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80° anniversario
La Nuova Bussola – 10 Febbraio 2025 – Guido Villa
Il 7 febbraio 1945, dodici francescani del convento di Široki Brijeg furono trucidati dai partigiani titini. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, nella sola Provincia dell’Erzegovina, si contavano 66 francescani uccisi. Eliminandoli, i comunisti volevano anche distruggere cultura del popolo, plasmata proprio a Široki Brijeg.
Široki Brijeg, Mostar-Čekrk, Mostarski Gradac, Ljubuški, Zagvozd, Kočerin, Izbično, Čitluk, Čapljina, Macelj. Queste sono solo alcune delle stazioni della dolorosissima Via Crucis percorsa dai francescani della Provincia dell’Erzegovina esattamente ottant’anni fa, a partire dal febbraio 1945.
Dodici frati del convento francescano di Široki Brijeg furono trucidati da soldati appartenenti alla famigerata Undicesima brigata dalmata dell’esercito titino il 7 febbraio 1945; il giorno dopo furono catturati altri nove frati, che insieme a un centinaio di civili si erano rifugiati presso la centrale idroelettrica francescana sul fiume Lištica, situata non lontano dal convento. A questi frati non toccò una sorte migliore dei loro confratelli: furono trasferiti in direzione Dalmazia e trucidati in località sconosciute.
Già la notte tra il 6 e il 7 febbraio, a Mostarski Gradac, erano stati giustiziati senza alcun apparente motivo altri cinque frati, professori e studenti del seminario francescano che si erano rifugiati in quella parrocchia montana per proseguire in qualche modo le lezioni di teologia lontano dai bombardamenti e dalle battaglie che si svolgevano in pianura.
Una settimana dopo, il 14 febbraio 1945, fu la volta di altri sette frati – tra cui il provinciale fra Leo Petrović – che si trovavano nel convento di Mostar. Una volta conquistata questa cittadina, i partigiani li prelevarono dal convento, li incatenarono e li portarono in località Čekrk, dove li uccisero dopo averli spogliati del loro abito francescano, gettando poi i loro corpi senza vita nella Narenta (Neretva, in croato).
Negli stessi giorni avvenivano altri eccidi di frati a Ljubuški, Izbično, Čitluk, Čapljina, Zagvozd e Vrgorac, a maggio furono uccisi due frati nella casa parrocchiale di Kočerin, mentre altri tre persero la vita nella lontana Macelj, non lontano da Slovenia e Austria, di ritorno da Bleiburg lungo la cosiddetta Via Crucis del popolo croato. Alla fine della guerra i frati della Provincia francescana piansero 66 confratelli uccisi.
La Via Crucis continuò per i frati rimasti. Nel dopoguerra il regime comunista organizzò processi-farsa e, nella totale assenza di serie prove di colpevolezza, 91 frati furono condannati a pene detentive, spesso ai lavori forzati, per un totale di 348 anni, dei quali ne vennero scontati 225. Negli anni Cinquanta, la Casa di correzione penale di Zenica fu a un certo punto la più grande comunità francescana dell’Erzegovina, poiché vi erano detenuti contemporaneamente una trentina di frati. Una vera e propria persecuzione collettiva.
Tali fatti non avvennero solamente in Erzegovina o nei confronti dei francescani, ma ovunque nella Jugoslavia comunista, soprattutto tra il 1945 e il 1955. Secondo i dati di don Anto Baković alla fine si contarono 663 vittime: quattro vescovi, 523 sacerdoti (di cui 17 morti di tifo per le conseguenze della prigionia), 50 seminaristi maggiori, 38 seminaristi minori, 17 laici, 31 suore.
Il piano di eliminare la Chiesa cattolica dalla Jugoslavia titina perseguitando i pastori fu particolarmente virulento in Erzegovina, terra natale del Poglavnik (Duce) Ante Pavelić e di tre ministri del governo dello Stato Indipendente di Croazia; una regione, quindi, che i comunisti consideravano il nucleo originario del “nazionalismo” e “sciovinismo” croato che avrebbe dato origine al movimento ustascia, e dei quali i francescani furono considerati i principali responsabili, poiché essi in tale regione detenevano l’egemonia religiosa e culturale.
Al di là dei vaneggiamenti tipici dell’ideologia comunista, in realtà attaccando i francescani si voleva condannare e spezzare il cattolicesimo in sé, poiché i francescani erano fedelissimi alla fede cattolica e alla Santa Sede, e rappresentavano un ostacolo alla creazione di una chiesa “nazionale” staccata da Roma e prona agli interessi del regime. Per sradicare la fede, l’identità e la cultura cattolica dalla popolazione dell’Erzegovina fu necessario colpire a morte proprio i produttori di tale cultura, i francescani, e la stessa cultura cattolica che ruotava attorno a essi, il centro di influenza della quale era Široki Brijeg, il suo convento e il suo ginnasio francescano.
Affinché nel territorio dell’Erzegovina avessero successo altri pretendenti, era necessario provocare la rottura dello status quo e l’eliminazione, anche fisica, dei rivali. I risultati furono disastrosi: i comunisti, infatti, pur avendo preso possesso delle strutture del ginnasio, non furono in grado di ricostruirlo e riportarlo all’antico splendore culturale.
I partigiani titini volevano uccidere il popolo nell’anima, farlo arretrare culturalmente e renderlo così ricettivo dei loro vuoti slogan. E, per fare questo, oltre a uccidere i frati, attuarono un vero e proprio culturicidio. A Široki Brijeg i partigiani distrussero tutto ciò che trovarono, non solo nel convento e nella chiesa – che per qualche tempo trasformarono in una stalla per cavalli – bensì fecero lo stesso anche nel ginnasio, dove distrussero l’intera biblioteca, i laboratori, il ricchissimo museo.
Fondato nel 1889 e diventato scuola di diritto pubblico nel 1918, immediatamente prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale il ginnasio francescano aveva circa 400 alunni, dei quali ben due terzi erano figli di contadini, alunni esterni che non si preparavano alla vita sacerdotale e religiosa. L’idea dei francescani era di istruire, oltre ai propri alunni, anche i figli dei contadini, toglierli dall’ignoranza e renderli produttori essi stessi di cultura, cittadini consapevoli nella società in cui vivevano, elevarli socialmente così che non fossero più le vittime del prepotente di turno.
Il corpo docente del ginnasio, rappresentato per intero da francescani, era di un livello culturale elevatissimo: ben 15 tra i professori avevano conseguito il dottorato di ricerca nella loro materia. A parte qualche rarissima eccezione, al di là dell’amore per la loro patria croata, i francescani erano tutt’altro che inclini all’ideologia ustascia, anzi, essendosi formati quasi tutti all’estero, prediligevano forme di governo democratiche tipiche dei Paesi occidentali.
Come scrive fra Andrija Nikić in Na stopama pobijenih, bollettino della Postulatura per la beatificazione dei Servi di Dio fra Leo Petrović e 65 compagni, le autorità comuniste chiusero e proibirono la riapertura di tutte le istituzioni scolastiche dell’Ordine francescano: il ginnasio a Široki Brijeg, il noviziato di Humac e il Seminario francescano di Mostar. Il regime occupava tutti o la maggior parte dei conventi francescani in Erzegovina, numerosi appartamenti e case parrocchiali, ostacolando anche semplici lavori edili alle strutture francescane sopravvissute e bisognose di rifacimenti. Il regime aveva predisposto anche un decreto per l’abolizione della Provincia francescana dell’Erzegovina; e ai francescani fu ordinato di abbandonare completamente il convento centrale di Mostar. La Provincia sopravvisse solo perché il provinciale fra Mile Leko un giorno si recò a Belgrado da Tito, con lo stesso spirito – come disse il frate al dittatore – con cui al tempo dell’occupazione turca i frati andavano direttamente dal sultano per risolvere le questioni più scottanti. Alla fine, Tito cedette, e la Provincia fu salva.
Il sangue dei martiri francescani fu seme di nuove vocazioni, pur in un ambiente che era rimasto assai ostile alla fede cattolica e all’Ordine serafico. Nel 1971 la Provincia ebbe ben 25 nuovi novizi, e un totale di 271 membri. E soprattutto, 36 anni dopo, nel 1981, un tempo in cui la maggior parte degli assassini e dei persecutori dei francescani degli anni bellici era ancora viva, dalla terra di Erzegovina, intrisa del sangue di tanti martiri francescani, in una parrocchia francescana “tra i monti”, sorse quell’“Aurora di pace” che, secondo i piani di Dio, deve portare guarigione, conversione e salvezza al mondo intero.
È infatti un principio spirituale fondamentale della fede cattolica che la Croce è sempre anticipatrice di grazie, e che non c’è grazia che non sia preparata dalla Croce. Un oceano di grazia come quello che da quasi 44 anni si irradia da Medjugorje ha avuto come preludio proprio l’offerta della pesantissima Croce della persecuzione sofferta dai francescani e dalla popolazione dell’Erzegovina dal 1945 in poi.
Focus junior
Wikipedia
Nel 2004 il Parlamento italiano ha istituito per il 10 febbraio il Giorno del ricordo, un momento di riflessione per commemorare le migliaia di italiani morte in quella che la storia chiama “le foibe”. Vediamo di cosa si tratta.
CHE COSA SONO LE FOIBE?
Si chiamano foibe le cavità naturali, profonde anche centinaia di metri, che esistono nella regione del Carso, a cavallo tra il Friuli-Venezia Giulia e le odierne Slovenia e Croazia. Lì, a partire dal crollo del regime fascista nel 1943, furono compiuti massacri contro la popolazione italiana a opera dei partigiani (sostenitori) comunisti iugoslavi del maresciallo Tito, il rivoluzionario filo sovietico (ossia amico dell’Unione Sovietica) che, con la fine della seconda guerra mondiale, sarebbe diventato dittatore della Iugoslavia fino al 1980 (la Iugoslavia è la regione occidentale della penisola balcanica ed è esistita come stato indipendente fino al 2003).
Secondo quei partigiani, tutti gli italiani erano fascisti o contrari al regime comunista perciò, senza andare per il sottile, tutti gli italiani non comunisti che vivevano in Istria e in Dalmazia (due zone del Friuli Venezia Giulia) furono trattati come “nemici del popolo”, torturati e poi gettati nelle fosse naturali chiamate foibe con una procedura terrificante che non vi raccontiamo.
Non si sa con esattezza quanti italiani furono uccisi in modo così barbaro ma, secondo alcuni storici, forse anche 10mila persone se non di più. Vediamo l’origine di questa violenza cieca.
UNA STORIA TRAGICA
Durante la Seconda Guerra mondiale, dopo l’armistizio di Cassibile (Siracusa) dell’8 settembre 1943, con il quale l’Italia cessò le ostilità verso gli eserciti Alleati, accadde che in Istria e Dalmazia il governo italiano smise, di fatto, di esistere. Cominciò così una lunga serie di violenze contro la popolazione italiana residente in quei territori.
La ragione di queste violenze va cercata nel fatto che i partigiani iugoslavi di Tito vollero vendicarsi contro i fascisti (e contro gli italiani in genere). Infatti, dalla fine della Prima Guerra mondiale fino all’armistizio della Seconda Guerra mondiale gli italiani avevano amministrato duramente quelle zone, abitate per metà da popolazioni slovene e croate, ossia di origine slava. A queste persone venne imposta un’italianizzazione forzata e con i metodi violenti dei fascisti: pestaggi e, durante la guerra, deportazioni nei campi di concentramento nazisti.
Come se non bastasse nel 1945, quando alla fine della Seconda Guerra mondiale Tito prese il potere in Iugoslavia le violenze contro gli italiani aumentarono. Il 1° maggio 1945 l’esercito iugoslavo occupò la città di Trieste per riprendersi i territori che, dopo la sconfitta dell’Impero austro-ungarico alla fine della Prima Guerra mondiale, le furono sottratti.
In appena due mesi gli italiani che vivevano in Istria, in Dalmazia e nella città di Fiume furono costretti ad abbandonare tutto e a fuggire in Italia. Chi non lo fece abbastanza in fretta venne ucciso dall’esercito di Tito e gettato nelle fosse delle foibe o deportato nei campi di concentramento in Slovenia e in Croazia. Si stima che, alla fine, gli esuli italiani furono almeno 250mila.
La Foiba di Basovizza (Trieste) si trova sull’altopiano del Carso. Nel 1992 il presidente della Repubblica italiana Oscar Luigi Scalfaro ha dichiarato il pozzo monumento nazionale e inaugurato questo monumento a testimonianza e ricordo di tutte le vittime degli eccidi del 1943 e 1945. (Wikipedia)
LE CONSEGUENZE DEL DOPOGUERRA
Il dramma della popolazione italiana nelle regioni orientali italiane non finì con la fine della guerra, ma solo con il trattato di pace di Parigi, firmato il 10 febbraio 1947. La loro sorte venne decisa dalle potenze alleate che avevano vinto la guerra. Decisero che le città di Fiume, Zara così come tutta l’Istria e le isole della Dalmazia venivano annesse (unite) alla Iugoslavia. Come se non bastasse, tutti i beni dei cittadini italiani di quelle regioni vennero confiscati. Questo trattato diede origine a una fuga forzata degli italiani da quelle regioni, che abbandonarono praticamente tutto ciò che avevano.
L’Italia riprese il controllo amministrativo della città di Trieste solamente il 26 ottobre 1954, quando la città cessò di essere territorio internazionale (ossia amministrato dalla comunità internazionale e dalla Iugoslavia) e tornò a fare parte dell’Italia.
IL GIORNO DEL RICORDO
La legge che istituisce il “Giorno del ricordo” è stata proposta dal deputato triestino Roberto Menia e approvata dal Parlamento italiano nel 2004. Viene celebrata il 10 febbraio di ogni anno (perché è anniversario del trattato di Parigi di cui vi abbiamo detto sopra) con lo scopo di conservare “la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale italiano”.
Fonte: Focus.it

Lunedì 10 Febbraio 2025
h. 9: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)
h. 9 – OGNUNO NEL SUO CUORE HA A CHE FARE CON DIO
Pensiero spirituale (15 minuti)
h. 9. 15 – IL PRIMO SEGRETO SARA’ UNA GRAZIA PER MEDJUGORJE E PER IL MONDO
Editoriale di Padre Livio (54 minuti)
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Una preghiera Padre Livio

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Possa la Santa Vergine tenere sotto il suo Manto la grande famiglia di Radio Maria e preparare un posto per ognuno di noi nella gioia del Paradiso




Il parroco apostata di Bissingen e il ritorno delle sempiterne eresie
Gesù era un brav’uomo, ma non il figlio di Dio”. L’apostasia razionalmente argomentata di un sacerdote in Baviera e la sua confutazione
Wolfgang Hariolf Spindler OP 08 feb 2025- IL FOGLIO
Lo scorso ottobre un parroco di Bissingen, in Baviera, ha fatto parlare di sé. Costui ha smesso di condividere l’insegnamento della Chiesa: non crede più che Gesù sia Figlio di Dio e vero Dio, né che la sua morte sia stata voluta da Dio per la salvezza degli uomini. Gesù, ha detto, è stato un brav’uomo, il cui messaggio ha ispirato altri a fare del bene e ha infuso umanità nella cultura occidentale. Ma “Figlio di Dio”? Il parroco continua a credere in Dio come creatore del mondo e potenza onnipresente, in un Dio “assoluto, infallibile e santo”. Ma se solo Dio è santo, si è chiesto, com’è possibile che ci siano anche santi, tra i quali persone “moralmente dubbie”? Ciò gli è sembrato tanto contraddittorio quanto la dottrina dell’Eucarestia. “Se Gesù – che si dice sia Dio – si rendesse davvero presente nel pane consacrato attraverso il ministero dei suoi sacerdoti, come la Chiesa insegna, allora Dio sarebbe consegnato alla manipolazione da parte degli uomini”. Di conseguenza, il parroco ha negato anche le benedizioni, le preghiere e le intercessioni. Dopo undici anni di servizio nella diocesi di Augsburg, Ivan Kuterovac ha abbandonato il ministero ed è uscito dalla Chiesa annunciando di voler svolgere d’ora in poi la professione di maestro di cerimonie laico.
Dobbiamo essere grati a quest’uomo, perché ha esposto le sue motivazioni con una chiarezza non comune in questi casi. Per una volta non si tratta del celibato, ma dei fondamenti della fede. Dobbiamo essergli grati, soprattutto, perché attraverso la sua pubblica abiura e le sue negazioni il dogma cristologico niceno splende in modo ancora più luminoso. Le eresie e le false dottrine in materia di fede hanno l’abitudine di presentarsi ogni volta come inaudite e innovative. Ma quando uno vi pone attenzione, infallibilmente si accorge di averle già lette o sentite da qualche altra parte.
L’onnipresente imitazione del “pensiero postmetafisico” à la Habermas, l’accusa secondo cui le verità di fede fondamentali sarebbero “storicamente condizionate” e altri luoghi comuni della critica rivolta alla Chiesa e alla sua tradizione nelle facoltà teologiche sarebbero solo motivo di reiterati sbadigli, se non fossero parte di un processo pluridecennale di demolizione. La richiesta rivolta a Roma e ai vescovi da parte di quei cattolici che, sulla scorta di san Paolo, ricordano che si deve proibire a determinate persone di “diffondere false dottrine” (1 Tim 1, 3), è caduta nel vuoto. Ci sono diocesi in cui le norme procedurali approvate dalla Conferenza episcopale tedesca nel 1981 per contestare chi lo faccia e revocare il ministero dell’insegnamento non sono mai entrate in vigore.
In realtà, è facile ricondurre quasi tutte le eresie moderne alle antiche. Nella maggior parte dei casi si tratta di idee già confutate nella Sacra Scrittura o dai quattro primi concili ecumenici. L’idea ancora oggi diffusa che il pane e il vino nell’eucarestia siano da intendersi come meri simboli, ad esempio, si trova già contraddetta in Mc 14, 22-24 e Gv 6, 51-53. Chi voglia negare la trinità o il battesimo nel cristianesimo delle origini può andare a leggersi Mt 28, 18-20 per avere migliori lumi sulla questione. Fin dall’inizio e in continue occasioni la Chiesa ha difeso il depositum fidei in modo sostanziale, ma senza ridurlo a una sostanza. Il grande esegeta Erik Peterson ha definito il dogma, con riferimento a Gv 6, 22-59, quale reale prosecuzione e sviluppo del vangelo di Cristo e del logos. La cifra di ogni dogma è che esso non è qualcosa di deducibile da un ragionamento puramente terreno.
La fede, come Dio stesso, è un mistero, un segreto impenetrabile.
Come possiamo continuamente constatare, ci sono uomini che credono e altri che, nonostante la loro onestà intellettuale e la loro buona volontà, non riescono a credere. La triste circostanza che proprio un prete (e per di più uno proveniente dalla Croazia, dove il cattolicesimo almeno un tempo si assimilava con il latte materno) abbia rinnegato la fede prova il fatto che la fede è essenzialmente un dono. E a volte i doni vengono maltrattati, nascosti, svenduti, o perduti. Tragico paradosso: il centurione che ha riconosciuto che “costui veramente era Figlio di Dio” (Mc 15, 39) lì sotto la croce è diventato cristiano, mentre il prete è tornato pagano.
Comune alle eresie è anche il voler sempre apparire plausibili. Nel quarto secolo fu Ario, originario della Libia, a sostenere opinioni dottrinali facili da accettare intorno a Gesù Cristo. Come al giorno d’oggi fanno anche schiere di professori di teologia e di predicatori quando riducono Gesù al suo insegnamento morale e alla sua opera terrena, al suo amore per il prossimo e alla sua solidarietà coi peccatori, i poveri, le prostitute e gli stranieri, Ario affermava che Gesù era solo un uomo storico, una creatura di Dio e, al più, Dio solo in senso metaforico.
Tuttavia, ciò che appare immediatamente chiaro e semplice da capire non deve anche per forza essere vero. La pretesa del Cristo di essere la via, la verità e la vita, l’unico mediatore (Gv 14, 6) capace di esaudire le preghiere e le intercessioni (Gv 14, 14) e l’unico ad avere il potere di perdonare i peccati (Mc 2, 5-10) è difficilmente conciliabile con queste rappresentazioni riduttive. E’ possibile sostenere che Gesù sia stato un megalomane, oppure solo un uomo straordinario; ma non lo si può fare nella Chiesa, all’interno della comunità dei credenti. Chi si ostini a farlo, “sia anatema”, che vuol dire “sia escluso”: la Chiesa deve potersi difendere da coloro che non condividono le sue fondamentali convinzioni.
Questo è ciò che il Concilio di Nicea ha fatto quando ha condannato l’arianesimo. Ai perduranti effetti di questo concilio va ascritto che persino il prete apostata di Bissingen, per esprimere la sua incredulità, ha dovuto usare le formule nicene, anche solo per negarle. Purtroppo, questo concilio fece a meno di far seguire all’enunciazione del dogma cristologico chiarimenti più precisi intorno al concetto di “omousia”, ovvero la consustanzialità tra il Figlio e il Padre. Sedici secoli più tardi, neanche il Concilio Vaticano II offrì indicazioni per una interpretazione autentica delle sue dottrine. Così, a entrambi i concili sono seguite discussioni, diatribe e divisioni. Nella dottrina della Chiesa, il progresso non consiste nel buttar via tradizioni ritenute antiquate, bensì nell’affinarle continuamente e nell’applicarle ai nuovi problemi. I dogmi non sono mai superati: al più può diventarlo la loro incompiuta articolazione. Actus autem credentis non terminatur ad enuntiabilia, sed ad rem – l’atto del credere non si limita a ciò che è esprimibile, ma ha per oggetto la cosa stessa, dice Tommaso d’Aquino (Summa Theologica II-II 1, 2 ad 2).
Il non essere plausibile o conseguente è, del resto, la classica critica dei razionalisti, alla quale in ultimo ha fatto ricorso anche l’ex parroco di Bissingen. Come se la santità di Dio fosse la stessa dei santi! Questi solo da quello vengono santificati. Non è la loro intercessione in sé a dare la salvezza, la quale promana da Dio solo. Per quanto siano “compagni della nostra umanità”, rispetto a noi persone comuni i santi sono “più perfettamente uniformati all’immagine di Cristo” (Lumen Gentium, par. 50). Se qualcosa, nel loro cammino terreno, è stato “moralmente dubbio”, ciò è stato a motivo del peccato.
Neanche la dottrina dell’eucaristia è “inconseguente”, semmai lo sono i suoi critici. L’ex parroco di Bissingen, come a mia stima il 90 per cento dei laici e dei consacrati oggi, la confonde con la dottrina luterana secondo cui Gesù sarebbe realmente presente solo “nel” pane consacrato. In realtà, questa presenza reale avviene nella forma più plausibile che si può pensare: così come ha fatto quando sapeva che uno dei suoi commensali lo avrebbe tradito (Mc 14 ,18), nell’offerta eucaristica Gesù si consegna alle mani – cioè proprio alla “manipolazione” – da parte di un sacerdote peccatore eppure al tempo stesso agente come persona di Cristo, e questo in conseguenza della originaria decisione del Signore di fondare la sua Chiesa su di una roccia vacillante (Mt 16, 18).
Chesterton ha consigliato di esaminare un ago di pino. Esso deve il suo nome al fatto che sembra appuntito come un ago. Tuttavia, se lo si osserva più da vicino, rivela di non esserlo affatto. Dovunque nel mondo si incontrano cose sconosciute, di cui è difficile prendere le misure. Il razionalista non è in grado di comprendere l’anomalia, dal momento che pensa in termini di regolarità matematiche, naturali e sociali. Come ha detto ancora Chesterton, il cristiano sa che un uomo ha due mani, ma contesterebbe la deduzione che allora ha anche due cuori. I nuovi ariani si rivelano essere una riedizione degli antichi. La fede cristiana, invece, coglie nel segno proprio quando erra da un punto di vista puramente logico, ma è in accordo con una ragione che conosce i propri limiti.
Wolfgang Hariolf Spindler OP
Il testo, tradotto da Giuseppe Perconte Licatese, è apparso sulla rivista tedesca Tagespos