"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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IL TEMPIO SEGRETO NEL TUNNEL DI HAMAS

Giulio Meotti – 16 novembre 2025 – il foglio

Gli ostaggi israeliani hanno tenuta viva la memoria che nessuna catena può piegare. Anche quando la violenza lacerava il corpo e la fame scavava le ossa e la volontà, loro pregavano. In silenzio. In segreto. Custodivano la loro identità ebraica

Ogni giorno, nei tunnel di Gaza a quaranta metri nel sottosuolo, dove la luce è un ricordo e che per due anni hanno avvolto il passo degli uomini e delle donne israeliani ridotti a ostaggi da Hamas, Omer Shem Tov recitava i versetti del Salmo venti: “Il Signore ti risponda nel giorno dell’angoscia”. Shem Tov aveva vent’anni quando i terroristi palestinesi lo hanno preso durante l’attacco del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele. Era cresciuto in una famiglia laica. Dopo pochi giorni di prigionia, Shem Tov ha iniziato a benedire qualsiasi cibo gli venisse dato dai terroristi e in quel momento il tunnel diventò un tempio. “La fede mi ha spinto ad andare avanti”, ha raccontato al New York Times. E’ stato rilasciato a fine febbraio nell’ambito di un accordo di cessate il fuoco temporaneo dopo 505 giorni a Gaza. 

Dentro i tunnel di Gaza, dove il respiro stesso poteva tradire, tra pareti umide di prigionie senza tempo, si è consumata una battaglia spirituale fra i terroristi di Hamas e gli ostaggi, uomini e donne diventati custodi di qualcosa che nessuna catena poteva piegare. Li hanno portati via con la forza, li hanno relegati in ambienti senza orizzonte, domati con la violenza, la tortura e la fame. Ma anche quando la violenza lacerava il corpo e la fame scavava le ossa e la volontà, loro pregavano. In silenzio. In segreto. Custodivano l’identità ebraica che Hamas vuole distruggere in una profondità che pareva isolare il corpo dal mondo. Uno di loro recitava lo Shemà Yisrael, la dichiarazione dell’unico Dio: “Ascolta, Israele: il Signore è nostro Dio, il Signore è Uno”. Quel suono diventava un’eco nei muri del tunnel. Ogni festa che la tradizione ebraica stabiliva – Pesach, Shavuot, Kippur – diventava una sfida all’oblio del terrorismo. E nei tunnel montavano altari d’ombra.

Una stanza angusta diventa Bet HaKnesset, un fazzoletto su una cassa diventa un talith. Con briciole di pane, raccolte nella fame condivisa, ricordavano l’uscita dall’Egitto. E per Kippur, il digiuno non era una scelta ma una condizione, eppure lo abbracciavano. E così, mentre l’occidente scivola nella secolarizzazione fluida, dove la fede è abito da festa, loro resistevano. In un appartamento fatiscente nel cuore di Gaza, un giovane ebreo è seduto sul pavimento polveroso. Si mette un pezzo di carta igienica sulla testa come una kippah improvvisata e sussurra la benedizione che recita al tavolo dello Shabbat in famiglia fin dall’infanzia. Molti ostaggi rilasciati hanno raccontato esperienze simili a quella di Shem Tov, trovando conforto e la forza di sopravvivere nel contatto o nel riconnettersi con rituali ebraici spesso dimenticati. Tra questi ostaggi c’è Eli Sharabi, che è emerso emaciato dopo 491 giorni di prigionia per scoprire che sua moglie e le sue due figlie adolescenti erano state uccise nell’attacco del 7 ottobre 2023. Racconta di aver recitato lo Shemà, la preghiera ebraica più importante, ogni giorno nel buio del tunnel che condivideva con altri ostaggi e di aver provato ogni vigilia di Shabbat a recitare il Kiddush, la benedizione sul vino, sebbene avessero solo acqua.

Papa Leone XIV: “Esorto i Capi degli Stati e i Responsabili delle Nazioni ad ascoltare il grido dei più poveri”

La Santa Messa in occasione del Giubileo dei Poveri 

Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano, domenica, 16 novembre, (ACI Stampa).

In occasione del Giubileo dei Poveri, Papa Leone XIV presiede la Santa Messa nella Basilica Vaticana. Il Giubileo dedicato ai poveri si è unito alla IX Giornata Mondiale dei Poveri, istituita da Papa Francesco nel 2017 al termine del Giubileo della Misericordia. “Nelle persecuzioni, nelle sofferenze, nelle fatiche e nelle oppressioni della vita e della società, Dio non ci lascia soli. Egli si manifesta come Colui che prende posizione per noi”, dice il Pontefice nell’omelia.

Questa mattina Papa Leone è andato in Piazza San Pietro a salutare la folla già radunata all’esterno per seguire la celebrazione (circa 12.000 fedeli), fa sapere un telegram della Sala Stampa della Santa Sede.

“Quando leggiamo il Vangelo, una delle frasi che tutti conosciamo è «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3). Noi tutti vogliamo essere fra i poveri del Signore, perché la nostra vita è un dono di Dio e lo riceviamo con tanta gratitudine. Io vi ringrazio per la vostra presenza. La Basilica diventa un po’ piccola… Voi fate parte della Chiesa e potete seguire la Santa Messa anche dagli schermi. Partecipate con molto amore, con molta fede e sappiate che siamo tutti uniti in Cristo. Allora, celebriamo l’Eucaristia e dopo ci vediamo per l’Angelus, qui in Piazza”, ha detto questa mattina il Papa in piazza.

“Tutta la Scrittura è attraversata da questo filo rosso che narra un Dio che è sempre dalla parte del più piccolo, dalla parte dell’orfano, dello straniero e della vedova. E in Gesù, suo Figlio, la vicinanza di Dio raggiunge il vertice dell’amore: per questo la presenza e la parola di Cristo diventa giubilo e giubileo per i più poveri, essendo Egli venuto per annunciare ai poveri il lieto annuncio e predicare l’anno di grazia del Signore. Di tale anno di grazia partecipiamo in modo speciale ancora noi, proprio oggi, mentre celebriamo, con questa Giornata mondiale, il Giubileo dei poveri.”, continua il Papa.

Al Giubileo dei poveri, secondo il Dicastero per l’Evangelizzazione, stanno partecipando 10 mila pellegrini da tutto il mondo da venerdì 14 novembre, soprattutto persone in condizioni di fragilità e povertà, assistiti dalle associazioni caritative delle diocesi, volontari e operatori.

“Quante povertà opprimono il nostro mondo! Sono anzitutto povertà materiali, ma vi sono anche tante situazioni morali e spirituali, che spesso riguardano soprattutto i più giovani. E il dramma che in modo trasversale le attraversa tutte è la solitudine. Essa ci sfida a guardare alla povertà in modo integrale, perché certamente occorre a volte rispondere ai bisogni urgenti, ma più in generale è una cultura dell’attenzione quella che dobbiamo sviluppare, proprio per rompere il muro della solitudine. Perciò vogliamo essere attenti all’altro, a ciascuno, lì dove siamo, lì dove viviamo, trasmettendo questo atteggiamento già in famiglia, per viverlo concretamente nei luoghi di lavoro e di studio, nelle diverse comunità, nel mondo digitale, dovunque, spingendoci fino ai margini e diventando testimoni della tenerezza di Dio”, sottolinea Papa Leone XIV.

“Oggi, soprattutto gli scenari di guerra, presenti purtroppo in diverse regioni nel mondo, sembrano confermarci in uno stato di impotenza. Ma la globalizzazione dell’impotenza nasce da una menzogna, dal credere che questa storia è sempre andata così e non potrà cambiare. Il Vangelo, invece, ci dice che proprio negli sconvolgimenti della storia il Signore viene a salvarci. E noi, comunità cristiana, dobbiamo essere oggi, in mezzo ai poveri, segno vivo di questa salvezza”, continua il Pontefice.

“La povertà interpella i cristiani, ma interpella anche tutti coloro che nella società hanno ruoli di responsabilità. Esorto perciò i Capi degli Stati e i Responsabili delle Nazioni ad ascoltare il grido dei più poveri. Non ci potrà essere pace senza giustizia e i poveri ce lo ricordano in tanti modi, con il loro migrare come pure con il loro grido tante volte soffocato dal mito del benessere e del progresso che non tiene conto di tutti, e anzi dimentica molte creature lasciandole al loro destino”, commenta Papa Leone XIV.

Poi un pensiero “agli operatori della carità, ai tanti volontari, a quanti si occupano di alleviare le condizioni dei più poveri esprimo la mia gratitudine, e nel contempo il mio incoraggiamento ad essere sempre più coscienza critica nella società”, dice il Papa.

“Cercare il Regno Dio implica il desiderio di trasformare la convivenza umana in uno spazio di fraternità e di dignità per tutti, nessuno escluso. È sempre dietro l’angolo il pericolo di vivere come dei viaggiatori distratti, noncuranti della meta finale e disinteressati verso quanti condividono con noi il cammino. In questo Giubileo dei poveri lasciamoci ispirare dalla testimonianza dei Santi e delle Sante che hanno servito Cristo nei più bisognosi e lo hanno seguito nella via della piccolezza e della spogliazione. In particolare, vorrei riproporre la figura di San Benedetto Giuseppe Labre, che con la sua vita di “vagabondo di Dio” ha le caratteristiche per essere patrono di tutti i poveri senzatetto”, conclude infine Papa Leone XIV.

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L’identità dei russi tra patriottismo e religione

di Stefano Caprio – Asia News – 15-11-25

Credere nella Russia non significa automaticamente credere in Dio e nei dogmi religiosi, appartenere alla Chiesa ortodossa non comporta necessariamente frequentare le celebrazioni liturgiche, sostenere i “valori tradizionali” non si traduce automaticamente nell’assunzione dei dettami del catechismo.

In occasione del Giorno dell’unità popolare della scorsa settimana, il centro sociologico del Cremlino Vitsom ha svolto un’indagine sul tema delle priorità per l’affermazione dell’identità dei cittadini russi, domandando a quale gruppo sociale o comunitario essi si riferiscono principalmente, in pratica “Chi siete voi?”. I risultati hanno dato a stragrande maggioranza la risposta patriottica “un cittadino della Russia”, mentre in modo sorprendente agli ultimi posti si è rilevato il riconoscimento di “un fedele della mia religione”, che ha raccolto solo il 2% delle risposte (di fatto la percentuale di russi che frequentano le celebrazioni religiose), ancora meno della risposta “un cittadino del mondo”, che ha ottenuto il 3%.

Una delle affermazioni più comuni, al 60%, riguarda “la Russia come Paese multietnico”, che rende il Paese “molto più forte”, anche se lo scorso anno i sostenitori della “multinazionalità” erano il 5% in più. Gli esperti del Vitsom spiegano che “quando si parla della propria identità personale, la cittadinanza appare sempre al primo posto, superando di molto le altre fondamenta identitarie come il gender, la propria generazione, la professione, l’appartenenza etnica e altro”. Il riconoscimento patriottico è il fattore comune che unisce le persone indipendentemente dal sesso, dall’età, dalla condizione sociale e dalla regione di residenza o di origine.

La contraddizione più evidente riguarda in effetti il rapporto con la religione, in particolare con il cristianesimo ortodosso. Un sondaggio del Vitsom nel 2019 riportava un 63% di intervistati che si dichiarava convintamente ortodosso, e non è facile spiegare la grande distanza tra identità e appartenenza religiosa dei russi. Molto dipende da come sono formulate le domande, da cui risulta che la confessione religiosa è una componente secondaria dell’identità patriottica, anche per le altre religioni “tradizionali” della Russia come l’islam, il buddismo e l’ebraismo, e i “valori tradizionali” non a caso vengono sempre definiti “morali e spirituali”, inserendo i secondi in dipendenza dei primi, definiti dalle autorità civili e quindi confermati dalla benedizione del pope, del rabbino, del lama o del mullah.

L’appartenenza religiosa dei russi è molto formale, come conferma la scarsa frequenza alle liturgie, spesso vissute più come azione folcloristica in occasione della Pasqua e delle grandi feste, quando ci si reca in chiesa per benedire i dolcetti e i regali da distribuire ai parenti. Perfino la partecipazione alle celebrazioni rispecchia una modalità quasi soltanto esteriore: dei pochi che si recano alla Divina Liturgia, la Messa ortodossa, non più del 10% si accosta ai sacramenti della confessione e della comunione, mentre il resto dei fedeli si limita ad accendere una candela davanti all’icona del santo preferito.

La rinascita religiosa degli anni Novanta, dopo la fine dell’ateismo comunista, ha visto una spettacolare trasformazione di cento milioni di “non credenti” in “devoti ortodossi”, con un’iniziale ricerca sincera di riscoperta dei valori religiosi che ben presto è diventata un processo di votserkovlenie, il termine russo che indica la “chiesificazione”. Il battesimo e il matrimonio religioso sono la massima espressione di questo reinserimento nella vita ecclesiale, che assume poi contenuti particolarmente intensi soltanto accostandosi all’esperienza monastica, vissuta in Russia come una forma radicale di identità con la “Patria terrestre e celeste” nello spirito della “fuga dal mondo” vissuta come “fine del mondo”, non credendo veramente che la vita su questa terra possa essere conforme ai principi eterni della religione.

Per la grande massa dei “credenti ortodossi” russi non contano molto le questioni della salvezza individuale, della vita secondo gli ideali spirituali, degli imperativi morali, tanto meno delle problematiche teologiche. L’Ortodossia è la confessione storica della Russia, e di essa bisogna andare fieri come parte solenne della propria cittadinanza, e questo riguarda anche le altre confessioni, ottenendo un “islam moderato” non per interpretazioni coraniche approfondite, ma per la coscienza di un “islam russo” che non deve essere contaminato da quello radicale proveniente dal Medio Oriente o da altre zone musulmane “non patriottiche”. E questo vale anche per i Paesi dell’Asia centrale a maggioranza islamica, che mantengono un’autocoscienza molto affine a quella dei vecchi padroni imperiali.

Del resto, si calcola dai sondaggi anche una percentuale molto alta di cittadini russi che non indicano alcun riferimento a confessioni religiose, tra il 30 e il 40% almeno dalle statistiche ufficiali, e forse anche di più nella realtà. L’indifferenza religiosa è comune a tante altre popolazioni dei Paesi di tradizione cristiana, in Europa e nel resto del mondo, e per la Russia è un fattore analogo alla modalità di adesione all’ideologia sovietica dello scorso secolo. I funzionari di partito e delle varie istituzioni pubbliche si mostravano devoti ai principi del comunismo per convenienza della scala sociale e delle prospettive di carriera, ma la gran massa della popolazione si conformava ai principi ideologici soltanto per evitare complicazioni, nonostante la martellante propaganda delle lezioni di DiaMat, il marxismo-leninismo dialettico, insieme a quelle anti-religiose di “ateismo scientifico”.

Proprio gli specialisti dell’ateismo sono poi diventati, subito dopo la fine del comunismo, i principali maestri della religione, che affermavano di studiare solo apparentemente per contrastarla, in realtà perché erano i primi ad interessarsene. Questo potrebbe far pensare a un “effetto inverso” anche dell’attuale propaganda patriottica ossessiva, dagli asili alle università e in ogni ambito sociale, che potrebbe rivoltarsi in breve tempo con il mutare degli eventi. Molti sociologi in effetti avvertono che l’attuale conformismo ideologico sia sostenuto fondamentalmente dall’operazione militare in Ucraina, che obbliga alla “mobilitazione delle coscienze” prima ancora che della disponibilità al combattimento, spesso lasciato alle popolazioni minori del Caucaso e della Siberia. Non a caso anche ai tempi sovietici il sostegno più entusiasta alle politiche statali veniva dal mondo dei militari, anch’essi trasformatisi velocemente in servitori del culto, per la facile sintonia tra la guerra e la fede “patriottica”.

Credere nella Russia non significa automaticamente credere in Dio e nei dogmi religiosi, appartenere alla Chiesa ortodossa non comporta necessariamente frequentare le celebrazioni liturgiche, sostenere i “valori tradizionali” non si traduce automaticamente nell’assunzione dei dettami del catechismo. Dipende dalle circostanze e dall’orientamento dei leader politici, sostenuti dai gerarchi religiosi. Si può credere alla “missione divina” della Russia senza avere un’idea precisa della missione evangelica di Cristo e degli apostoli, e questo rende il ritorno della Russia alla religione anche più dannoso della professione dell’ateismo militante. Non a caso gli atei espliciti sono oggi sottoposti in Russia a persecuzioni simili a quelle dei credenti nei tempi sovietici, rendendoli una categoria particolarmente significativa per la difesa della libertà di pensiero e di professione religiosa “al contrario”.

Secondo varie definizioni, che spesso vengono trasformate in capi d’accusa, gli atei sono “amorali” e “indegni della cittadinanza”, si assegna loro una “disfunzione mentale” e la “scarsa capacità di comprensione”, vengono accusati di “vandalismo etico” e di “mancato rispetto alla patria”, “immaginazione febbrile”, “licenziosità morale”, “adesione al principio di permissività” e altri epiteti simili. Chi si dichiara ateo non è ammesso all’identità russa, perché trasmette “valori non russi ed estranei”, come frutto di propaganda e di predicazione inversa proveniente dai Paesi stranieri, e questo proprio nel Paese che ha realizzato la più grande professione di ateismo in tutta la storia dell’umanità. Perfino nei Paesi islamici più radicali, nel Medio Oriente e in varie parti del mondo, si lascia maggiore spazio alla libertà di pensiero, pur nella costrizione al rispetto della sharia musulmana, che si limita a mettere in secondo piano i cittadini che non professano la fede musulmana, senza espellerli dalla comunità nazionale, mentre la Russia sembra tornare sempre più verso i tempi bui dell’intolleranza. La religione era per Josif Volokolamskij, il massimo teologo del Quattrocento, la dimensione “istitutrice dello Stato”, espressione molto ripresa oggi da Putin e da Kirill, ma non necessariamente l’istituzione della coscienza e della propria samobytnost, l’identità o “auto-essenza” che si dissolve facilmente nei vortici della storia.

Papa Leone XIV: “La mistica si caratterizza come un’esperienza che supera la mera conoscenza razionale”

Il Papa ha incontrato i partecipanti al convegno sulla mistica del Dicastero delle Cause dei Santi 

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, giovedì, 13. novembre, 2025 16:00 (ACI Stampa).

La mistica si caratterizza come un’esperienza che supera la mera conoscenza razionale non per merito di chi la vive, bensì per un dono spirituale, che può manifestarsi in diversi modi, anche con fenomeni addirittura opposti, come visioni luminose o fitte oscurità, afflizioni o estasi. Per sé, tuttavia, questi eventi eccezionali restano secondari e non essenziali rispetto alla mistica e alla santità stessa: possono esserne segni, in quanto carismi singolari, ma la vera meta è e resta sempre la comunione con Dio”. Lo ha spiegato stamane Leone XIV nel corso dell’udienza al convegno sulla mistica del Dicastero delle Cause dei Santi.

I fenomeni straordinari che possono connotare l’esperienza mistica – ha aggiunto Papa Leone – non sono condizioni indispensabili per riconoscere la santità di un fedele: se presenti, essi ne fortificano le virtù non come privilegi individuali, ma in quanto ordinati all’edificazione di tutta la Chiesa, corpo mistico di Cristo. Ciò che più conta e che maggiormente si deve sottolineare nell’esame dei candidati alla santità è la loro piena e costante conformità alla volontà di Dio, rivelata nelle Scritture e nella vivente Tradizione apostolica.

È importante perciò avere equilibrio: come non bisogna promuovere le Cause di Canonizzazione solo in presenza di fenomeni eccezionali, così va posta attenzione a non penalizzarle se gli stessi fenomeni connotano la vita dei Servi di Dio”.

“Con impegno costante – ha ancora sottolineato il Papa – il Magistero, la teologia e gli autori spirituali hanno inoltre fornito criteri per distinguere fenomeni spirituali autentici, che possono accadere in un clima di orazione e sincera ricerca di Dio, da manifestazioni che possono essere ingannevoli. Per non cadere nell’illusione superstiziosa, occorre valutare con prudenza simili eventi, attraverso un discernimento umile e conforme all’insegnamento della Chiesa”.

“Al centro del discernimento circa un fedele – ha concluso il Pontefice – sta l’ascolto della sua fama di santità e l’esame circa la sua perfetta virtù, come espressioni di comunione ecclesiale e intima unione con Dio. Svolgendo questo prezioso servizio, specialmente quanti tra voi operano nell’ambito delle Cause di Canonizzazione sono chiamati a imitare i Santi e coltivare così la vocazione che tutti ci accomuna come battezzati, membra vive dell’unico popolo di Dio”.

🔴LIVE🔴 MAGNIFICAT: IL POEMA DI MARIA – a cura di PADRE LIVIO – Puntata 10 – ONNIPOTENZA D’AMORE – LIBERTA’

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L’ALBERO DI NATALE DI RADIO MARIA

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MARIA DOLCE MADRE

5. MARIA MADRE DELL’ UMANITA

Maria è la Madre di tutti gli uomini, nessuno escluso. Quando Gesù morente in croce la chiama solennemente col nome di “Donna”, vuole indicarci in Lei la nuova Eva, cioè la madre della nuova umanità, composta dagli uomini riscattati dal sangue del Redentore. La salvezza operata dal Figlio di Dio è universale e riguarda tutti gli uomini di tutti i tempi. Nessuno è escluso, nemmeno l’infimo embrione confinato in un congelatore. Maria abbraccia col suo cuore tutti coloro che Gesù ha redento e ha chiamato alla divina figliolanza. Nel suo grembo, nel quale il Verbo si è fatto carne, l’intera umanità è predestinati alla nuova nascita nello Spirito. Quanto si estende la redenzione, tanto si dispiega la maternità di Maria. L’intera umanità è racchiusa nel suo cuore materno. Non vi è nessuno che non abbia il suo posto speciale in questa culla di pace di amore.

            La Madonna è madre innanzi tutto dei cristiani, ciò di coloro che sono membra vive del Corpo mistico di Gesù Cristo. Lungo il corso dei secoli, e in particolare in questi nostri giorni inquieti, la Chiesa non ha esitato a proclamarla sua madre. Questo significa che tutti i membri della Chiesa, in modo speciale i sacerdoti, il Papa e i vescovi, sono suoi figli. Per quanto nella Chiesa una persona sia rivestita di dignità, è pur sempre un figlio che Maria tiene per mano e prende in braccio.  La presenza della Madre nella Chiesa garantisce quella piccolezza evangelica senza la quale uno non può entrare nel Regno dei Cieli (Mt 18,3). La sua sollecitudine materna si estende ai bisogni innumerevoli di questa grande famiglia dei figli di Dio. La Madre intercede, provvede e interviene. Che cosa potrebbero fare gli uomini di Chiesa se la Madonna non venisse continuamente in loro aiuto, anche quando non è invocata?

            Maria è la Madre dell’intera umanità. Potrebbe forse escludere dalla preoccupazione del suo Cuore coloro che non la conoscono, che la combattono o che la insultano? Il suo amore materno abbraccia tutti gli uomini di tutti i tempi, a qualsiasi religione o credo appartengono. Lei si preoccupa dei problemi di ognuno, in particolare della salvezza eterna delle anime, per le quali prega e ottiene le grazie necessarie. Come il sole illumina ed effonde il suo calore su tutti gli uomini, buoni o cattivi che siano, così l’amore di Maria si estende in ogni angolo della terra per riscaldare gli esseri umani più sconosciuti ed emarginati. Nulla e nessuno sfugge alla sua sollecitudine di madre. Tutti gli uomini gli sono presenti in ognuna delle loro necessità. La Madonna interviene anche nei minimi particolari e si cura di ognuno come se fosse il suo unico figlio.

            Se l’umanità ha percorso finora il suo cammino senza precipitare negli abissi scavati dal suo orgoglio, lo deve alla pena che Maria si dà ogni giorno per la sua sorte. In modo speciale di fronte agli immani pericoli del nostro tempo, che mettono in forse lo stesso futuro dell’uomo, quale speranza ci sarebbe se la Madonna non fosse presente in mezzo a noi? Il suo amore è vigilante ed efficace. La Madre del genere umano lo protegge dalle insidie del nemico di sempre, il quale nulla può nei confronti della nuova Eva. Lei vede le sue insidie e si suoi piani di distruzione e di morte. Il suo occhio guarda lontano e prepara per tempo i rimedi necessari.

            Maria è più che mai la madre di questa umanità unificata e che sta prendendo coscienza del comune destino. Tocca agli uomini, e in primo luogo ai cristiani, rendersene conto ed accoglierla. Quando la notte si fa oscura e la bufera imperversa, minacciando di inghiottire la barca alla quale siamo aggrappati, gli occhi di tutti si rivolgeranno alla Stella del mare per implorare protezione e speranza.

IL PENSIERO QUOTIDIANO

La purificazione del mondo sarà salvifica, ma dolorosa.

La presenza della Regina della pace in questo passaggio storico, nel quale la stessa sopravvivenza dell’umanità è in pericolo, ci rafforza nella speranza che Dio vincerà sulle potenze del male che tentano di prevalere.

I pericoli che stiamo correndo sono tali che la Madonna è scesa in campo a Fatima, fin dal 1917, per aiutare la Chiesa e gli uomini di buona volontà a fermare il piano di satana di distruggere l’opera divina della creazione e della redenzione.

Il punto critico di questa battaglia, che coinvolge il Cielo, la terra e l’inferno, sarà il tempo dei dieci Segreti di Medjugorje, durante il quale l’umanità dovrà schierarsi o con Maria e suo Figlio o con satana e le sue orde, decisi a distruggere il mondo ed impadronirsi delle anime.

Sembra uno scenario surreale, difficilmente credibile all’uomo del nostro tempo, allergico al soprannaturale. In realtà gli eventi dei 10 Segreti si stanno delineando giorno per giorno, mentre le anime accecate dormono il sonno della morte.

A questo riguardo è da considerare con serietà la visione avuta da Suor Lucia il 3 gennaio 1944 prima di scrivere il terzo Segreto di Fatima:

 “Sentii lo spirito inondato da un mistero di luce che è Dio e in Lui vidi e udii: – la punta della lancia come una fiamma che si allunga fino a toccare l’asse terrestre; – e questa sussulta.

 Montagne, città, paesi e villaggi con i loro abitanti vengono sepolti; il mare, i fiumi e le nubi escono dagli argini, debordano, inondano e trascinano con sé in un vortice un numero incalcolabile di case e persone.

 È la purificazione del mondo dal peccato in cui si è immerso; l’odio, l’ambizione provocano la guerra distruttrice!”

Sono immagini che chiamano alla preghiera, alla fede e alla conversione. Chi, se non noi cristiani, è in grado di comprenderle e di fermare l’umanità sulla via della rovina?

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