"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Aprile 2026 Pagina 25 di 38

🌾🍇LIVE BENEDIZIONE DI P.LIVIO ⚪️DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA ♥️🤍

Lo Stato russo contro la persona in cerca del futuro

di Stefano Caprio Asia News – 12 Aprile 2026

Era stato promesso ai russi un futuro ad alta tecnologia. Oggi si presenta come una forma di controllo totale, non più autoritario, ma totalitario, e la definizione del Cremlino di “somma delle tecnologie” significa missili, droni e apparecchiature di sorveglianza e monitoraggio.

I nuovi controlli e limitazioni alla rete mobile internet, insieme a molte altre misure repressive, stanno creando una situazione sempre più grave di conflitto nella vita dei russi, che viene percepita come una “contrapposizione tra lo Stato e la persona”, come la definisce Andrej Kolesnikov, editorialista di Novaja Gazeta, e lo scontro finale si annuncia nei confronti della diffusione dell’intelligenza artificiale.

Come commenta Kolesnikov, “nessun classico del teatro dell’assurdo potrebbe descrivere una sola giornata nella Russia di oggi. Semplicemente, manca l’immaginazione, e la vita non si limita a imitare vilmente la finzione artistica, ma la appiattisce”. Si presenta come esempio l’agenzia responsabile che scolpisce nella pietra una formula per descrivere lo stato dell’economia russa: “La deviazione al rialzo dalla traiettoria di crescita equilibrata è in diminuzione”. Sarebbe stato molto più semplice parlare di “crescita negativa”, un concetto al limite del comico. Oppure il senatore Anatolij Artamonov, che avrebbe trovato una fonte non tanto per ridurre la spesa pubblica, quanto per quella che viene definita la totale militarizzazione della spesa pubblica, descritta con il neologismo di prioritizatsia (“prioritarizzazione”), proponendo di abolire le case di riposo e affidare gli anziani alle cure familiari, per “risparmiare denaro”.

Il direttore della casa editrice Eksmo, Evgenij Kapiev, ha diffuso una modalità “familiare” di chiamare l’intelligenza artificiale come Iiška, da “II – Iskustvennyj Intellekt”, con il suffisso vezzeggiativo per i bambini. Gli editori la usano ormai sistematicamente per controllare le opere letterarie alla ricerca di “pidocchi” che inseriscono nei testi delle “sostanze stupefacenti”, come la sostanza nociva nel cognome dello scrittore Denis Dragunskij, cioè la radice “drag”, che in altre lingue significa “droga” (ma anche “medicina”). Il sogno di un’IA ortodossa sovrana, perpetrato dall’oligarca ortodosso sovranista Konstantin Malofeev, si sarebbe quindi avverato: a giudicare da questo caso, la rete neurale domestica, addestrata come un pastore tedesco in un campo per individuare i bersagli nemici, replica il cervello e la coscienza del burocrate medio, proibendo i libri di Dragunskij come “droghe proibite”.

Poiché nella Russia moderna si è già diffusa la pratica di pubblicare programmi di sala senza il nome dell’autore, anche i libri possono essere pubblicati senza il nome dell’autore, oppure oscurando le lettere drag con vernice nera. Gli editori ricorrono ancora all’oscuramento, sia come forma di autocensura, sia come protesta contro la censura. Di fatto la Russia è già sprofondata nell’anti-utopia, e “la cosa peggiore è che abbiamo cominciato ad adattarci ad essa”, afferma Kolesnikov. Certo la disconnessione da internet e dai messenger è un’esperienza scioccante, ma d’altra parte nessuno si è particolarmente stupito che si sia arrivati a questo, in quanto lo Stato è ormai penetrato nel profondo delle coscienze dei cittadini russi.

La vita in Russia si è trasformata in una guerra civile permanente tra lo Stato e le persone, e si supera ormai l’illusione che le autorità statali possano offrire alla società un benessere ideale e artificiale, diventando invece una dittatura sempre più sistematica e invasiva. Il ministero dello sviluppo digitale, delle comunicazioni e dei mass media prevede di aumentare la capacità delle contromisure tecniche a 954 Tbit/s entro il 2030, stanziando 14,9 miliardi di rubli (150 milioni di euro) per il relativo progetto federale. Questa capacità consentirà l’analisi di tutto il traffico della rete RuNet, con margini di crescita naturale, l’ampliamento delle misure di blocco e l’emergere di nuovi metodi per eluderle. Era stato promesso un futuro ad alta tecnologia, che si presenta come una forma di controllo totale, non più autoritario, ma totalitario, e la definizione del Cremlino di “somma delle tecnologie” significa missili, droni e apparecchiature di sorveglianza e monitoraggio.

Gli infiniti aggiustamenti, adattamenti e le difficili condizioni psicologiche portano la popolazione sempre più alla stanchezza. Dopo un’artificiale ondata di passione durata quattro anni, subentra inevitabilmente un declino emotivo. Secondo i dati di monitoraggio dell’Istituto di Psicologia dell’Accademia Russa delle Scienze, all’inizio del 2026 circa il 42% degli intervistati riportava sintomi di depressione, mentre il 27% soffriva di attacchi d’ansia. Le cause sono il “conflitto” prolungato e l’incertezza economica e finanziaria. La società russa è una società stanca, una società di sopravvivenza, non di sviluppo.

Sorge spontanea la classica, maledetta domanda russa: “Perché?”. Era davvero impossibile vivere normalmente? Di fatto si è rivelato impossibile. La logica dell’esistenza e dell’autosviluppo di un regime politico rigidamente autoritario, con i suoi fantomatici dolori imperiali, presuppone la degenerazione dell’autoritarismo in una forma non classica di pratiche totalitarie, un totalitarismo ibrido che tende continuamente a perfezionarsi, ad ampliarsi e a impadronirsi delle coscienze.

Esistono dei limiti allo sviluppo di una distopia? Esistono delle linee rosse? Per ora, sono invisibili a causa di questa capacità di adattamento, assolutamente illimitata. Del resto nessuna intelligenza artificiale, nemmeno se fosse tre volte ortodossa ed emulasse le menti di Dugin, Malofeev e Prilepin messe insieme, è in grado di prevedere il corso degli eventi in una società in cui lo Stato spende somme incredibili in “prodotti metallici finiti” e nella “capacità dei mezzi tecnici di contrastare le minacce”, e nient’altro le interessa.

La scorsa settimana il centro analitico di Stato Vitsom ha organizzato a Mosca la XVI Conferenza sociologica Grušinskaja, così chiamata in onore del filosofo e sociologo russo-sovietico Boris Grušin, scomparso nel 2007, per cercare risposte su “come costruire il futuro della Russia”. Si sono radunati molti sociologi e altri esperti, e l’incontro è iniziato con la dichiarazione che il futuro, che fino a poco tempo fa nel discorso ufficiale era sinonimo della romantica parola “sogno”, non è più “futurologia astratta” né appannaggio esclusivo degli scrittori di fantascienza, sebbene anche questi ultimi abbiano avuto un ruolo significativo nella sessione. La costruzione del futuro viene ora presentata in modo più concreto, come una questione di sicurezza nazionale e di sovranità della coscienza. Particolare attenzione è rivolta ai giovani: di fronte all’incertezza economica, essi tendono ancora a prendere le distanze dal futuro.

Come ha affermato uno dei partecipanti, Sergei Volodenkov, direttore dell’Istituto di Architettura Sociale, viviamo in un’epoca di profondi cambiamenti, “e in tali condizioni l’immagine del futuro sta diventando uno strumento chiave per lo sviluppo nazionale”. Non è un caso che le guerre dell’informazione odierne non si combattano tanto per il territorio quanto “per l’immagine del futuro”, ha dichiarato Volodenkov, che ha poi spiegato che la “sovranità della coscienza” oggi dipende da chi costruisce le immagini del futuro, e in che modo. La costruzione spontanea di immagini del futuro, soprattutto se accompagnata da presupposti negativi al riguardo, può portare alla destabilizzazione sociale. A giudicare dalla sua presentazione, lo stesso accade quando immagini negative del futuro vengono imposte dall’estero. “Il vincitore è colui che è in grado non solo di rispondere alle sfide, ma di plasmare gli orizzonti del futuro”, ha concluso Volodenkov. Secondo lui “oggi dobbiamo elevare questa questione al livello della sicurezza nazionale”, in quanto “nel XXI secolo sta emergendo un nuovo tipo di potere: il potere di plasmare il futuro. Chi controlla l’immagine del futuro controlla il presente”.

Un altro intervento ha suscitato scalpore, quello del deputato della Duma di Stato Aleksandr Borodaj, secondo il quale “siamo entrati in un’era di guerra, sarà una guerra lunga e sanguinosa; la guerra diventerà presto la norma, non più l’eccezione”, o per dirla in un altro modo “la guerra rappresenta la massima pressione su tutte le forze della società”. Di conseguenza, secondo Borodaj, “la guerra spinge con forza il progresso, tecnico, organizzativo e sociale”. L’accento viene ancora una volta posto sul fatto che questa è una guerra per il futuro, e con questi sentimenti la Russia sta celebrando il mistero della Pasqua cristiana, cercando una rinascita nel futuro artificiale creato dal Cremlino.

FARE PACE IN IRAN CONVIENE A TUTTI

di Federico Rampini| 11 aprile 2026 – Correre della Sera – 2 Aprile 2024

Hormuz deve tornare libero, basta nucleare e aiuti ai terroristi. Sia Trump sia i pasdaran vogliono uscirne salvando la faccia

Per la prima volta dal 1979 l’America e l’Iran dialogano ai vertici e in modo diretto: questa è una novità di portata storica. Tenuto conto che una settimana fa Donald Trump minacciava di «cancellare una civiltà» e ricacciare l’Iran «all’età della pietra», non si possono escludere altre sorprese positive. Parlarsi è meglio che lanciarsi missili. Di norma, però, è più facile iniziare le guerre che chiuderle. Il negoziato in Pakistan affronta ostacoli enormi.
In apparenza, chi ha fretta di estricarsi da questo conflitto è Trump. Mai in passato l’America aveva iniziato un intervento militare con un livello così basso di consenso interno. Trump non è riuscito a «venderla» in modo convincente neppure alla sua base elettorale.

Non a caso le ultime polemiche del presidente sono rivolte a destra: contro gli isolazionisti del movimento Maga (Make America Great Again) che lo accusano di essersi fatto trascinare da Netanyahu; e contro i falchi che gli rimproverano di aver lasciato il lavoro incompiuto. Ma a focalizzarsi soltanto sulla debolezza politica di Trump e sul «fronte interno» che lo assedia, si rischia di perdere di vista lo scenario più largo.

La ripulsa che questo presidente americano suscita — in casa propria come in tanta parte d’Europa — rischia di far prendere per buona la propaganda iraniana. In realtà il regime degli ayatollah, che dopo varie decapitazioni si sta trasformando forse in un regime delle Guardie islamiche e quindi una dittatura più militare che clericale, dopo 47 anni ha esaurito ogni residua vitalità. È odiato dalla stragrande maggioranza del suo popolo, a cui ha inflitto decenni di privazioni e abusi, fino ai massacri di gennaio. Ha abbracciato la causa jihadista terrorizzando tutti i propri vicini, ma in questo modo ha compattato il mondo arabo contro di sé, lo ha spinto nelle braccia dell’America e in parte anche di Israele.

 Il Medio Oriente, malgrado l’instabilità geopolitica, ha visto emergere negli ultimi anni dei poli di sviluppo economico e tecnologico, aree di benessere diffuso, che suonano come una condanna del fanatismo di Teheran, incapace di proporre progresso e prosperità, tantomeno la pace.

Ora non si può escludere che pur di sopravvivere il regime di Teheran cerchi davvero un compromesso con Trump; magari come una polizza assicurativa contro future rivolte: ricordiamoci che dopo la «guerra di dodici giorni» condotta da Israele nel giugno 2025 e coronata dai bombardamenti Usa sui siti nucleari, ci vollero sette mesi perché la popolazione iraniana scendesse in piazza.

Le condizioni di un accordo a Islamabad? Se Trump non vuole apparire come il leader di una guerra inutile coronata da una pace umiliante, alcuni obiettivi sono chiari. Hormuz deve rimanere uno stretto aperto alla libertà di navigazione come prima della guerra. Il programma nucleare iraniano non deve ripartire. Qualche limitazione andrà concordata sugli arsenali missilistici e l’appoggio alle varie milizie di «sicari» (Hezbollah, Hamas, Houthi). Senza questi risultati un accordo verrebbe considerato inaccettabile non solo da Israele ma dagli stessi arabi: si ritroverebbero «vassalli» del loro nemico esistenziale. Non a caso all’Onu il Bahrain ha presentato varie risoluzioni, e nome di tutto il mondo arabo, per condannare l’Iran e imporre la riapertura di Hormuz anche con l’uso della forza; riscuotendo una larga maggioranza di consensi nel mondo intero, compreso il Grande Sud globale. Trump può ricredersi — per l’ennesima volta — e affidare alla U.S. Navy un compito temporaneo di pattugliamento dello Stretto, in collaborazione con altri paesi interessati a chiudere in fretta l’attuale crisi energetica.

Gli iraniani cosa possono accettare come un onorevole compromesso, dopo aver alzato la posta al massimo livello? Delle garanzie contro la ripresa delle ostilità a medio-lungo termine (anche se non è chiaro quanto vincoleranno Israele). Uno status legittimato di potenza regionale, alla pari con gli altri due imperi storici che si contendono da secoli il Medio Oriente, Turchia e Arabia. La levata delle sanzioni economiche.

Senza arrivare al pagamento di «indennità e risarcimenti per ricostruzione» come chiede la delegazione di Teheran, il terreno economico può offrire margini di manovra. L’alleanza con Cina e Russia non è bastata ai Pasdaran come cintura di sicurezza. Il ricatto di Hormuz è stato molto più efficace ma ha dei limiti, anche perché il mondo intero impara qualcosa da ogni crisi energetica, e tra dieci anni l’importanza di Hormuz sarà sicuramente ridotta (diversificazione di fonti e di rotte, più rinnovabili, rilancio del nucleare).

Del resto non è un caso se Mujtaba Khamenei, nuova Guida suprema, abbia una lussuosissima dimora a Londra, dove va anche a farsi curare. L’America e i suoi alleati hanno più vantaggi materiali da offrire alle Guardie della Rivoluzione islamica – una milizia arricchitasi nella corruzione – di quanto abbiano Pechino e Mosca. Il trionfalismo di Teheran è giustificato dallo scampato pericolo — è vero che i Guardiani della Rivoluzione hanno mostrato una resilienza militare superiore alle aspettative — ma non è un piano per il futuro.

Dalle guerre a volte nascono nuove geometrie di alleanze, nuove architetture geopolitiche. Raramente sono durevoli, quasi sempre imperfette e instabili a loro volta. Poiché fra un mese Trump è atteso da Xi Jinping a Pechino, a questo punto non sarebbe strano un coinvolgimento della Cina nell’assetto post-bellico del Golfo, trattandosi della prima importatrice di petrolio: non solo dall’Iran, ma da tutti gli Stati arabi presi in ostaggio a Hormuz.

DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA

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“L’umanità non troverà Pace
finché non si rivolgerà con fiducia
alla mia misericordia”
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VEGLIA DI PREGHIERA PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE LEONE XIV

Basilica di San Pietro
Sabato, 11 aprile 2026

Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace

Cari fratelli e sorelle,

la vostra preghiera è espressione di quella fede che, secondo la parola di Gesù, sposta le montagne (cfr Mt 17,20). Grazie per avere accolto questo invito, radunandovi qui, presso la tomba di San Pietro, e in tanti altri luoghi del mondo a invocare la pace. La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina.

Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia. La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira l’invocazione.

Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà.

San Giovanni Paolo II, instancabile testimone di pace, con commozione disse nel contesto della crisi irachena nel 2003: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità» (Angelus, 16 marzo 2003). Faccio mio questa sera il suo appello, tanto attuale.

La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono.

Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro.

Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal 115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.

Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita. San Giovanni XXIII, con semplicità evangelica, scrisse: «Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana». E ripetendo le parole lapidarie di Pio XII aggiungeva: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra» (Lett. enc. Pacem in terris, 62).

Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!

Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!

Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro.

Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!

Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio.

 Abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite. Come ci ha insegnato Papa Francesco, «c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia» (Lett. enc. Fratelli tutti, 225). C’è infatti «una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un “artigianato” della pace che ci coinvolge» (ibid., 231).

Cari fratelli e sorelle, torniamo a casa con questo impegno di pregare sempre, senza stancarci, e di profonda conversione del cuore. La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo.

Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale. «In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia» (Messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2026).

Fratelli e sorelle di ogni lingua, popolo e nazione: siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza. «Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza» (S. Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace, 2 febbraio 1991).

Carissimi, la pace sia con tutti voi! È la pace di Cristo risorto, frutto del suo sacrificio d’amore sulla croce. Per questo a Lui rivolgiamo la nostra supplica:

Signore Gesù,
tu hai vinto la morte senza armi né violenza:
hai dissolto il suo potere con la forza della pace.
Donaci la tua pace,
come alle donne incerte nel mattino di Pasqua,
come ai discepoli nascosti e spaventati.
Manda il tuo Spirito,
respiro che dà vita, che riconcilia,
che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici.
Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre,
che col cuore straziato stava sotto la tua croce,
salda nella fede che saresti risorto.
La follia della guerra abbia termine
e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora
sa generare, sa custodire, sa amare la vita.
Ascoltaci, Signore della vita!

🔴LIVE🔴 L’UOMO E IL SUO DESTINO ETERNO – PUNTATA 1: L’uomo è un mistero – Cat. giov. 2008-2009 di P. Livio


La citazione del giorno – “Senza Dio non c’è futuro” – n°5

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