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🔴LIVE🔴 IL CORAGGIO DEL PERDONO – di P. Livio – puntata 25

🔴LIVE🔴 LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA – Di Padre Livio – 08/01/2026

VIATICO QUOTIDIANO – di P. Livio – Puntata 56

Comunismo e anti-comunismo in un’ora decisiva della storia

Esteri | CR 1932

 7 Gennaio 2026 ore 15:03

di Roberto de Mattei

Le ore decisive della storia, quelle in cui crollano e rinascono le civiltà, sono sempre caratterizzate da divisioni e polarizzazioni di ordine religioso, culturale e sociale. Tuttavia, per chi ha il suo punto di riferimento nel De civitate Dei di sant’Agostino, la radice e la chiave di interpretazione di ogni problema è la teologia della storia, che consente di andare oltre la lettura puramente contingente degli eventi. In questa prospettiva, le crisi non sono semplicemente il prodotto di fattori economici o istituzionali, ma il riflesso di una tensione più profonda tra diverse visioni dell’uomo e del mondo. 

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991, l’Occidente proclamò la morte del comunismo come se si fosse trattato di un evento fisiologico e definitivo. L’anticomunismo si dissolse rapidamente, mentre il comunismo si inabissava, come un fiume carsico che scompare alla vista per riemergere più avanti con maggior vigore.

Fu in questo contesto che, nel 1990, per iniziativa di Fidel Castro e di Ignacio Lula da Silva, nacque in Brasile il Foro di San Paolo: un organismo sovversivo concepito per analizzare la “crisi del socialismo” dopo la caduta del Muro di Berlino e per riorganizzare la sinistra internazionale su una nuova piattaforma ideologica. 

Fidel Castro riconobbe nel colonnello Hugo Chávez Frías, presidente del Venezuela dal 2000, un vero e proprio “figlio spirituale”, capace di incarnare una nuova sintesi tra marxismo, nazionalismo e mito rivoluzionario. Chávez si presentò come il depositario dello spirito di Simón Bolívar, reinterpretando l’utopia del libertador in chiave socialista e antimperialista. Il bolivarismo divenne così una religione civile, fondata sul culto carismatico del leader, sull’ostilità verso gli Stati Uniti e sulla promessa di una redenzione sociale affidata allo Stato rivoluzionario.

L’eredità di Chávez fu raccolta alla sua morte, nel 2013, da Nicolás Maduro, che ne radicalizzò gli aspetti ideologici, trasformando il Venezuela in un laboratorio di socialismo post-moderno, sostenuto da una feroce repressione interna e da una sistematica manipolazione dell’informazione e dei risultati elettorali.

Negli stessi anni, in Russia, i quadri del KGB, che avevano gestito la dissoluzione dell’Unione Sovietica, mantenevano il controllo dei gangli essenziali del potere politico, militare ed economico del paese. Vladimir Putin, presidente della Federazione dal 2000, rilanciò il mito della “Grande Russia”, proponendo una nuova sintesi tra lo stalinismo e il passato zarista, recuperato come simbolo di missione imperiale. 

 L’invasione dell’Ucraina, nel febbraio 2022, ha fatto parte di questo progetto che punta non solo alla conquista del Donbass, ma alla russificazione di tutto il paese, per farne uno Stato vassallo come la Bielorussia.

In Cina, il Partito comunista pilotò la transizione verso un neo-comunismo pragmatico, che univa il ferreo controllo politico all’apertura economica al mercato occidentale. L’ingresso nel WTO nel 2001 suggellò questa strategia: il comunismo rinunciava all’autarchia economica, ma non al monopolio ideologico e repressivo del potere.

Xi Jinping, segretario generale del Partito comunista e presidente della Repubblica popolare cinese presenta sé stesso come un coerente realizzatore dei princìpi del maoismo e del marx-leninismo.  

Parallelamente, agli inizi del 2000, si affacciava sulla scena internazionale l’islamo-marxismo. Esso adottava, sul piano operativo, le tecniche terroristiche del leninismo e, su quello culturale, le strategie del gramscismo, mirando alla destabilizzazione interna dell’Occidente prima ancora che alla sua conquista militare.

 Il cosiddetto radicalismo islamico rappresenta una contaminazione della “filosofia del Corano” con la prassi rivoluzionaria marxista importata dall’Occidente. L’immigrazione di massa resta una delle armi privilegiate di questa strategia, che in Italia ha avuto una delle sue più recenti ed eclatanti espressioni nelle violente manifestazioni di piazza anti-israeliane.

Come negare la diffusione nel mondo degli errori del comunismo, dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica? La forza del neo-comunismo, nelle sue più variegate espressioni, non risiede più nella promessa di un futuro radioso garantito dalle leggi della storia, ma nella capacità di interpretare e sfruttare le crisi di un Occidente alla ricerca della sua identità.

In questa prospettiva, due concezioni del mondo si fronteggiano oggi in modo sempre più netto, configurando una vera alternativa di civiltà. Da una parte vi sono coloro che ritengono il comunismo un fenomeno archiviato dalla storia e individuano, come nemico per eccellenza del nostro tempo gli Stati Uniti d’America, incarnazione di un Occidente giudicato intrinsecamente depravato e causa di ogni male.

Per costoro, gli “amici” non sono più definiti in base a principi comuni di verità o di ordine morale, ma esclusivamente in funzione dell’opposizione all’America e all’Europa. Così, tutta la simpatia e l’ammirazione va a un fronte eterogeneo ma convergente, che comprende Russia, Cina, mondo islamico radicale, iper-nazionalismi di destra e di sinistra, movimenti anti-occidentali di ogni latitudine. Ogni forza che contribuisca a indebolire l’Occidente viene assolta o giustificata, indipendentemente dalla sua natura totalitaria o apertamente anticristiana.

Dall’altra parte stanno invece coloro che credono nella possibilità di una rinascita cristiana dell’Europa e dell’Occidente. Essi non negano la profonda crisi morale delle società occidentali, ma rifiutano l’idea che la soluzione consista nella loro distruzione o nel loro assoggettamento a potenze ostili.

 In questa prospettiva, gli Stati Uniti vengono considerati come una presenza storicamente necessaria per garantire lo spazio politico, culturale e militare entro cui la rinascita rimane ancora possibile. Per i difensori dell’Occidente, il principale nemico della civiltà cristiana resta il comunismo, nelle sue molteplici metamorfosi contemporanee.

Un comunismo che non si presenta più con i simboli espliciti del Novecento, ma che agisce, come metodo di dissoluzione culturale, come tecnica di conquista del potere e come negazione sistematica di ogni ordine naturale e trascendente.

Contro questa forza proteiforme è in corso una guerra ibrida, che vede da una parte gli Stati Uniti e l’Europa, pur con tutti i loro limiti, e dall’altra un asse in cui confluiscono coloro che combattono l’ordine occidentale. In questa aggressiva galassia, accanto alla Russia e alla Cina, è schierato da molti anni, il Venezuela di Nicolás Maduro.

È alla luce di questo quadro che si spiega la radicale divergenza di giudizi sull’intervento degli Stati Uniti volto a colpire il vertice del potere venezuelano. Gli uni lo hanno duramente criticato, denunciandolo come una violazione del diritto internazionale e leggendo ogni iniziativa americana esclusivamente come espressione di imperialismo; gli altri si sono invece rallegrati per l’eliminazione di un personaggio che, oltre a rovinare il proprio paese, riducendolo alla fame e all’esilio di massa, si è servito di tutte le armi, compreso il narco-traffico, per distruggere l’ordine naturale e cristiano delle due Americhe. 

Questa polarizzazione tra due famiglie di anime non è un fenomeno secondario ed è destinata ad accentuarsi con l’aggravarsi della guerra ibrida in atto, perché tocca il livello più profondo del giudizio storico e morale.

In ultima analisi, la linea di demarcazione passa attraverso l’adesione o il rifiuto di una teologia della storia. Da una parte vi sono quelli che interpretano gli eventi secondo categorie esclusivamente immanentistiche, riducendo tutto a rapporti di forza, interessi economici e dinamiche geopolitiche.

Dall’altra, vi sono coloro che leggono la crisi del nostro tempo alla luce di una visione soprannaturale della storia, consapevoli che dietro i conflitti visibili si combatte una reale battaglia religiosa.

Ed è qui che continuano a risuonare, in tutta la loro forza, le parole dell’ancora incompiuta profezia di Fatima: «La Russia diffonderà nel mondo i suoi errori… Infine, il mio Cuore Immacolato trionferà». 

LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Programma di Padre Livio –  Giovedì 8 gennaio 2026

h. 8.50: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)


h. 8.50: UNO SGUARDO SULL’ ATTUALITA’

+ Comunismo e Anticomunismo in un’ora decisiva della storia

+ Solo pochi aspettano il primo Segreto

La parabola delle Vergini stolte e delle Vergini prudenti – il dilagare dell’incredulità – Il silenzio della Chiesa – I segni dei Segreti nella storia -La testimonianza dei Veggenti


h. 9.30 – h. 10.30: VIATICO QUOTIDIANO

Pensieri sulla Preghiera (55)


h. 9.35 – 9.55: MEDJUGORJE: LE MIE PAROLE VENGONO DAL CIELO

41) “Siate le mie mani tese in questo mondo che anela a Dio che è amore” (25 Febbraio 2024)

+ Il Cuore umano anela a Dio che è amore

+ L’ingannatore che devia sulle false felicità

+ Il peccato – le delusioni – le sofferenze sulla via del male

+ La grazia della conversione e il ritorno della pecorella smarrita all’ovile


h. 10.00: TELEFONATA A PADRE LIVIO


BLOG: blogdipadrelivio.it


h. 10.05: IL CORAGGIO DEL PERDONO (25)


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IL MIRACOLO DELLA CONVERSIONE – Catechesi di P. Livio – Puntata 28

Preparazione alla Confessione nel Tempo di Natale

🔴LIVE🔴🙏🚗⛪️🔔LIVE  PELLEGRINO A QUATTRORUOTE – itinerari con Padre Livio – puntata 32: PONTMAIN II PARTE

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🔴LIVE🔴I DIECI COMANDAMENTI – di Padre Livio – Puntata 34 – LA DOMENICA, GIORNO DI RIPOSO

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MARIA DOLCE MADRE

TROVI LE PRECEDENTI PUNTATE NELLA SEZIONE CATECHESI DI PADRE LIVIO

L’appello alla conversione, che risuona costantemente nelle apparizioni mariane dei tempi moderni, è rivolto a una umanità malata. Si tratta di malattie spirituali che sono più pesanti da sopportare di qualsiasi malanno fisico, I nostri corpi possono essere curati grazie ai progressi costanti della medicina. Chi o che cosa ci potrebbe guarire da quella epidemia mortale che si chiama peccato? Il peccato è il tumore maligno dell’anima. Ci corrode dal di dentro, distruggendo la vita. Più lo commettiamo e più prende forza trascinandoci in un abisso senza speranza. Sotto la dittatura del male, ci illudiamo di essere vivi. In realtà siamo già morti. L’appello della Madonna alla conversione è in realtà un invito a risorgere. La Madre ottiene per i suoi figli la grazia inestimabile di essere richiamati in vita, dopo che il serpente ci ha iniettato il suo veleno mortale. Tuttavia il processo di guarigione è lungo e le ferite da risanare sono profonde. Per questo Dio ci ha donato la medicina dell’amore materno di Maria. E’ il suo amore il farmaco capace di curare le ferite dell’anima e del cuore, per quanto profonde possano essere.

Maria guarisce innanzi tutto le ferite della nostra anima, deturpata dal male. Sono le ferite dell’orgoglio, dell’egoismo, dell’incredulità e della menzogna. Satana, trascinandoci nella palude del peccato, sfigura l’immagine che Dio ha impresso in ogni uomo e vi imprime il suo marchio di orrore. La Madre ci tende la mano, trascinandoci fuori dal pantano e ci accompagna, con forza e dolcezza, lungo il cammino di conversione. Ci lava dal fango, disinfetta le ferite e vi versa sopra il balsamo del suo amore. La Madonna ricostruisce con infinita pazienza tutto quello che è andato distrutto. Con la sua umiltà guarisce la nostra superbia, con la sua fede guarisce la nostra incredulità, con il suo amore guarisce nostro egoismo, con la sua trasparenza guarisce la nostra doppiezza. La sua purezza ci libera dalla lussuria, la sua mitezza dall’arroganza, la sua sapienza dalla cecità, la sua fortezza dalla fragilità. Nell’anima devastata dal male Maria riesce a far risplendere la sua immagine di infinita bellezza.

Maria guarisce anche il nostro cuore, avvicinandolo al suo. Quando il cuore di un uomo è stato abitato dalla malefica serpe, lascia delle conseguenze che non è facile eliminare. Il male fa male ed è proprio nel cuore che lascia le tracce più dolorose. Anche quando è stato sradicato il tumore maligno, la ferita sanguina a lungo e non è affatto scongiurato il pericolo di ricadute. Il peccato ha radici molto profonde e sono pronte a rispuntare non appena sono state tagliate. La Madre cura il nostro cuore attirandolo a sé. Lei sa che satana ci seduce con i falsi amori e le luci ingannevoli del mondo. Maria guarisce il nostro povero cuore con lo splendore della sua bellezza e la dolcezza del suo amore. Un cuore ferito e spossato dalle battaglie quotidiane della vita è un terreno dove il nemico prepara le sue insidie. È in queste situazioni che la presenza della Madre è più che mai necessaria per risvegliare la voglia di lottare e la speranza di una perfetta guarigione.

Maria cura le nostre malattie con infinita pazienza. Le ferite del peccato sono molto lente a rimarginarsi. Le immancabili ricadute non fanno che riaprirle. Noi, nel nostro orgoglio, vorremmo una guarigione rapida e completa. Ma poi cederemmo alla suggestione satanica della vanagloria. La Madonna ci aiuta a guarire un po’ ogni giorno. Ci fa toccare con mano la nostra debolezza, perché abbiamo a ricorrere a Lei con piena fiducia. Ci fa sperimentare che senza la medicina della grazia non facciamo nessun progresso. Ma nel medesimo tempo ci rianima, facendo leva sulla nostra buona volontà. La guarigione è un lungo cammino che la Madre percorre con noi, tenendoci per mano. Se non ci allontaniamo da Lei, non ci farà mancare la medicina quotidiana del suo amore.

La sconfitta strategica di Putin in Venezuela

Nona Mikhelidze  05 gen 2026 -Il Foglio

Dopo la Siria, la caduta di Maduro infligge a Mosca perdite sempre più importanti. Il colpo alla presunta potenza globale del Cremlino

L’attacco militare di Donald Trump al Venezuela, condotto in aperta violazione del diritto internazionale e conclusosi con la cattura di Nicolás Maduro, segna un ulteriore passo nella normalizzazione del principio secondo cui la forza prevale sul diritto. E’ il mondo del might is right, inaugurato dalla Russia all’inizio degli anni Novanta, quando scatenò una serie di guerre nel proprio vicinato, intervenendo militarmente in paesi sovrani.

All’epoca, un occidente miope preferì etichettarle come “guerre secessioniste”, invece di chiamarle per quello che erano: violazioni del diritto internazionale da parte di uno stato contro un altro. Trump si inserisce oggi lungo quella stessa traiettoria, spingendoci verso un mondo sempre più instabile, più brutale, più simile a una giungla che a un ordine internazionale.

Un mondo che la Russia ha a lungo invocato e legittimato, per sé e per gli altri. Eppure, anche in questa realtà senza regole, la caduta di Maduro rappresenta oggi una sconfitta per Mosca

Una volta Barack Obama disse che la Russia era una potenza regionale: il Cremlino se ne risentì. Mosca pretendeva di essere un attore globale e ha cercato di affermarlo lanciando la guerra contro l’Ucraina. Il risultato?

 Non hanno conquistato l’Ucraina, sono stati spazzati via dalla Siria, dall’Armenia e dall’Asia centrale (dove l’attore dominante resta la Cina); non riescono a fare granché nemmeno per sostenere il regime iraniano e, oggi, con la caduta del regime di Nicolás Maduro, anche il Venezuela si aggiunge a questo elenco.

Quella frase, pronunciata da Obama nel 2014, fu vissuta a Mosca come un insulto strategico. Non solo una svalutazione simbolica, ma una diagnosi che metteva in discussione l’intero progetto geopolitico russo post-sovietico.

 Da allora il Cremlino ha cercato con ostinazione di smentirla, dimostrando – o credendo di dimostrare – che la Russia non fosse una potenza confinata al proprio spazio regionale, bensì un attore globale capace di intervenire, influenzare e determinare gli equilibri internazionali.

 L’invasione dell’Ucraina, nel febbraio 2022, è stata il tentativo più ambizioso e rischioso di affermare questa pretesa. Ed è anche il punto da cui oggi emerge, con chiarezza crescente, la sconfitta strategica della Russia su scala globale.

Il caso ucraino è il cuore di questa sconfitta. Dopo quattro anni di guerra – una guerra che nelle intenzioni iniziali doveva durare poche settimane – la Russia non è riuscita a piegare l’Ucraina, né militarmente né politicamente. Kyiv non è caduta, il governo ucraino non è stato rovesciato, l’esercito non si è dissolto.

Al contrario, l’Ucraina ha rafforzato la propria identità nazionale, ha consolidato il legame con l’Unione europea e ha trasformato il conflitto in un fattore strutturale della sicurezza europea.

La Russia, dal canto suo, ha bruciato enormi risorse militari, economiche e umane, compromettendo la propria capacità di proiezione di potenza altrove. Anche laddove ha ottenuto conquiste territoriali parziali, il costo è stato sproporzionato e il risultato strategico nullo: non ha spezzato l’Ucraina, non ha diviso l’Europa e non ha imposto un nuovo ordine regionale.

Questa incapacità ha avuto effetti a catena su altri teatri. La Siria, spesso citata come esempio del “ritorno” russo sulla scena globale, è col tempo diventata il simbolo opposto. In passato Mosca aveva presentato il proprio intervento come la dimostrazione di una potenza affidabile, capace di salvare un alleato e di stabilizzare un regime.

Eppure, quando il regime di Bashar el Assad è caduto, la Russia si è rivelata incapace di proteggerlo, e il massimo che ha potuto offrire al dittatore siriano è stato l’esilio a Mosca. L’attenzione e le risorse erano ormai assorbite dall’Ucraina, e la presenza russa in Siria si è progressivamente svuotata di significato. Gli equilibri sul terreno sono tornati a dipendere da altri attori – regionali e no – mentre Mosca ha perso centralità e credibilità come garante.

Ancora più evidente è il fallimento nel Caucaso meridionale. L’Armenia, formalmente alleata della Russia e membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, si è trovata sostanzialmente sola di fronte alla guerra lanciata dall’Azerbaigian, sostenuto apertamente dalla Turchia, per la riconquista dei territori persi negli anni Novanta.

La Russia, che per anni aveva rivendicato un ruolo di arbitro e protettore nella regione, è rimasta impotente. Non è intervenuta, non ha dissuaso Baku, non ha difeso Erevan. Questo non solo ha segnato una sconfitta politica e simbolica, ma ha incrinato in modo profondo la fiducia dell’Armenia nella capacità e nella volontà di Mosca di onorare i propri impegni.

Il risultato? L’Armenia oggi guarda sempre più all’Europa e ricostruisce progressivamente la cooperazione regionale con l’Azerbaijan e la Turchia, con le quali con ogni probabilità si apriranno anche confini rimasti chiusi per oltre trent’anni.

In Asia centrale il processo è meno spettacolare, ma altrettanto significativo. Qui la sconfitta russa non si manifesta attraverso una singola crisi, bensì tramite un lento ma costante arretramento. La Cina si è affermata come attore dominante, soprattutto sul piano economico, infrastrutturale e commerciale.

Mosca conserva una presenza militare e una certa influenza culturale, ma il baricentro della regione si è spostato. I paesi centroasiatici diversificano le proprie relazioni, riducono la dipendenza dalla Russia e guardano sempre più a Pechino come partner strategico. La guerra in Ucraina ha accelerato questo processo, mostrando una Russia indebolita, isolata e meno capace di offrire stabilità e sviluppo.

Tutti questi casi compongono un quadro coerente: la Russia ha sacrificato la propria posizione globale nel tentativo di riaffermarla. Ed è qui che entra in gioco il Venezuela, spesso evocato come ultimo bastione dell’influenza russa nell’emisfero occidentale.

Solo due mesi fa Putin ratificava la legge sul Trattato tra la Russia e il Venezuela sul partenariato strategico e la cooperazione, che prevedeva anche una collaborazione in materia di difesa e sicurezza. Un gesto simbolico, più che sostanziale, volto a ribadire una presenza che in realtà era già fragile e largamente retorica.

La teoria secondo cui esisterebbe un accordo tra Putin e Trump – tu prendi il Venezuela, io prendo l’Ucraina – si rivela oggi per quello che è sempre stata: una costruzione fantasiosa. Con quali mezzi Putin avrebbe potuto difendere Maduro? Con gli stessi con cui ha “difeso” Assad?

La Russia non dispone più delle capacità militari, logistiche ed economiche necessarie per sostenere un alleato lontano, in un contesto ostile e sotto pressione internazionale. Mosca può offrire dichiarazioni, qualche consulenza, forse forniture limitate, ma da tempo non è più in grado di garantire la sopravvivenza di un regime quando questo viene seriamente sfidato.

Il rovesciamento di Maduro potrebbe avere implicazioni molto gravi per la Russia. Sul piano economico, un cambiamento di regime in Venezuela potrebbe aprire la strada a un massiccio aumento della produzione petrolifera, soprattutto se gli Stati Uniti e altri attori occidentali tornassero a investire e a “pompare” petrolio venezuelano su larga scala.

Un aumento significativo dell’offerta globale avrebbe un effetto depressivo sui prezzi del petrolio, colpendo direttamente l’economia russa, che resta fortemente dipendente dalle esportazioni energetiche. In questo scenario la Russia subirebbe un secondo colpo: alla perdita di un alleato simbolico si aggiungerebbe un danno strutturale alle proprie entrate.

In altre parole, Mosca rischia di pagare la caduta di un alleato non solo sul piano geopolitico, ma anche su quello economico. Il Venezuela, da simbolo della proiezione globale russa, si trasforma così in un ulteriore moltiplicatore delle sue vulnerabilità.

La sconfitta strategica della Russia non consiste in una singola battaglia persa o in un alleato abbandonato. E’ un processo cumulativo che attraversa l’Ucraina, il medio oriente, il Caucaso, l’Asia centrale e persino l’America Latina.

Nel tentativo di dimostrare di non essere una semplice potenza regionale, Mosca ha finito per confermare – se non aggravare – proprio quella definizione. Non perché sia irrilevante, resta pur sempre una potenza nucleare, ma perché le sue ambizioni globali superano ormai di gran lunga le sue capacità reali. Questa è la sconfitta strategica della Russia su tutti i fronti.

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