"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Aprile 2025 Pagina 5 di 34

DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA

Il 22 febbraio 1931 Gesù apparve a santa Faustina in una veste bianca con la mano destra benedicente e la sinistra poggiata sul petto, da cui fuoriuscivano due grandi raggi. Il Signore fece una grande promessa a tutti coloro che ne avrebbero venerato l’immagine.

Santo del giorno 27_04_2025 Ermes Dovico – La Nuova Bussola

Il 22 febbraio 1931 Gesù comunicò per la prima volta a Santa Faustina Kowalska il desiderio di una festa della Misericordia da celebrare nella prima domenica dopo la Pasqua, chiedendole di annunciare le grazie straordinarie che avrebbe concesso. Le apparve in una veste bianca con la mano destra benedicente e la sinistra poggiata sul petto, da cui fuoriuscivano due grandi raggi, uno rosso e l’altro pallido. Le ordinò di dipingere un’immagine secondo quel modello e riportante la scritta: «Gesù confido in Te». In quello stesso giorno Nostro Signore le fece una solenne promessa, valida per ogni anima pellegrina sulla terra: «Prometto che l’anima, che venererà quest’immagine, non perirà. Prometto pure già su questa terra, ma in particolare nell’ora della morte, la vittoria sui nemici. Io stesso la difenderò come Mia propria gloria».

Attraverso le rivelazioni a suor Faustina, Gesù ha chiesto ai sacerdoti di annunciare «la Mia grande Misericordia per le anime dei peccatori», domandando a ogni uomo di invocare con fiducia il Suo perdono. Dopo il 22 febbraio 1931, a riprova di quanto la Festa della Divina Misericordia sia importante nel piano salvifico, ricordò la sua richiesta alla santa in altre 14 apparizioni, dando di volta in volta nuovi elementi sul modo di celebrarla e sul perché. La scelta della prima domenica dopo Pasqua indica proprio l’intimo legame tra il mistero della Redenzione e tale festa, un legame che è reso ancora più evidente dalla sua novena («durante questa novena elargirò grazie di ogni genere», ha detto il Signore) con inizio al Venerdì Santo. Gesù ha infatti spiegato che «le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione», per il rifiuto dell’Amore divino. E con la Festa della Misericordia ha voluto offrire un’altra grande possibilità di salvezza, prima del Suo giusto giudizio.

Gesù ha promesso speciali grazie a chi riceverà degnamente l’Eucaristia nella Domenica della Divina Misericordia: «L’anima che si accosta alla confessione e alla santa Comunione, riceve il perdono totale delle colpe e delle pene». E ha aggiunto: «In quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le mie grazie divine». Questi doni eccezionali sono, secondo padre Ignazio Rozycki (un teologo carissimo a san Giovanni Paolo II), perfino più grandi dell’indulgenza plenaria (la quale è nello specifico la remissione della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa) e si potrebbero equiparare a un «secondo Battesimo». La confessione può essere fatta pure qualche giorno prima. Resta ferma la necessità di comunicarsi poi in stato di grazia (perciò senza alcun peccato mortale), e adorare con fervore la Divina Misericordia, definita da Gesù «il più grande attributo di Dio».

Tra coloro che più hanno aiutato suor Faustina a diffondere la devozione alla Divina Misericordia va ricordato il beato Michele Sopocko (1888-1975), suo direttore spirituale: «Egli ti aiuterà a fare la Mia volontà sulla terra», le disse Dio attraverso una locuzione interiore. Fu lui a chiedere nel 1934 a Eugenio Kazimirowski di dipingere la prima immagine di Gesù Misericordioso. Il pittore eseguì il quadro sotto la puntigliosa supervisione della santa. E padre Sopocko lo espose per la prima volta nella cappella della Porta dell’Aurora a Vilnius dal 26 aprile al 28 aprile 1935, giorno, quest’ultimo, che coincideva con la prima domenica dopo Pasqua e in cui venne celebrata una Messa solenne.

Riguardo all’immagine dipinta da Kazimirowski c’è un particolare che può essere ricordato: santa Faustina era così rattristata dall’impossibilità di raffigurare Gesù in tutta la Sua bellezza che un giorno, a lavoro ancora in corso, scoppiò a piangere in cappella: «Chi può dipingerTi bello come sei?», disse al Signore, udendo in risposta queste parole: «Non nella bellezza dei colori né del pennello sta la grandezza di questa immagine, ma nella Mia grazia». Un’altra volta Gesù le rivelò: «Il Mio sguardo da quest’immagine è tale e quale al Mio sguardo dalla croce».

Nel 1943, cioè cinque anni dopo la nascita al Cielo di suor Faustina, un altro pittore, Adolf Hyla, si recò dalle consorelle della santa a Cracovia, offrendosi di dipingere un quadro per ringraziare Dio di aver salvato la sua famiglia dalla guerra: nacque così quella che è la versione del dipinto di Gesù Misericordioso più conosciuta oggi, diffusasi provvidenzialmente attraverso milioni di immaginette in tutto il mondo. Nel frattempo, il quadro originario di Kazimirowski veniva preservato grazie all’opera di alcuni fedeli, che negli anni bui della dittatura comunista riuscirono a evitare – in modi perfino rocamboleschi – che venisse distrutto. Nonostante ostacoli vari, la Festa della Divina Misericordia si andò sempre più radicando, fino alla sua definitiva istituzione nel 2000 ad opera di san Giovanni Paolo II.

La Russia di papa Francesco

di Stefano Caprio – Asia News – 26 Aprile 2025

Desiderava con tutta l’anima di recuperare il volto della “folle santità” della Russia, quello dei suoi monaci e dei suoi pellegrini, dei suoi grandi artisti e musicisti, dei suoi scrittori capaci di aprire orizzonti di vera unione universale. Per questo ha citato spesso Dostoevskij. Ora nella sua morte ci promette che in questa inestricabile lotta interiore tra il male e il bene nell’animo umano si rivela sempre il volto di Cristo.

Papa Francesco viene oggi onorato da capi di Stato e rappresentanti di quasi tutti i Paesi del mondo, sottolineando l’universalità del suo ruolo e della sua stessa personalità, che per tutta la vita ha saputo guardare più lontano delle abituali rotte delle attività ecclesiastiche, fino ai territori più dimenticati e “periferici”. A renderlo un punto di riferimento per tutti non sono stati soltanto i suoi numerosi viaggi apostolici, ma le sue parole e i suoi incontri, la sua capacità di comunicare con tutti senza formalismi, guardando in faccia gli interlocutori di tutti i livelli ed estrazioni sociali, nel tempo della connessione mondiale fluida e digitale.

Alla cerimonia non è presente il presidente russo Vladimir Putin, che ha inviato la sua ministra della cultura, Olga Ljubimova, e neppure il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev), con cui si era abbracciato fraternamente all’Avana nel 2016, anch’egli sostituito dal metropolita Antonij (Sevrjuk). Putin non può rischiare l’arresto per i crimini internazionali, e Kirill non può sedersi al fianco del suo principale avversario nel mondo ortodosso, il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo (Archontonis). Eppure la Russia è una presenza forte nella cerimonia di commemorazione del pontefice scomparso, essendo stata per tutta la sua vita una terra di grande attrattiva, per la sua storia e la sua cultura, prima ancora che per i calcoli di geopolitica ecclesiastica.

Come più volte ribadito dai grandi ideologi putiniani, e dallo stesso Kirill, fanno parte del “mondo russo” non soltanto i russi etnici e i popoli storicamente legati alla Russia, ma anche tutte le persone che ammirano la grandezza dell’Eurasia, che rispettano le tradizioni religiose e culturali della Russia, ne apprezzano la lingua e la letteratura e ne condividono l’afflato della sobornost, l’unione universale dei popoli e delle terre di Oriente e Occidente. In questo senso, papa Francesco è stato senza dubbio il papa del Russkij Mir, non certo nella deriva bellica e apocalittica del putinismo ortodosso di guerra, ma nel riconoscimento di un approccio importante al dramma dell’umano, disperso in territori sconfinati e portato continuamente verso gli eccessi del bene e del male, spesso cercando il bene attraverso il male.

L’iconografia russa, di eredità bizantina, presenta una versione estrema della “prospettiva rovesciata”, quella che trova il punto di fuga non nell’orizzonte lontano, ma nell’anima dello spettatore, che viene trasfigurato dalla luce della sacra immagine di Cristo, della Madre di Dio e dei santi. È questo il modo di annunciare il Vangelo che ha vissuto l’argentino Jorge Mario Bergoglio, dalle estremità verso il cuore, dalla “fine del mondo” verso la sede di Pietro, luogo di raccolta di tutti gli aneliti e le attese dell’uomo. È la caratteristica principale della tanto ricercata “idea russa”, che sorprende proprio per il completo rovesciamento dei movimenti e dei passaggi storici. Non è solo la pittura sacra o la liturgia solenne, vissuta con un pathos sconosciuto agli stessi padri bizantini, ma è l’intera storia della Russia che costringe a ritrovare sé stessi dopo essersi irrimediabilmente perduti, come gli “ultimi” a cui il papa ha sempre cercato di rivolgersi.

Come la Rus di Kiev venne annichilita dall’invasione e dal giogo dei tataro-mongoli, così la Moscovia imperiale si è scontrata con le sue diverse anime nella guerra infinita con la Polonia e con l’Europa intera, fino all’attuale guerra in Ucraina, nel rovinoso tentativo di conquistare la Turchia fino a Gerusalemme e nello stravolgimento di ogni ideale spirituale nella rivoluzione ateista del “giogo sovietico” novecentesco. Il trentennio successivo al crollo dell’impero comunista si è rivelato nuovamente un vortice inverso della storia, riducendo la rinata religione ortodossa a strumento della distruzione e della tensione alla fine del mondo, risalendo e ripercorrendo le tragedie del passato. Tutto questo era ben chiaro nella mente di papa Francesco, che desiderava con tutta l’anima di recuperare il volto della “folle santità” della Russia, quello dei suoi monaci e dei suoi pellegrini, dei suoi grandi artisti e musicisti, dei suoi scrittori capaci di aprire orizzonti di vera unione universale.

Uno dei più decisivi tra questi scrittori fu indubbiamente Fëdor Dostoevskij, il preferito di papa Bergoglio. Il pontefice lo ha citato spesso nei suoi discorsi, ricordando le sue opere maggiori come Delitto e CastigoI Demoni e I fratelli Karamazov, per la sua capacità di esplorare la complessità dell’animo umano e le questioni religiose e morali. La caratteristica principale di Dostoevskij era proprio la “prospettiva rovesciata” dell’animo, descrivendo personaggi che nel male più profondo erano inevitabilmente portati a scoprire una verità superiore, a riconoscere il vero volto di Dio. Francesco ha utilizzato Dostoevskij per illustrare concetti come la fede, la sofferenza, la redenzione e la guerra, come la famosa “Leggenda del Grande Inquisitore” per riflettere sulla natura della fede e della libertà umana.

In un messaggio alla Russia, il papa ha utilizzato un passaggio dei Demoni per sottolineare come la guerra sia un oltraggio a Dio. Del resto, proprio in questo romanzo si esprime il vertice della contrapposizione tra l’uomo e Dio, come nell’affermazione di uno dei rivoluzionari protagonisti del racconto, Kirillov, che afferma che “se non c’è Dio, io sono Dio”, e per sottrarsi alla Sua volontà “sono costretto ad affermare il mio libero arbitrio”. Ricordando un episodio realmente avvenuto nella Russia di metà Ottocento, il giovane spiega che “sono obbligato a spararmi, senza nessun motivo, solo per libero arbitrio”: uccidendo sé stesso, egli intende uccidere Dio. È proprio la forma “rovesciata” dell’ascesa monastica, che nelle tradizioni dell’esicasmo russo prevede “l’annullamento di sé” per lasciare spazio a Dio.

Pochi mesi dopo la sua elezione, nel dicembre 2013, papa Francesco ha citato Dostoevskij parlando della sofferenza dei bambini, uno dei temi fondamentali dei Fratelli Karamazov. Egli affermava che lo scrittore russo è come “un maestro di vita”, spiegando che “l’unica preghiera che a me viene è la preghiera del perché”, come il grido di Ivan Karamazov di ribellione a Dio e al destino, a cui cerca risposte nelle tentazioni diaboliche riproposte dal Grande Inquisitore (un cardinale cattolico) a Cristo tornato sulla terra, che va nuovamente ucciso perché non torni a donare all’uomo la libertà. Nel giugno del 2021, parlando ai seminaristi delle Marche, il pontefice consigliava di “leggere anche quegli scrittori che hanno saputo guardare dentro all’animo umano, penso ad esempio a Dostoevskij, che nelle misere vicende del dolore terrestre ha saputo svelare la bellezza dell’amore che salva”.

Per Bergoglio “queste non sono questioni per letterati, è per crescere in umanità”. Egli insisteva che “bisogna leggere i grandi umanisti, perché un sacerdote può essere molto disciplinato, può essere capace di spiegare bene la teologia, anche la filosofia, tante cose, ma se non è umano, non serve, gli manca qualcosa, gli manca il cuore… bisogna essere esperti in umanità”. Anche nell’aprile 2022, sullo sfondo della polemica da parte dell’Ucraina sulla presenza alla Via Crucis del venerdì santo di due donne, una ucraina e l’altra russa, papa Francesco citò Dostoevskij all’udienza generale, per sottolineare che “la pace di Gesù non sovrasta gli altri, non è mai una pace armata… le armi del Vangelo sono la preghiera, la tenerezza, il perdono e l’amore gratuito al prossimo, l’amore a ogni prossimo”.

Nel maggio 2023, ricevendo in udienza i partecipanti al convegno promosso dalla rivista La Civiltà Cattolica con la Georgetown University sul tema “L’estetica globale dell’immaginazione cattolica”, parlò dell’ortodosso Dostoevskij quando affermava che “tante volte le inquietudini sono seppellite in fondo al cuore”. Quindi citò un passaggio dei Fratelli Karamazov in cui si racconta di “un bambino, piccolo, figlio di una serva, che lancia una pietra e colpisce la zampa di uno dei cani del padrone. Allora il padrone aizza tutti i cani contro il bambino, lui scappa e prova a salvarsi dalla furia del branco, ma finisce per essere sbranato sotto gli occhi soddisfatti del generale e quelli disperati della madre”. Secondo il papa “questa scena ha una potenza artistica e politica tremenda, parla della realtà di ieri e di oggi, delle guerre, dei conflitti sociali, dei nostri egoismi personali, della contraddittorietà dell’esistenza”.

Dostoevskij interveniva anche nei dibattiti pubblici, affermando la necessità di conquistare la Turchia, la Terrasanta e il mondo intero, unendo gli slavi e quindi gli altri popoli per realizzare la salvezza russa delle anime, anticipando le teorie più estreme del “mondo russo”. Lo scrittore non riportava però soltanto queste tensioni distruttive nei suoi romanzi, ma anche tutte quelle contrarie e differenti, e non si poteva mai capire a quale dei personaggi volesse identificarsi. Forse l’eroe più simbolico di tutta la sua letteratura è proprio L’Idiota, impersonato dal principe Myškin malato di epilessia, che giunge dall’Europa in Russia per annunciare una nuova visione del Vangelo, e criticando i cattolici che “ci hanno condotto all’ateismo”, infine proclama: “mostrate al russo il mondo russo, fate che egli trovi quell’oro, quel tesoro che la sua terra gli nasconde. Mostrategli nel lontano avvenire il rinnovamento di tutto il genere umano anzi, la sua resurrezione in virtù dell’unica idea russa, del Dio russo, del Cristo russo, e vedrete quale possente gigante di giustizia, di saggezza e di amore si presenterà al cospetto del mondo stupefatto e atterrito. Stupefatto e atterrito perché, da noi, il mondo si aspetta il ferro e il fuoco… si aspetta la violenza perché, utilizzando il proprio metro di giudizio, non sa descriverci se non immaginandoci simili ai barbari. Così è sempre stato e così sarà ancora domani, in misura sempre maggiore”.

La Russia di papa Francesco è quella di Dostoevskij e tanti altri uomini d’arte e di cultura, la Russia che cerca una nuova resurrezione, anche “mettendo il mondo a ferro e fuoco”. Nella sua morte, il grande papa “russofilo” ci promette che in questa inestricabile lotta interiore tra il male e il bene nell’animo umano si rivela sempre il volto di Cristo, il salvatore di ciascun uomo e di ciascun popolo, cominciando sempre dagli ultimi.

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🔴LIVE🔴 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – Puntata 318 – LA CHIESA E’ SANTA

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Le «frecciate» ai politici, la rotta indicata al Conclave: il messaggio dell’omelia del cardinal Re, ai funerali di Francesco

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 26 Aprile 2025

Il cardinal Re ripercorre le tappe del pontificato, e della vita, di Francesco davanti ai Grandi della Terra, che spesso lo hanno ignorato o contestato. E indica i punti «irreversibili»: «Ha ribadito che la Chiesa è una casa aperta a tutti, capace di chinarsi su ciascuno, al di là di ogni credo e condizione»

TOPSHOT - Italian cardinal Giovanni Battista Re officiates the mass in front of the coffin of late Pope Francis at the start of the funeral ceremony at St Peter's Square in The Vatican, on April 26, 2025. (Photo by Andreas SOLARO / AFP)

CITTÀ DEL VATICANO – «”Nessuno si salva da solo”. Di fronte all’infuriare delle tante guerre di questi anni, con orrori disumani e con innumerevoli morti e distruzioni, Papa Francesco ha incessantemente elevata la sua voce implorando la pace e invitando alla ragionevolezza, all’onesta trattativa per trovare le soluzioni possibili, perché la guerra – diceva – è solo morte di persone, distruzioni di case, ospedali e scuole». 

Il cardinale Giovanni Battista Re, lo sguardo fermo e una voce che non lascia sospettare i suoi novantun anni, ripercorre nell’omelia per i funerali del Papa (qui il testo integrale) i momenti fondamentali del pontificato di Francesco davanti ai Grandi della Terra che spesso lo hanno ignorato, o contestato

«La guerra lascia sempre il mondo peggiore di come era precedentemente: essa è per tutti sempre una dolorosa e tragica sconfitta. “Costruire ponti e non muri” è un’esortazione che egli ha più volte ripetuto e il servizio di fede come Successore dell’Apostolo Pietro è stato sempre congiunto al servizio dell’uomo in tutte le sue dimensioni».

Vale per Bergoglio ciò che diceva di sé Hélder Câmara, arcivescovo brasiliano che fu più volte minacciato negli anni della dittatura militare e veniva chiamato il «vescovo rosso» per il suo impegno in favore dei poveri: «Se do un pane a una persona affamata, la gente dice che sono un santo. Se chiedo perché questa persona ha fame, mi dicono che sono un comunista»

Così, nell’omelia, il Decano del Collegio cardinalizio scandisce: «È stato un Papa in mezzo alla gente con cuore aperto verso tutti». E ricorda: «Innumerevoli sono i suoi gesti e le sue esortazioni in favore dei rifugiati e dei profughi. Costante è stata anche l’insistenza nell’operare a favore dei poveri». 

Un lungo applauso di leva dalla piazza, quando il cardinale Re aggiunge: «È significativo che il primo viaggio di Papa Francesco sia stato quello a Lampedusa, isola simbolo del dramma dell’emigrazione con migliaia di persone annegate in mare. Nella stessa linea è stato anche il viaggio a Lesbo, insieme con il Patriarca Ecumenico e con l’Arcivescovo di Atene, come pure la celebrazione di una Messa al confine tra il Messico e gli Stati Uniti, in occasione del suo viaggio in Messico». 

Si vedono fedeli commossi, quando conclude: «Caro Papa Francesco, ora chiediamo a Te di pregare per noi e che dal cielo Tu benedica la Chiesa, benedica Roma, benedica il mondo intero, come domenica scorsa hai fatto dal balcone di questa Basilica in un ultimo abbraccio con tutto il popolo di Dio, ma idealmente anche con l’umanità che cerca la verità con cuore sincero e tiene alta la fiaccola della speranza».

La bara di cipresso è stata deposta sul sagrato di San Pietro, davanti all’altare, alle 10,10. L’arcivescovo Diego Ravelli, maestro delle celebrazioni, vi ha posato sopra un grande libro rosso, l’Evangeliario con i Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni.

 Dal quarto Vangelo si sono letti i versetti con le parole sul della vita rivolte da Gesù a Pietro: «In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». 

Ed ora il cardinale Re ripercorre la parabola del pontificato, fino alla fine: «Il plebiscito di manifestazioni di affetto e di partecipazione, che abbiamo visto in questi giorni dopo il suo passaggio da questa terra all’eternità, ci dice quanto l’intenso Pontificato di Papa Francesco abbia toccato le menti ed i cuori. La sua ultima immagine, che rimarrà nei nostri occhi e nel nostro cuore, è quella di domenica scorsa, Solennità di Pasqua, quando Papa Francesco, nonostante i gravi problemi di salute, ha voluto impartirci la benedizione dal balcone della Basilica di San Pietro e poi è sceso in questa piazza per salutare dalla papamobile scoperta tutta la grande folla convenuta per la Messa di Pasqua».

Ma nelle parole del Decano c’è anche un passaggio che indica la rotta ai cardinali che concelebrano la Messa esequiale e nei prossimi giorni continueranno a riunirsi prima di entrare nel conclave ed eleggere il successore. Nel pontificato di Francesco, come in ogni pontificato, c’è qualcosa di irreversibile, come un testimone che il Papa venuto «quasi dalla fine del mondo» consegna a chi arriverà dopo di lui: «È stato
un Papa in mezzo alla gente con cuore aperto verso tutti
. Inoltre è stato un Papa attento al nuovo che emergeva nella società ed a quanto lo Spirito Santo suscitava nella Chiesa», chiarisce. 

Qui sta il punto centrale: «Il filo conduttore della sua missione è stata la convinzione che la Chiesa è una casa per tutti, una casa dalle porte sempre aperteHa più volte fatto ricorso all’immagine della Chiesa come “ospedale da campo” dopo una battaglia in cui vi sono stati molti feriti; una Chiesa desiderosa di prendersi cura con determinazione dei problemi delle persone e dei grandi affanni che lacerano il mondo contemporaneo; una Chiesa capace di chinarsi su ogni uomo, al di là di ogni credo o condizione, curandone le ferite» .

IL NUOVO PAPA SARA’ QUELLO DEI DIECI SEGRETI?

EDITORIALE DI PADRE LIVIO – 24 APRILE 2025

COMMENTO DI PADRE LIVIO AL MESSAGGIO DELLA REGINA DELLA PACE – 25 APRILE 2025

MIRACOLO IN SAN PIETRO

Ucraina, la pace passa per San Pietro. Trump e Zelensky rilanciano i negoziati

(VATICAN NEWS 26 APRILE 2025)

I funerali di Papa Francesco, nella Basilica vaticana, sono stati occasione per un incontro tra i presidenti di Stati Uniti e Ucraina, sul futuro nel Paese martoriato da oltre tre anni di guerra e costantemente nelle preghiere del defunto Pontefice. Un colloquio, secondo Zelensky, che ha il potenziale per “diventare storico” se si raggiungeranno “risultati congiunti”

Valerio Palombaro – Città del Vaticano

Tra le tante immagini che resteranno dell’ultimo saluto a Papa Francesco, oltre a quelle delle esequie del Pontefice, c’è sicuramente quella che ritrae il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e quello dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, seduti uno di fronte all’altro in un angolo della basilica di San Pietro. Un incontro annunciato, poi messo in dubbio da una possibile assenza del secondo, e infine avvenuto. Si tratta del primo faccia a faccia tra i due, durato 15 minuti, dopo quello drammatico avvenuto in mondovisione nello studio ovale della Casa Bianca, dalla quale Zelensky era andato via senza partecipare alla conferenza stampa.

Un colloquio “molto produttivo”

Il colloquio, secondo il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, Steve Cheung, sarebbe stato «molto produttivo». La presidenza ucraina ha inoltre diffuso una fotografia di un altro breve colloquio tra Trump e Zelensky in Vaticano, questa volta allargato al premier britannico Keir Starmer e al presidente francese Emmanuel Macron. Secondo il portavoce presidenziale ucraino, Serhii Nikiforov, Zelensky e Trump hanno concordato di portare avanti i negoziati. Zelensky, scrivendo su X, ha parlato di un «buon incontro» che «potrebbe diventare storico se si raggiungessero risultati congiunti». Il presidente ucraino ha in particolare auspicato “un cessate il fuoco completo e incondizionato” e “una pace affidabile e duratura che impedisca lo scoppio di un’altra guerra”.

La controfferta ucraina

Secondo il «New York Times», nel colloquio si è parlato anche della controfferta ucraina alla proposta della Casa Bianca per mettere fine alla guerra. Un piano che prevederebbe il dispiegamento di un «contingente di sicurezza europeo» sostenuto dagli Usa, senza menzionare la piena restituzione dei territori occupati dalla Russia, né l’adesione di Kyiv alla Nato, due questioni che Zelensky ha da tempo dichiarato non negoziabili. Da Mosca, intanto, il portavoce del Cremlino, Dmitrj Peskov, ha annunciato che il capo di Stato maggiore russo ha informato Putin sul «completamento dell’operazione» per liberare la regione russa di Kursk, parzialmente occupata dagli ucraini dall’agosto 2024. Tanti altri brevi incontri bilaterali si sono svolti oggi in occasione del funerale di Francesco. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha diffuso tramite i suoi profili social una foto della stretta di mano odierna con Trump. La titolare dell’esecutivo europeo e il presidente statunitense – nel loro breve scambio in piazza San Pietro – hanno concordato di incontrarsi nuovamente, ha sottolineato la portavoce di Von der Leyen, Paula Pinho. Segnali incoraggianti sulla scelta della via del dialogo, particolarmente significativi nell’attuale contesto segnato dai dazi e dalle tensioni internazionali.

DIARIO RADIOFONICO QUOTIDIANO

64. La visione di Suor Lucia sulla purificazione del mondo e il trionfo del Cuore Immacolato di Maria

Suor Lucia, il 3 maggio 1944, prima di scrivere il terzo Segreto di Fatima da inviare al Vescovo di Leiria, ebbe una visione che riguarda il futuro e che potrebbe riguardare i Segreti di Medjugorje dal quarto dal decimo.

È una visione solenne e altamente drammatica, che manifesta il Giudizio di Dio sul mondo e la vittoria della fede sull’impero delle tenebre. La potenza della rappresentazione parla da sola:

«Sentii lo spirito inondato da un mistero di luce che è Dio e in Lui vidi e udii: – la punta della lancia come una fiamma che si allunga fino a toccare l’asse terrestre; – e questa sussulta: montagne, città, paesi e villaggi con i loro abitanti vengono sepolti.

Il mare, i fiumi e le nubi escono dagli argini, debordano, inondano e trascinano con sé in un vortice un numero incalcolabile di case e persone: è la purificazione del mondo dal peccato in cui si è immerso.

L’odio, l’ambizione provocano la guerra distruttrice!

Quindi nel palpito accelerato del cuore e nel mio spirito udii risuonare una voce soave che diceva:

 “Nel tempo, una sola fede, un solo battesimo, una sola Chiesa, santa, cattolica, apostolica. Nell’eternità, il Cielo!”.

Questa parola “Cielo” riempì la mia anima di pace e felicità, a tal punto che, quasi senza rendermene conto, continuai a ripetere a lungo: “Il Cielo! Il Cielo!”.

Non appena passò quella soverchiante forza soprannaturale, mi misi a scrivere e lo feci senza difficoltà, il giorno 3 gennaio 1944, in ginocchio, appoggiata sul letto che mi servì da tavolo»

Suor Lucia ebbe una visione simile sei anni prima (1937) e la descrive così in una lettera:

«Se solo il mondo riconoscesse il momento di grazia che ancora gli è concesso e facesse penitenza»; quindi la confidenza:

«Vedo, nella luce immensa che è Dio, la terra scuotersi e tremare dinanzi al soffio della Sua voce:

città e villaggi sepolti, rasi al suolo, inghiottiti; montagne di gente indifesa.

Vedo le cataratte fra tuoni e lampi, i fiumi e i mari che strabordano e inondano

 e le anime che dormono il sonno della morte! …”

Forse ora comprendiamo perché, alla rivelazione dei Segreti, alcuni Veggenti di Medjugorje, secondo quanto affermato da fra J. Bubalo, sono sbiancati.

FOLLA ENORME AL FUNERALE DI FRANCESCO

A DIO FRANCESCO! L’ULTIMO ABBRACCIO

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