ordine di San Cassiano vegliano ancora oggi sul suo sepolcro e tomba in alabastro.
PRATICA. Il Signore disse alla Maddalena: « Molto ti è perdonato, perché molto hai amato ». Queste parole divine ispirino anche a noi grande confidenza nella misericordia infinita di Gesù.
PREGHIERA. Deh! Signore, ci venga in aiuto l’intercessione della beata Maria Maddalena per le cui preghiere.
MARTIROLOGIO ROMANO. Memoria di santa Maria Maddalena, che, liberata dal Signore da sette demòni, divenne sua discepola, seguendolo fino al monte Calvario, e la mattina di Pasqua meritò di vedere per prima il Salvatore risorto dai morti e portare agli altri discepoli l’annuncio della risurrezione.
PROVERBIO. Santa Maddalena l’acqua se la mena.
Curiosità su Santa Maria Maddalena
- Discepola di Gesù: Santa Maria Maddalena è una delle figure più importanti del Nuovo Testamento, riconosciuta come una delle principali discepole di Gesù e spesso citata nei Vangeli.
- Prima testimone della Risurrezione: Maria Maddalena è nota soprattutto per essere stata la prima persona a vedere Gesù risorto e a portare la notizia della sua risurrezione agli altri apostoli, guadagnandosi il titolo di “Apostola degli Apostoli”.
- Conversione e perdono: Secondo la tradizione cristiana, Gesù liberò Maria Maddalena da sette demoni, un atto che segnò la sua conversione e il suo inizio di una nuova vita come sua fedele seguace.
- Frequenti scambi i identità: Nel corso dei secoli Maria Maddalena è stata spesso confusa con altre donne nei Vangeli, come Maria di Betania e la peccatrice che unge i piedi di Gesù. Tuttavia, la Chiesa distingue chiaramente queste figure.
di Federico Rampini | 21 luglio 2026 – Corriere della sera
Al termine della guerra contro l’Ucraina la Russia non sparirà, ma il suo declassamento al rango di potenza media appare sempre più probabile
Alla stazione Kazanskij di Mosca, in un luglio che dovrebbe essere quello delle partenze verso il mare, i binari verso sud sono spettralmente vuoti. Lo racconta l’inviato di The Economist in quella località. Non ci sono più le famiglie stipate di valigie dirette in Crimea, ci sono divise mimetiche e un’ansia diffusa che si respira nell’aria calda della capitale. È un dettaglio minuscolo, ma dice più di mille comunicati del Cremlino: la Russia di Vladimir Putin, quella che dal 2022 racconta a sé stessa la favola di un impero in marcia inarrestabile verso la vittoria, sta scoprendo il prezzo della guerra sulla propria pelle, non più soltanto su quella ucraina.
The Economist, che ha inviati sul terreno da Rostov a Nizhnij Novgorod, ha raccolto voci che raccontano un Paese logorato: code di due o tre ore ai distributori per il razionamento della benzina, blackout di Internet, prezzi delle patate saliti del 4,5% in un mese, agricoltori che temono di non riuscire a raccogliere il grano per mancanza di carburante. Un sondaggio del Fondo per l’Opinione Pubblica (FOM), istituto vicino al Cremlino e quindi difficilmente sospettabile di simpatie ucraine, certifica che il 55% dei russi percepisce ansia diffusa tra colleghi e familiari, contro il 40% di un anno fa. Il patto sociale su cui Putin ha costruito un quarto di secolo di potere — i cittadini restano fuori dalla politica, il potere non si intromette nelle loro vite — si è rotto. La guerra è arrivata a casa.
Walter Russell Mead, editorialista del Wall Street Journal e tra le voci più lucide della scuola realista americana, pone la domanda che nessuno a Mosca osa formulare ad alta voce: la Russia sta perdendo lo status di grande potenza faticosamente riconquistato dopo la fine della guerra fredda? La sua analisi non si limita alla cronaca delle difficoltà militari, la inserisce in una cornice storica di lungo periodo. Mead individua nel Mar Nero il punto di rottura simbolico: Mosca vi esercita un’egemonia che risale al Settecento di Caterina la Grande. Eppure, davanti agli attacchi missilistici e ai droni ucraini, la flotta russa è stata costretta a evacuare Sebastopoli. Un impero che non controlla più il Mar Nero, osserva Mead, è un impero che ha smarrito il cuore stesso della propria narrazione.
A questo si somma l’erosione dell’influenza russa nelle periferie ex sovietiche. Stati Uniti, Cina e Turchia stanno tessendo legami economici e militari nel Caucaso e in Asia centrale. Perfino l’alleato più fedele di Mosca, il bielorusso Aleksandr Lukashenko, comincia a temere le ritorsioni ucraine più di quanto tema le pressioni del Cremlino.
Mead ha la cautela dello studioso dei tempi lunghi — «è troppo presto per liquidare Putin» — ma la sua conclusione ha il tono sobrio di chi osserva una legge di gravità storica: la Russia non sparirà, ma il suo declassamento al rango di potenza media appare sempre più probabile.
La tesi di Mead trova una conferma impietosa nei fatti raccolti dal giornalista Edward Lucas per EUobserver, che ricostruisce l’isolamento diplomatico ed economico di Mosca. La Cina, alleato «senza limiti» secondo la retorica ufficiale sino-russa, ha rifiutato di fornire i sistemi di propulsione marina necessari alle navi russe per la rotta artica settentrionale.
Il colpo più duro riguarda l’energia: il progetto del gasdotto Power of Siberia 2, da 50 miliardi di metri cubi l’anno, è di fatto arenato perché Pechino pretende di pagare il gas russo a un quinto del prezzo offerto dal Cremlino — che già proponeva un forte sconto. È la logica spietata del rapporto tra creditore e debitore: la Russia, privata delle vendite di gas via gasdotto all’Unione Europea che cesseranno l’anno prossimo, non ha alternative di mercato, mentre la Cina ne ha diverse. Il paradosso è umiliante per l’orgoglio imperiale moscovita: a causa degli attacchi ucraini alle raffinerie, la Russia è ormai costretta a importare prodotti petroliferi raffinati proprio dalla Cina.
Non è solo Pechino a prendere le distanze. Il Kazakistan ha vietato la maggior parte delle importazioni di grano russo. L’Azerbaigian di Ilham Aliyev ha espresso pubblico sostegno all’integrità territoriale ucraina, un gesto politico che pochi anni fa sarebbe stato impensabile per un Paese ex sovietico nell’orbita moscovita. L’Armenia procede al ripristino dei collegamenti ferroviari con Turchia e Azerbaigian, aggirando i ritardi di una Russia che formalmente controlla ancora quella ferrovia ma che di fatto non riesce più a imporre la propria agenda. Dal Baltico al Caucaso, dall’Asia centrale al Mar Nero, gli spazi lasciati vuoti dal ripiegamento russo vengono occupati da altri, inclusa quella Cina che dovrebbe essere l’alleata di Mosca.
C’è un terzo fronte, che il New York Times ha documentato attraverso un reportage da Kyiv firmato da Carlotta Gall e Oleksandr Chubko. L’Ucraina, pioniera mondiale nella guerra dei droni, sta ora investendo nella battaglia delle menti. Maria Berlinska, la volontaria che nel 2014 convinse i comandanti ucraini a usare i droni e che oggi è considerata una figura quasi leggendaria nel Paese, ha fondato una nuova organizzazione, Victory Neurones, dedicata alla guerra cognitiva: comunicazione strategica, guerra cibernetica, operazioni psicologiche.
Il ragionamento di Berlinska è questo: i droni ucraini hanno permesso di uccidere tre o quattro soldati russi per ogni caduto ucraino, un rapporto sostenibile finché la Russia non decide una mobilitazione generale; in quel caso, servirebbe un rapporto di otto o dieci a uno, insostenibile.
Da qui la scelta di spostare il fronte dalla tecnologia alla propaganda, cercando di minare dall’interno la capacità russa di sostenere una mobilitazione di massa. Il ministro della difesa ucraino Mykhailo Fedorov ha rivendicato che Kyiv sta ormai insidiando il primato russo nella guerra elettronica e nei droni, e che l’ultimo terreno da conquistare è proprio quello dell’informazione, dove — ha ammesso — Mosca resta ancora la potenza dominante al mondo.
È un’ammissione interessante, perché rovescia uno stereotipo consolidato in Occidente: quello di una Russia militarmente arretrata ma psicologicamente invincibile, erede diretta delle tecniche sovietiche di disinformazione. Gli stessi esperti ucraini, come Serhii Demediuk, fondatore del dipartimento di cyberpolizia ucraino, riconoscono che contrastare la narrazione russa è arduo: il tentativo di smentire una menzogna spesso finisce per amplificarla, un paradosso noto a chiunque si occupi di comunicazione politica.
Se si tengono insieme questi tre livelli di analisi — il logoramento interno certificato dall’Economist, l’isolamento diplomatico documentato da Lucas, e il nuovo fronte cognitivo raccontato dal New York Times — la cornice interpretativa di Mead acquista un rilievo ancora maggiore. Non si tratta di una crisi congiunturale, ma della convergenza di più traiettorie di lungo periodo: il declino demografico russo, il fallimento nel raggiungere l’eccellenza tecnologica, le difficoltà economiche strutturali post-sovietiche, l’ascesa cinese a Est, il nazionalismo persistente nelle ex repubbliche sovietiche.
Il Cremlino non è ancora al capolinea. Putin conserva l’arsenale nucleare, mantiene capacità cyber e di guerra ibrida non trascurabili, e la storia recente insegna a non sottovalutare la sua capacità di trovare vie d’uscita diplomatiche inattese anche nei momenti di massima difficoltà. Ma le leggi della gravità storica prima o poi si fanno sentire. La domanda che dovrebbe occupare le cancellerie occidentali e quelle asiatiche, non è più se la Russia vincerà o perderà la guerra in Ucraina, ma quale tipo di potenza — regionale, sussidiaria, forse persino cliente di Pechino — emergerà da questo logoramento.
Se il ridimensionamento di Mosca al rango di potenza media si concretizza, l’intero assetto geopolitico eurasiatico ne uscirà trasformato: la Cina sarà tentata di riproporre rivendicazioni territoriali risalenti all’epoca degli zar, l’Asia centrale verrà attratta nell’orbita di Pechino, la Turchia sarà libera di espandere la propria influenza nei Balcani e in Medio Oriente. Questa guerra, iniziata da Putin per restaurare la grandezza imperiale russa, finirà per accelerarne il tramonto.
di Leone XIV
Corriere della Sera – 21 Luglio 2026
L’introduzione del nuovo libro di Prevost

“Pace a voi!»: è stato questo il primo saluto che Gesù Risorto ha rivolto ai suoi apostoli (Gv 20,19). Questo è anche il primo dono che Cristo risuscitato ha offerto ai suoi amici e a tutto il mondo: la pace. Quel dono, però, non avveniva «a buon mercato»: il corpo glorioso del Maestro di Nazareth mostrava le piaghe della Passione. Egli ha attraversato l’odio, la violenza, il crucifige del mondo. Gesù Cristo ha subito l’ingiustizia, disarmato e disarmante, ed è risorto. L’annuncio evangelico s’inseriva e s’inserisce nella storia. Oggi come duemila anni fa.
La pace è il grande desiderio che agita molti cuori, ma è anche spesso minacciata, calpestata, irrisa. Oggi ben 103 Stati sono coinvolti in qualche maniera in una guerra sulla Terra. Le armi rimbombano e uccidono in Ucraina, in Medio Oriente, in Sudan, in Myanmar, nello Yemen, in Congo e in tante altre situazioni. Il mio amato predecessore Papa Francesco coniò a suo tempo l’espressione «Terza guerra mondiale a pezzi» per descrivere una situazione di diffusa conflittualità, senza precedenti dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ripercorrendo i miei interventi su questo tema, ora raccolti in quest’antologia, voglio sottolineare alcuni aspetti che mi stanno a cuore.
Innanzitutto, la pace è una responsabilità. Se il primo istinto di fronte a un problema che incontriamo, a una tensione che viviamo, a un’offesa che subiamo è quello di giudicare gli altri, di accusarli e perfino condannarli, sarà fatale che prima l’indifferenza e poi l’odio si sviluppino intorno a noi. Esiste un modo di vedere la realtà che distrugge e non costruisce. Invece la pace inizia da me. Inizia da noi. Sant’Agostino diceva: «Sono tempi difficili, sono tempi duri, tempi di sventure. Vivete bene e, con la vita buona, cambiate i tempi: cambiate i tempi e non avrete di che lamentarvi». Non possiamo chiedere la pace ai potenti del mondo se non cominciamo a viverla noi, a partire dai nostri rapporti quotidiani: nelle nostre famiglie, nelle nostre case, nelle nostre città, nei luoghi dove lavoriamo. La pace si costruisce con piccoli gesti quotidiani: un sorriso regalato, un’ingiuria perdonata, una parola buona.
Inoltre, la pace si edifica con la verità. Anche chi fa la guerra afferma di agire «in nome» della pace. Nessuno ha la sfrontatezza di dichiarare che vuole la guerra per la guerra: persino i potenti della Terra sanno che ogni persona aspira alla giustizia e desidera vivere in pace. Soprattutto dopo le terribili conseguenze degli eventi di Hiroshima e di Nagasaki, il ricorso alla guerra è sempre più un’«avventura senza ritorno», come scandì san Giovanni Paolo II. Ho rievocato più volte l’accorato appello che san Paolo VI rivolse all’Assemblea delle Nazioni Unite. Quel che unisce gli uomini, notava il mio venerato predecessore, è un patto suggellato «con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei popoli e dell’intera umanità!». Soprattutto nell’era atomica, l’affermazione della verità deve farsi strada: non sono le armi atomiche che generano la pace, ma il disarmo. Tale verità, che sembrava acclarata nei decenni scorsi, durante i quali abbiamo assistito ad una de-escalation nucleare, è stata offuscata da una corsa agli armamenti che oggi spaventa e atterrisce. Come scrisse il cantautore e poeta Bob Dylan rivolgendosi figurativamente alla Bomba atomica, in una sua composizione poetica: «Ti odio perché ti ha fatto l’uomo e l’uomo ti possiede e l’uomo ti maneggia». La Chiesa pone umilmente oggi all’attenzione di tutti una domanda: la specie umana deve continuare ad abitare la Terra? La combinazione del dominio cibernetico con il riarmo globale induce a porre seriamente tale questione.
La pace cerca testimoni. Quest’antologia ce lo fa presente con la forza di tanti volti. Le figure di cui qui si parla, tra cui il beato Floribert Bwana Chui, i servi di Dio Giorgio La Pira e Dorothy Day, sono emblematiche di tanti uomini e donne che, in prima persona, hanno favorito la pace, vincendo la tentazione della corruzione, soccorrendo i poveri, favorendo la diplomazia. Accanto a uomini e donne conosciuti, la pace è incarnata da «protagonisti non famosi» che hanno seguito la propria coscienza.
È già accaduto nella storia che si arrivasse vicini alla catastrofe nucleare. Le cronache raccontano che la decisione di un singolo uomo, l’ufficiale sovietico Stanislav Petrov, contribuì a evitare una possibile guerra atomica globale: era il 26 settembre 1983. I radar del bunker vicino a Mosca, dove Petrov era di guardia, segnalarono il lancio di diversi missili balistici intercontinentali dagli Stati Uniti diretti verso l’Unione Sovietica. Si trattava però di un errore del sistema satellitare sovietico di localizzazione. Petrov, contravvenendo agli ordini, decise di non segnalare il presunto attacco: una scelta compiuta con la coscienza di chi sapeva che quel semplice gesto avrebbe potuto causare milioni di morti. Un mondo in cui siano le macchine, per quanto sofisticate e più veloci di noi, a decidere un bombardamento su persone inermi sarebbe davvero spaventoso. La coscienza di un singolo uomo può valere il mondo intero.
La pace, infine, ha bisogno di speranza. La Chiesa continuerà a predicare la carità verso tutti gli uomini e le donne. Se c’è qualcosa che il mondo sta cercando oggi, credo sia un messaggio di speranza per il futuro. Guardiamo al domani con speranza, avendo trovato nel messaggio di Gesù l’unica fonte. Perché l’essenza dell’insegnamento di Cristo è questo: la carità, l’amore, il dare la vita per gli altri sconfiggono la morte, l’isolamento, la violenza: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). A chi rischia di cadere nella tentazione della disperazione di fronte alle tante guerre in corso nel mondo, rivolgo l’invito che già Papa Pio XI estese a tutta la Chiesa: «Ringraziamo Dio perché ci fa vivere in tempi difficili. Ora, a nessuno è permesso essere mediocre». Dio ci guidi sulle strade della non violenza. I credenti e le persone di buona volontà non smettano mai di operare come costruttori di pacificazione. Ciascuno faccia della pace la causa della propria vita.
Dal Vaticano, 19 giugno 2026
© DICASTERO PER LA COMUNICAZIONE/ LIBRERIA EDITRICE VATICANA
