"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Dicembre 2024 Pagina 11 di 25

🔴LIVE🔴Tempo dei segreti: l’ultima chiamata di Maria – di Padre Livio

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🔴LIVE🔴Il mistero del Natale: La nascita di Gesù in una grotta – di Padre Livio

IL MISTERO DEL NATALE

Giovedì 19 dicembre 2024

H. 9: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube  (in differita)

Cari amici, il programma nei prossimi giorni prevede in apertura una meditazione in preparazione al Natale

Seguirà un Editoriale di Padre Livio


4. LA NASCITA DI GESU’ IN UNA GROTTA

Maria e Giuseppe non trovano un alloggio

Gesù nasce in un rifugio di animali

Il parto verginale di Maria

Il Bambino viene deposto in una mangiatoia

Maria e Giuseppe adorano il Re del mondo

TEMPO DEI SEGRETI: l’ULTIMA CHIAMATA DI MARIA

Editoriale di padre Livio (5O minuti)

BLOG: La benedizione della prima Radio Maria a pannelli solari in Africa


DA OGGI FINO A NATALE PARTECIPIAMO CON GIOIA ALLA MARIATONA PER DARE UN FORTE IMPULSO ALLA EVANGELIZZAZIONE DI RADIO MARIA IN ITALIA E NEL MONDO.

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🔴LIVE🔴 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – Puntata 192 – I MISTERI DELL’INFANZIA

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Notre-Dame: le miracolose conversioni

 18 Dicembre 2024 – Corrispondenza Romana

di Roberto de Mattei

Tutto il mondo, l’8 dicembre 2024, ha ammirato lo splendore di Notre-Dame, ricostruita dopo il devastante incendio del 15 aprile 2019, in tutta la bellezza delle sue vetrate, delle sue torri, e soprattutto della sua guglia centrale. E tutto il mondo ha definito un vero e proprio miracolo lo sforzo collettivo che ha permesso di compiere l’opera di restauro in soli cinque anni.

Ma perché la bellezza della cattedrale di Notre-Dame ci emoziona? La ragione è che, dietro la sua bellezza, la nostra intelligenza e il nostro cuore colgono una verità profonda. Il bello infatti è sempre vero e il vero è sempre bello. Qual è questa verità? I costruttori di Notre-Dame si sono ispirati a un’idea di ordine, di misura, di armonia, che hanno espresso in luce e in pietra. Quest’idea è una concezione del mondo, ordinata a Dio, la stessa concezione del mondo architettonica che è espressa nella Summa Theologiae di san Tommaso d’Aquino e in quell’altra summa del pensiero umano che è la Divina Commedia di Dante Alighieri.

Anche Notre-Dame può essere considerata una “summa theologica” in pietra, vetro e luce: una visione unitaria dell’universo, di cui solo la liturgia tradizionale della Chiesa può esprimere la verticalità, lo slancio verso Dio, lo spirito contemplativo.

Come può Laurent Ulrich, cardinale di Parigi, non comprendere il contrasto tra questa visione del mondo e la desacralizzante liturgia di riapertura della cattedrale celebrata l’8 dicembre? Come può il presidente francese Emmanuel Macron non avvertire la contraddizione radicale che esiste tra la luminosa cattedrale che egli ammira e l’ideologia tenebrosa che sta dietro ad atti iniqui, come la costituzionalizzazione dell’aborto da lui voluta in Francia?

Ci vorrebbe un miracolo per aprire gli occhi a questi personaggi, così come un miracolo, o almeno un intervento straordinario della grazia è avvenuto la sera dell’incendio di Notre-Dame. Ce lo racconta un protagonista, uno degli eroici vigili del fuoco che sono entrati per primi nella cattedrale in fiamme e hanno contribuito a salvarla (https://les7routes.fr/elementor-3117/).  

 «È stato durante il viaggio che ci siamo resi conto dell’entità dell’incendio. Ciò che mi ha colpito di più all’inizio – racconta il vigile del fuoco – è stata la folla in strada, che ha rallentato la nostra corsa dentro Parigi. I parigini accorrevano per vedere la loro cattedrale bruciare. Quando sono arrivato, sono rimasto molto colpito dalla visione di tutte quelle persone in ginocchio, che pregavano. È stato molto emozionante! Cantavano, pregavano e li vedevamo affranti, erano incredibilmente uniti! È stato molto bello». Il vigile del fuoco è entrato. L’atmosfera era rovente, il tetto e la guglia centrale cadevano a pezzi, ma tra i detriti e le ceneri risplendeva intatta lacroce dorata, situata dietro l’altare principale della cattedrale.

«A un certo punto – racconta il vigile del fuoco – mi sono trovato di fronte all’altare e alla famosa croce d’oro che lo sovrasta, che credo tutti abbiano visto dopo l’incendio. Mi sono bloccato per quindici o venti secondi, sbalordito: questa croce brillava, brillava con una luminosità intensa che illuminava la cattedrale, anche se non c’era nessuna luce – era notte. Mi sono detto: “Siamo al sicuro, siamo protetti”. Sì, il Signore era davvero lì, vegliava su di me. Ero certo della sua presenza. Ho avuto un rapporto totale con quella croce. Ho lasciato la cattedrale da convertito».

La conversione del vigile del fuoco, che non entrerà mai nei libri di storia, ma è entrato nel Libro della Vita, ricorda la conversione, avvenuta oltre un secolo prima, di un celebre scrittore francese, Paul Claudel (1868-1955). 

Era la sera di Natale del 24 dicembre 1886. Il giovane Claudel era uno studente di diciotto anni, che aveva abbandonato la pratica religiosa e vagava per le strade di Parigi, inquieto e insoddisfatto di sé, quando entrò quasi per caso nella cattedrale di Notre-Dame, inondata dal suono dell’organo e dai canti.

 «Io – racconta– ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro rispetto all’ingresso del Coro, a destra, dalla parte della Sacrestia. In quel momento capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla. Improvvisamente ebbi il sentimento lacerante dell’innocenza, dell’eterna infanzia di Dio: una rivelazione ineffabile! Cercando – come ho spesso fatto – di ricostruire i momenti che seguirono quell’istante straordinario, ritrovo gli elementi seguenti che, tuttavia, formavano un solo lampo, un’arma sola di cui si serviva la Provvidenza divina per giungere finalmente ad aprire il cuore di un povero figlio disperato: ‘Come sono felici le persone che credono! Ma era vero? Era proprio vero! Dio esiste, è qui. È qualcuno, un essere personale come me. Mi ama, mi chiama. Le lacrime e i singulti erano spuntati, mentre l’emozione era accresciuta ancor più dalla tenera melodia dell’’Adeste, fideles’ […]».

Paul Claudel entrò incredulo nella cattedrale e ne uscì convertito. Il mondo moderno vive nell’incredulità ma dobbiamo pregare per la sua conversione alla fede di Notre-Dame, che è la fede cattolica. Dietro questa fede c’è una visione del mondo sacrale e gerarchica, austera e luminosa, che le vetrate della cattedrale esprimono in luce, il canto gregoriano trasforma in suono, il rito tridentino della Messa traduce in atti liturgici. Il mondo moderno pretende di distruggere questa visione del mondo che però è destinata a risorgere, come è risorta Notre-Dame, la cattedrale di luce. Il Santo Natale che si avvicina ce lo ricorda invitandoci a Betlemme, con le note dell’Adeste fideles che toccarono il cuore di Paul Claudel. 

Germania, dietro la caduta del governo c’è una crisi esistenziale e la fine di un modello

di Federico Rampini|17 dicembre 2024

Perché la «locomotiva d’Europa» si è fermata? Quali sono le cause del suo malessere? 

La sfiducia al cancelliere Olaf Scholz è solo la punta dell’iceberg. È l’epifenomeno politico di una crisi esistenziale della Germania contemporanea. Fra le sue tante manifestazioni, cito una delle meno note (fuori dalla Germania). Questo Paese, che abbiamo sempre associato ad una forte etica del lavoro, è diventato un campione mondiale di assenteismo. Proprio così: in base ai dati dell’Ocse il numero di giornate perse per malattia dai lavoratori tedeschi ha toccato un record di 22,4 all’anno, il livello più elevato tra nazioni industrializzate. E il dubbio che si tratti di finti malati serpeggia nelle imprese tedesche, soprattutto dopo che la pandemia ha lasciato in eredità il diritto di farsi visitare al telefono, per cui i medici rilasciano certificati di malattia in maniera pressoché automatica. Un altro mito che crolla. La Germania è diventata anche un paese di «furbetti»? Ma dietro la piaga dell’assenteismo s’intravvede il declino di consenso verso un mondo industriale che perde i pezzi.

Quello che sta accadendo in Germania è qualcosa di molto più grave e profondo di una crisi di governo. È una crisi di sistema, è la fine di un modello. Le conseguenze sono enormi, in tutte le direzioni: per l’Europa che senza una Germania forte è politicamente acefala, per l’Italia la cui economia è strettamente integrata con quella tedesca. Poi ci sono tutte le implicazioni sugli alleati (America) e sugli avversari (Russia, Cina). 

La fine del modello tedesco ha anche una dimensione culturale e morale. Chiama in causa l’ambientalismo, visto che questa nazione è all’avanguardia nelle politiche di decarbonizzazione. Un altro tema centrale è l’immigrazione: prima ancora di essere sfiduciato il cancelliere tedesco aveva di recente chiuso le frontiere, affossando nel modo più clamoroso e definitivo quella fase della Willkommenspolitik o politica del benvenuto a braccia aperte, che era stata praticata da Angela Merkel nei confronti dei richiedenti asilo nel 2015.

Per capire la portata storica di quanto sta accadendo a Berlino, è utile un breve ritorno all’atto di nascita di questa Germania: la sua riunificazione il 3 ottobre 1990. Il clima e contesto in cui avvenne è ben ricordato da Nathan Gardels in questa sua analisi intitolata «The German Curse» (la maledizione tedesca) sul magazine Noema:
«Negli ultimi giorni della Guerra Fredda, la questione più controversa era la riunificazione della Germania. Sia l’Est che l’Ovest temevano che restituire la piena sovranità a questa potenza industriale che aveva portato l’Europa alla rovina nella metà del XX secolo sarebbe stato un errore storico. Margaret Thatcher (premier britannica) avvertì apertamente che la nazione riunificata, anche se coinvolta nelle istituzioni europee, non avrebbe significato tanto una Germania “europeizzata” quanto una “Europa tedesca”. François Mitterrand (presidente francese) non si fidava del vecchio nemico della Francia e temeva che non si sarebbe contenuta se fosse stata riunificata. I sovietici insistevano sul fatto che le uniche disposizioni accettabili per la riunificazione dovevano impedire alla Germania di diventare nuovamente una minaccia militare.

 Una delle ragioni convincenti per cui gli Stati Uniti insistettero per una Germania riunificata nella Nato era di limitare le sue ambizioni da protagonista potente del continente e impedirle una ricaduta nei vecchi vizi. I leader tedeschi del periodo post-Guerra Fredda, pieni di incertezze, presero a cuore queste preoccupazioni. Non solo inserirono del tutto la loro nazione nell’Unione Europea, ma strinsero legami che li vincolavano in tutte le direzioni. Si allearono con la “nuova Russia” per un rifornimento di energia a basso costo e trasformarono la loro economia in una piattaforma di esportazione verso una Cina in rapida modernizzazione, mentre si affidarono agli Stati Uniti per la sicurezza, in modo da rimanere una nazione pacifista. Verso la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, la Germania prosperava come una delle nazioni più globalizzate e interdipendenti del pianeta. Era un modello di ricchezza adatto a un mondo sempre più integrato. Due decenni dopo, quella forza si è rivelata essere un imprevisto tallone d’Achille. La maledizione della Germania oggi sta nell’essere dipendente dall’interdipendenza. Le fondamenta di pace e prosperità costruite sui suoi legami globali stanno crollando una dopo l’altra, abbattendo l’attuale coalizione di governo e minacciando la stabilità politica in futuro».

Uno studioso americano di relazioni transatlantiche, Dan Hamilton, concorda che la Germania si è rivelata «troppo dipendente dalla stabilità, inadatta a un mondo di shock dirompenti, proprio quando le potenze rivali di America Cina Russia sono impegnate a infliggere questi shock all’Europa». Fu una delle grandi vincitrici della globalizzazione, quasi alla pari con la Cina; oggi è la perdente numero uno in questa fase di arretramento della globalizzazione.

Il primo miracolo economico tedesco fu quello del dopoguerra, coevo e simile a quelli di Giappone e Italia. Il secondo avvenne proprio in seguito alla riunificazione. Inizialmente sembrò che essa avesse appesantito l’economia tedesca: le spese per assorbire la Germania Est e assicurarle un tenore di vita meno povero, andarono ad aggiungersi a un Welfare troppo generoso. The Economist dedicò una celebre copertina alla crisi tedesca con il titolo «Il malato d’Europa». Gerhard Schroeder, cancelliere socialdemocratico di quegli anni, varò una riforma drastica del Welfare, tagliandone i costi e restituendo competitività alle imprese. Ma altri due fattori furono decisivi: gas russo a buon mercato, e mercato cinese spalancato.

Quel mondo non esiste più. È scomparso per sempre, ma non – come vorrebbe la narrazione putiniana – perché l’America ha strumentalizzato la guerra in Ucraina per affondare l’Europa, imponendole scelte catastrofiche come le sanzioni alla Russia e i dazi contro la Cina. Se così fosse, basterebbe cedere l’Ucraina a Putin e cancellare le sanzioni per tornare nel paradiso perduto. Questa è una rappresentazione capovolta. In realtà la dipendenza dall’energia fossile russa era diventata insostenibile per l’ambientalismo tedesco, oltre che folle per il potere di ricatto strategico che consegnava a Putin.

 In quanto alla Cina, da tempo praticava il protezionismo e si stava emancipando da ogni dipendenza nei confronti del made in Germany. Nel 2020 le automobili straniere rappresentavano il 60% delle immatricolazioni sul mercato cinese; nel 2024 sono crollate al 37%. La sola Volkswagen ha visto precipitare del 64% le sue vendite in CinaIl protezionismo non è un’invenzione occidentale, è una risposta timida e tardiva a quello cinese. Pechino per decenni ha comprato Volkswagen, Audi, Mercedes e Bmw, imponendo però all’industria tedesca di produrne almeno una parte sul proprio territorio e in joint venture con soci locali a cui doveva trasferire il proprio know how. Dopo aver copiato la tecnologia tedesca le marche cinesi l’hanno superata. Oggi – soprattutto nel comparto elettrico – offrono modelli di qualità superiore, a prezzi inferiori. 

La crisi della Volkswagen, che per la prima volta nella sua storia vuole chiudere tre fabbriche in Germania, è la naturale conseguenza. 

Ma non è solo Volkswagen, anche le altre marche sono in gravi difficoltà, come pure i fornitori di componentistica a cominciare dalla Bosch (elettronica). Una minaccia mortale incombe su un settore che ai suoi massimi storici, nel 2019, impiegava quasi un milione di tedeschi. La previsione è che distrugga quasi duecentomila posti da qui al 2035, l’anno in cui le auto a combustione dovrebbero cessare di essere prodotte.

La guerra in Ucraina e la chiusura del mercato cinese sono andate ad aggiungersi alle rigidità dell’ambientalismo tedesco. Ricordo alcune delle sue scelte. Ha imposto la chiusura delle centrali nucleari, che avrebbero garantito energia a buon mercato e zero emissioni, proprio mentre altri paesi rilanciavano il nucleare (Cina, America, perfino il Giappone). Proibisce l’uso della tecnologia del fracking per estrarre gas naturale dal sottosuolo tedesco, che ne è ricco. Con il risultato di importare gas liquefatto dagli Stati Uniti, a costi del 40% superiori. Ha costretto la Germania a importare perfino carbone (dalla Polonia, dal Sudafrica) pur di non rivedere i dogmi in casa propria. L’automobile non è l’unico settore in sofferenza: lo sono anche gli altri pilastri di questa economia come la chimica, la metallurgia, le macchine utensili.

La debolezza dell’economia sarà al centro di questa campagna elettorale, da qui all’elezione anticipata del 23 febbraio. La Germania, un tempo locomotiva d’Europa, è in recessione e lo resterà per chissà quanto. Joseph Sternberg sul Wall Street Journal usa immagini drammatiche: «I lavoratori licenziati dall’industria automobilistica non possono andare da nessun’altra parte perché la Germania rischia di sprofondare in un Medioevo industriale.

 Si va verso la distruzione di capitale umano su vasta scala». I confronti con la vitalità dell’economia americana costringono i tedeschi a porsi domande imbarazzanti. Le ha riassunte Danyal Bayaz, ministro delle finanze del Baden-Wuerttemberg: «Perché l’ultima start-up tedesca di successo risale a 50 anni fa?»

🔴LIVE🔴Il mistero del Natale: Il viaggio a Betlemme di Maria e Giuseppe – di Padre Livio

🔴LIVE🔴Medjugorje: perché è necessario prepararsi ai segreti?- di Padre Livio

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IL MISTERO DEL NATALE

Il viaggio a Betlemme di Maria e Giuseppe

Il viaggio di Giuseppe e Maria verso Betlemme è profetico, anche se di fatto è provocato dall’editto dell’imperatore Cesare Augusto che voleva fare il censimento dell’impero. Come gli altri, anche Giuseppe si è trovato costretto a tornare nella località da cui proveniva il suo casato, Betlemme appunto.

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazareth e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. (Lc 2, 1-6)

Nell’Annunciazione, parlando del Bambino che sarebbe nato da Maria, l’angelo Gabriele disse delle cose umanamente incredibili: “Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. Questa profezia si rivela, allora, nel viaggio a Betlemme. Maria e Giuseppe compiono questo viaggio nelle fede, nella comprensione dei misteri di Dio che ci parla attraverso gli avvenimenti della Storia e attraverso gli avvenimenti della nostra vita. Dobbiamo, allora, leggere gli avvenimenti della nostra vita personale e del mondo proprio alla luce della fede perché alla fine è Dio il Signore e la sua Provvidenza guida ogni cosa.

Maria e Giuseppe, in questo viaggio, sono consapevoli di adempiere la profezia rivelata dall’arcangelo Gabriele secondo la quale il Signore Dio avrebbe fatto sì che quel Bambino avrebbe ricevuto il trono di Davide suo padre. Maria e Giuseppe si chiedono che significato avrebbe avuto tale profezia perché, guardando alla realtà, stanno compiendo un viaggio in sella a un umile asinello proprio nei giorni in cui quel Bambino sarebbe dovuto nascere. Il viaggio da Nazareth a Betlemme è lungo e faticoso, specialmente con i pochi mezzi di cui disponeva una famiglia come la loro composta da un falegname e una casalinga.

Nella luce di questa profezia straordinaria che parla di regalità e di un regno che non avrà mai fine, Maria e Giuseppe affrontano questo viaggio faticoso, umile e povero. È proprio vero che i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri, così come le sue vie non sono le nostre. Umanamente è faticoso comprendere i pensieri di Dio, dobbiamo allora uscire dalla nostra mentalità terrena, alzare lo sguardo e trascendere da noi stessi per avvicinarci al modo di pensare di Dio affidandoci alla Sua divina Provvidenza. Di fronte alla profezia dell’angelo, Maria e Giuseppe hanno affrontato il lungo viaggio con umiltà e totale affidamento al disegno di Dio, consapevoli che si sarebbe realizzato. Dio attua i suoi disegni sempre attraverso l’umiltà, percorrendo la via della Croce.

San Giovanni Paolo II sviluppò un concetto meraviglioso: la Madonna, che pure è la beata perché ha creduto nell’adempimento della Parola del Signore, ha progredito nella fede, ha fatto un suo cammino. Si legge infatti nell’Enciclica Redemptoris Mater:

Pertanto, anche la fede di Maria può essere paragonata a quella di Abramo, chiamato dall’Apostolo «nostro padre nella fede» (Rm 4,12). Nell’economia salvifica della rivelazione divina la fede di Abramo costituisce l’inizio dell’Antica Alleanza; la fede di Maria nell’annunciazione dà inizio alla Nuova Alleanza. Come Abramo «ebbe fede sperando contro ogni speranza che sarebbe diventato padre di molti popoli» (Rm 4,18), così Maria, al momento dell’annunciazione, dopo aver indicato la sua condizione di vergine («Come avverrà questo? Non conosco uomo»), credette che per la potenza dell’Altissimo, per opera dello Spirito Santo, sarebbe diventata la Madre del Figlio di Dio secondo la rivelazione dell’angelo: «Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio» (Lc 1,35). Tuttavia, le parole di Elisabetta: «E beata colei che ha creduto» non si applicano solo a quel particolare momento dell’annunciazione. Certamente questa rappresenta il momento culminante della fede di Maria in attesa di Cristo, ma è anche il punto di partenza, da cui inizia tutto il suo «itinerario verso Dio», tutto il suo cammino di fede. E su questa via, in modo eminente e davvero eroico – anzi con un sempre maggiore eroismo di fede – si attuerà l’«obbedienza» da lei professata alla parola della divina rivelazione. E questa «obbedienza della fede» da parte di Maria durante tutto il suo cammino avrà sorprendenti analogie con la fede di Abramo. Come il patriarca del popolo di Dio, così anche Maria, lungo il cammino del suo fiat filiale e materno, «ebbe fede sperando contro ogni speranza». Specialmente lungo alcune tappe di questa via la benedizione concessa a «colei che ha creduto», si rivelerà con particolare evidenza. Credere vuol dire «abbandonarsi» alla verità stessa della parola del Dio vivo, sapendo e riconoscendo umilmente «quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie» (Rm 11,33). Maria, che per l’eterna volontà dell’Altissimo si è trovata, si può dire, al centro stesso di quelle «inaccessibili vie» e di quegli «imperscrutabili giudizi» di Dio, vi si conforma nella penombra della fede, accettando pienamente e con cuore aperto tutto ciò che è disposto nel disegno divino. 

Nell’Annunciazione non c’è traccia della Croce, c’è l’indicazione della grandezza di quel Bambino il cui regno sarà eterno, ma non si parla della Croce la cui rivelazione avverrà per bocca di Simeone. La pedagogia divina si rivela per mezzo dello Spirito Santo, proprio nel viaggio da Nazareth a Betlemme fatto in sella a un asino e non a un regale cammello. Quando finalmente giungono a Betlemme, Maria e Giuseppe non trovano alloggio; nessuno vuole accogliere un’umile coppia che sta per dare alla luce un bambino. Sperimentano, allora, la realtà della grandezza di Dio che opera nella Storia umana intrisa di peccato, di rifiuto, di ostilità a Dio.

Maria e Giuseppe capiscono la pedagogia di Dio che realizza i suoi piani nell’umiltà, nel nascondimento, nella fatica, nella persecuzione, nella lotta, nel rifiuto. Nel momento in cui il Bambino deve nascere, Maria e Giuseppe si trovano in una grotta, che i pastori in inverno utilizzavano come rifugio per gli animali. Ecco la manifestazione della pedagogia di Dio, nell’umiltà di quella grotta, riscaldato dal fiato di un asinello e di un bue, viene alla luce il Figlio di Dio, il Salvatore e Redentore del mondo. Lo Spirito Santo permette a Maria e Giuseppe di comprendere questo grande insegnamento: nonostante il rifiuto di accoglierli, nonostante il luogo inospitale e umile, nonostante la fatica del lungo viaggio, nasce Gesù e un angelo annuncia ai pastori: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia».

In quel viaggio Maria e Giuseppe hanno compreso che dobbiamo elevare i nostri pensieri ai pensieri di Dio, adeguarci nell’umiltà, prendere in mano la Croce e portarla. Da Nazareth a Betlemme Maria e Giuseppe hanno preso consapevolezza che, anche se i piani di Dio non corrispondono ai nostri, dobbiamo affidarci completamente a Lui. Maria e Giuseppe hanno capito il compito che Dio aveva affidato loro, una di essere la Madre del Verbo, l’altro il custode del Bambino che la Madonna avrebbe dato alla luce. Mentre stavano assimilando la grandezza della loro vocazione, Maria e Giuseppe sperimentano la via attraverso la quale Dio realizza i suoi piani e le vocazioni di coloro che Lui steso sceglie per realizzarli, ovvero la via dell’umiltà, del nascondimento, della Croce, della sofferenza, della fedeltà. Seguendo questa strada Maria e Giuseppe arrivano ai vertici del loro cammino di fede. Anche noi dobbiamo camminare sul sentiero della vita nell’umiltà dell’affidamento totale a Dio; nella luce di Dio siamo tutti importanti, unici.

Dio realizza i suoi piani attraverso la pedagogia che gli è propria e che hanno sperimentato Maria, Giuseppe e soprattutto Gesù. È difficile comprendere i disegni di Dio e soprattutto accettarli nella modalità in cui Egli li realizza, ma sull’esempio di Maria e Giuseppe possiamo metterci in cammino anche noi e crescere umilmente nella fede, passo dopo passo.

☕️IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕️

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